La circolare di Mattarella sugli studenti stranieri non è come la racconta Meloni

Gli esponenti di maggioranza e opposizione si stanno contendendo in queste ore il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I primi leggendo la misura annunciata da Giorgia Meloni qualche giorno fa, che introdurrebbe un tetto di studenti con background migratorio per classe in continuità con una circolare del 1990 dell’allora ministro dell’istruzione; i secondi leggendo il suo discorso di Amatrice per l’inaugurazione dell’anno scolastico come una presa di distanza dalla stessa misura.
Conoscendo e apprezzando il pragmatismo del ministro Giuseppe Valditara sono certo che saprà trovare una soluzione percorribile, nel rispetto del primo comma dell’articolo 34 della Costituzione. Il pragmatismo del ministro alla fine prevarrà sulle legittime esigenze di propaganda di chi sta riempiendo i talk show in queste ore, ma al momento sia chi critica, sia chi acclama sta parlando del nulla visto che un testo non c’è e quindi nulla è falsificabile, con buona pace del metodo scientifico.
Per il rispetto che devo a chi mi legge e per deviazione professionale, non parlerò dei dettagli di un provvedimento che nessuno ha ancora letto. ma su quello che stiamo vedendo in tv e leggendo sui quotidiani qualcosa si può comunque dire e io lo farò alla luce delle mie competenze nell’ambito delle politiche pubbliche per l’istruzione.
La prima cosa da dire è che i problemi esistono. La conoscenza della lingua veicolare del Paese di residenza è una questione reale. Lo è anche l’impatto sugli apprendimenti di tutti i gruppi che convivono nella stessa classe, italofoni e plurilingui. E, come ho scritto su queste pagine il 17 agosto quando il ministro ha annunciato i corsi di italiano come lingua seconda per i genitori, sono temi da non regalare alla destra. Tra l’altro docenti e studenti li vivono sulla propria pelle ogni mattina.
La seconda riguarda proprio la circolare emanata nel 1990 dall’allora ministro dell’Istruzione Sergio Mattarella. Per rispetto della verità, oltre che del Capo dello Stato, accostarla al tetto del trenta per cento nelle classi è una forzatura storica e politica. Tirare per la giacchetta il Presidente della Repubblica, usando un suo atto amministrativo di trentasei anni fa per giustificare una norma che per ora è una bozza invisibile, non è solo irrispettoso. È soprattutto logicamente fallace (argumentum ad ignorantiam).
Il nuovo decreto non lo conosce ancora nessuno, ma la circolare del 26 luglio 1990 e il contesto in cui è nata sono noti, ed è a questi che è dedicato questo contributo. A quei tempi quasi tutti i figli di “stranieri” presenti nelle classi erano neoarrivati di prima generazione, oggi il contesto è completamente diverso.
Secondo il ministero, nell’anno scolastico appena concluso i nati in Italia sono stati il 69,1 per cento dei circa novecentomila studenti con cittadinanza non italiana (il ventisei per cento nella sola Lombardia). La quota va dall’ottantuno per cento della scuola dell’infanzia al 50,6 per cento delle superiori. Sono non italiani per passaporto, ma in molti casi parlano l’italiano meglio di tanti adulti che vivono e lavorano nel nostro Paese da decenni, a cominciare da me: parlo per esperienza di padre di una bambina che frequenta la primaria. Sono non italiani per passaporto, ma saranno sempre di più: secondo l’Ismu il dato degli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia è in costante crescita da quando il fenomeno viene misurato. Sono non italiani per passaporto, ma in molti casi senza di loro le scuole chiuderebbero per mancanza di alunni. Grazie a questi studenti e ai loro genitori, i docenti in servizio continueranno a lavorare e tutti noi continueremo a poter andare in pensione.
Blindare per legge un tetto rigido del trenta per cento sui nuovi ingressi, in quartieri o città ad alta densità migratoria, farebbe impazzire segreterie e presidi. Costringerebbe inoltre gli studenti a iscriversi lontano da casa pur di rispettare il tetto. Parlo di tutti gli studenti, italofoni e plurilingui, perché una norma che colpisse solo i secondi sarebbe di dubbia costituzionalità. Le scuole dovrebbero rimbalzare i bambini da un quartiere all’altro, o da un comune all’altro, perché le quote formali sono piene. E nemmeno questo potrebbe bastare, come testimonia il precedente della circolare Gelmini del 2010 che ha prodotto più deroghe che effetti pratici. Mattarella parlava di flessibilità e di accordi di buon vicinato tra scuole, non di sbarramenti burocratici.
Terzo punto: in trentasei anni il quadro normativo si è evoluto. La ministra Stefania Giannini (governo Renzi) ha introdotto la classe di concorso A023, per l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda (d.P.R. 19/2013). Inoltre, con una legge approvata proprio da questa maggioranza (L. 106/2024), dall’anno scolastico appena concluso i docenti abilitati in A023 fanno parte dell’organico di ogni classe con almeno il venti per cento di studenti di livello A2 o inferiore in italiano. Logica, buon senso e principi della buona legislazione vorrebbero che, prima di intervenire di nuovo sul tema, si verificassero gli effetti di una riforma appena introdotta. Una riforma, peraltro, in continuità con le “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri” adottate da ministri di diverso colore politico, come Letizia Moratti nel 2006 e Maria Chiara Carrozza nel 2014.
Il vero cuore politico della questione, però, è un altro: Mattarella non ha mai concepito quel limite come un blocco automatico in ingresso. Si trattava di una semplice raccomandazione, un massimo di quattro o cinque alunni per classe dello stesso ceppo linguistico. Era un’indicazione flessibile di gestione interna, pensata per evitare che ragazzi con la stessa lingua madre si isolassero tra loro. Per Mattarella l’insegnamento dell’italiano era lo strumento per realizzare l’educazione interculturale di tutta la classe.
Questa maggioranza annuncia l’esatto contrario. Trasforma un criterio didattico in un vincolo di legge punitivo e dà alla comunicazione un’impronta rigidamente ideologica. Sventola la bandiera dell’italiano come lingua seconda per evocare un impossibile controllo demografico delle aule. La differenza è radicale: Mattarella usava la scuola per includere, gli annunci di questi giorni usano la burocrazia per mandare un segnale a chi vuole separare.
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