L’Europa rischia di perdere democrazia senza guadagnare potenza

Questa mattina alle 9 Ursula von der Leyen pronuncerà davanti al Parlamento europeo il discorso sullo Stato dell’Unione. Non sarà un discorso facile. Non perché manchino risultati da rivendicare o iniziative da annunciare, ma perché l’Europa ha finalmente scoperto di dover diventare una potenza proprio mentre le sue istituzioni politiche appaiono più deboli.
La questione decisiva non è soltanto che cosa farà l’Unione di fronte alla Russia, alla Cina e agli Stati Uniti di Trump. È chi prenderà quelle decisioni, con quali strumenti e rispondendo a quale maggioranza democratica.
Le iniziative più importanti per la difesa dell’Ucraina e per le future garanzie di sicurezza sono oggi affidate alla coalizione dei «volonterosi», guidata soprattutto da Francia e Regno Unito. La presidente della Commissione partecipa, ma la Commissione non è il centro politico e operativo del processo. Il Parlamento europeo ne è ancora più lontano.
È comprensibile. Quando alcuni governi bloccano ogni decisione comune e l’aggressione russa non concede il lusso dell’attesa, chi è disposto ad agire deve poterlo fare. Le coalizioni dei volonterosi possono essere il laboratorio di una politica estera e di difesa europea.
Ma, se diventano un metodo permanente senza essere ricondotte alle istituzioni comuni, producono un’Europa forse più attiva, non necessariamente più europea: un direttorio di governi nel quale alcuni decidono e gli altri vengono invitati ad accodarsi.
Von der Leyen potrà rivendicare che la coalizione ha tenuto, che sono arrivati i fondi per la difesa e che l’Edip, il programma europeo destinato a rafforzare l’industria militare del continente, ha trovato una larga maggioranza. Ma il modo in cui quei risultati sono stati ottenuti racconta l’opposto di una potenza matura: le decisioni che contano sfuggono sia alla Commissione sia al Parlamento, e quest’ultimo, rispetto alla scorsa legislatura, ha perso forza e volontà di reagire.
Il 24 agosto, al vertice di Kyiv per l’anniversario dell’indipendenza ucraina, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa era ospite di una coalizione guidata da Parigi, Londra e Berlino, non protagonista di un’iniziativa comunitaria. Sul fronte interno, il regolamento Safe ha messo a disposizione 150 miliardi di prestiti per la difesa ricorrendo all’articolo 122, la clausola d’emergenza che esclude il Parlamento dalla procedura legislativa: proprio per questo il Parlamento ha impugnato davanti alla Corte di giustizia la decisione del Consiglio. Intanto la richiesta di convocare una convenzione per riformare i Trattati, avanzata già nel 2023 e ribadita nel novembre scorso con appena 330 voti contro 273, continua a essere ignorata dal Consiglio europeo.
L’Europa rischia così di acquistare potenza perdendo democrazia. O, più probabilmente, di non ottenere pienamente né l’una né l’altra.
Von der Leyen parlerà davanti a un ospite d’onore, il premier canadese Mark Carney. Carney è partner di un’Europa morale che oltrepassa i propri confini geografici e unisce la sua esperienza di libertà, Stato di diritto e benessere a paesi animati dallo stesso impulso democratico.
Con questo spirito, qualche giorno fa, la vicepresidente di Taiwan Hsiao Bi-khim, accolta in gran segreto nella Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni dalla vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, ha invitato Europa e Taiwan a riconoscersi come partner politici nonostante la distanza geografica e culturale. Le accomunano il percorso dalla dittatura alla democrazia, «un linguaggio comune, quello della libertà, e una comune aspirazione alla pace».
Von der Leyen dovrebbe dunque evitare di limitarsi al consueto catalogo di obiettivi: competitività, intelligenza artificiale, difesa, transizione energetica, immigrazione, sostegno all’Ucraina. La domanda preliminare è se l’Unione disponga delle istituzioni necessarie per realizzarli.
Nella scorsa legislatura il Parlamento europeo aveva almeno tentato di affrontare il problema. Nel novembre 2023 aveva chiesto formalmente l’apertura della procedura di revisione dei Trattati, proponendo di estendere il voto a maggioranza, attribuire nuove competenze all’Unione e rafforzarne i poteri democratici. Il Consiglio europeo ha lasciato quella richiesta senza risposta.
Il Parlamento eletto nel 2024, più frammentato e spostato a destra, non mostra la stessa ambizione riformatrice. Ma il problema, come ha osservato ieri David Carretta nel suo Mattinale europeo, non è soltanto il diverso equilibrio politico. Il Parlamento è diviso, le maggioranze sono diventate fluide e la sua capacità di agire come contraltare alla Commissione si è indebolita.
I parlamentari europei subiscono una doppia dipendenza: dalle logiche dei partiti nazionali, spesso più interessati al prossimo sondaggio che al futuro dell’Unione, e dagli interessi dei rispettivi paesi. Il risultato è paradossale: l’unica istituzione eletta direttamente dai cittadini europei rischia di comportarsi come un’altra sede di negoziato fra ventisette politiche nazionali.
Perde così precisamente la funzione che dovrebbe giustificarne il rafforzamento: rappresentare l’interesse generale dell’Unione, controllare la Commissione e costruire maggioranze politiche europee. Se si limita a sommare convenienze nazionali e tattiche di partito, non può diventare il centro democratico di una futura federazione.
Anche la Commissione rimane sospesa: troppo politica per essere considerata una semplice amministrazione, non abbastanza sovrana per agire come un governo. Cerca di volta in volta i voti dei popolari, dei socialisti e dei liberali e, quando servono, quelli delle destre nazionaliste. Non dispone però di una maggioranza politica trasparente davanti agli elettori, né delle risorse e delle competenze necessarie per mantenere le promesse che formula.
Si crea così un circuito di debolezze reciproche. Una Commissione priva di una maggioranza stabile negozia provvedimento per provvedimento. Un Parlamento frammentato non riesce né a sostenerla con chiarezza né a contrastarla con efficacia. I governi nazionali riportano le decisioni nelle proprie mani, salvo poi attribuire a Bruxelles la responsabilità delle scelte impopolari.
Questa ambiguità poteva essere sopportata quando l’integrazione procedeva attraverso compromessi tecnici e avanzamenti graduali. Diventa pericolosa quando l’Unione deve sostenere una guerra ai propri confini, difendersi dal ricatto russo, affrontare il protezionismo americano, ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti e dalla Cina e prepararsi a nuovi allargamenti.
Un mercato comune non basta per confrontarsi con tre grandi potenze. Occorrono una politica estera, una difesa, una capacità fiscale e industriale, infrastrutture energetiche e tecnologiche comuni. Occorre soprattutto un potere europeo democraticamente legittimato.
I passi necessari sono noti: superare il veto nelle materie strategiche; dotare l’Unione di risorse proprie e di un vero bilancio federale; attribuire al Parlamento pieni poteri legislativi e il diritto d’iniziativa; trasformare la Commissione in un esecutivo sostenuto da una maggioranza riconoscibile e sostituibile dagli elettori. Le coalizioni dei volonterosi dovrebbero diventare nuclei aperti d’integrazione, non direttori esterni alle istituzioni europee.
Anche l’allargamento va ripensato in questa prospettiva. Non si può governare un’Unione di trenta o più Stati conservando il diritto di ciascuno di paralizzare tutti gli altri. Ma l’Europa può organizzarsi su diversi livelli: un nucleo federale e altri cerchi di cooperazione, aperti anche a democrazie come il Regno Unito e il Canada e, in futuro, all’Ucraina e agli altri paesi europei che ne condividano principi e responsabilità.
Un’Europa più efficace e più democratica servirebbe anche a restringere lo spazio delle destre neofasciste e delle sinistre populiste. Non automaticamente, però. I populismi prosperano perché l’Unione è abbastanza presente da poter essere accusata di tutto, ma troppo debole per dimostrare la propria utilità. Impone regole senza possedere pienamente il potere di governare; assume decisioni delle quali nessuna maggioranza chiaramente identificabile risponde ai cittadini.
Per questo non basta invocare «più Europa». Serve un’Europa diversa: capace di agire e, insieme, contendibile democraticamente. I cittadini devono poter scegliere una maggioranza europea, giudicarne i risultati e mandarla all’opposizione. Altrimenti anche l’efficienza tecnocratica, anziché frenare i populismi, finirà per alimentarli.
Lo Stato dell’Unione di cui la presidente della Commissione parlerà fra poco è precisamente questo: l’Europa ha compreso di dover diventare una potenza, ma continua a temere la politica necessaria per farlo. I volonterosi possono supplire all’emergenza; non possono fondare una potenza democratica. Per resistere a Trump, Putin e Xi, e ai loro imitatori europei, l’Unione deve smettere di essere una conferenza permanente fra governi e cominciare a diventare ciò che ancora non osa nominare: una federazione.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi
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