L’hamburger prende l’ascensore, il natto vola in prima classe e al miglio restano le scale

26 Settembre 2026 - 05:10
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L’hamburger prende l’ascensore, il natto vola in prima classe e al miglio restano le scale

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Un hamburger con patatine che arriva a costare quasi trenta dollari e un vassoio di anacardi che diventa uno scandalo mediatico. La stampa internazionale di questa settimana, tra Stati Uniti, Giappone, India, Francia e Africa, registra cibi che salgono e cibi che scendono nella gerarchia di ciò che arriva in tavola. A spostarli sono il prezzo della carne, le mode salutiste, le regole europee sugli allevamenti e i modelli agricoli finanziati dai donatori. Ogni volta qualcuno guadagna una posizione, e qualcun altro la cede.

Si parte dal panino più democratico d’America. Il Washington Post prende come esempio Le Diplomate, a Washington, dove hamburger e patatine costavano quattordici dollari nel 2013 e oggi ne costano ventinove. Dietro il rincaro c’è soprattutto la carne bovina: anni di siccità hanno ridotto le mandrie statunitensi ai minimi da settantacinque anni, mentre la domanda resta sostenuta. Sui conti dei ristoranti pesano anche affitti, personale e bollette. Alcuni locali provano ad assorbire gli aumenti, altri rilanciano con panini più elaborati, così che un prezzo vicino ai trenta dollari abbia almeno qualcosa in più nel piatto a giustificarlo. Nemmeno la cucina di casa offre riparo, perché anche lì prepararlo costa di più. Il pasto economico per antonomasia ora si ordina guardando prima la colonna dei prezzi.

Il natto sale per ragioni opposte, e cioè il desiderio. Sono fagioli di soia fermentati, consumati in Giappone da secoli, con un odore pungente e una consistenza filante che dividono ancora gli stessi giapponesi. Racconta il Guardian che le esportazioni sono triplicate tra il 2017 e il 2025 e che il natto si fa strada nei supermercati e nei negozi di alimenti salutistici all’estero, spinto dall’interesse per i fermentati e dalla curiosità che corre sui social. Oltreconfine arriva con un’etichetta nuova, quella di superfood, e con un pubblico che lo cerca per benessere e per novità. In patria resta un cibo di tutti i giorni, che si può anche detestare. Fuori diventa un acquisto da mostrare.

In India, intanto, a cambiare grado è stato un gesto di routine. A Nanded, nello Stato del Maharashtra, i rappresentanti politici si sono riuniti con il ministro dell’Agricoltura per fare il punto sulla siccità, tra raccolti perduti e aiuti chiesti dagli agricoltori. Secondo il Times of India è bastato un video dei vassoi di anacardi e mandorle serviti al tavolo per scatenare le accuse di insensibilità. Alcuni coltivatori hanno contestato il ministro offrendogli, per protesta, altra frutta secca. Il primo ministro dello Stato ha difeso la consuetudine come prassi amministrativa, chiedendo però più attenzione in circostanze simili. Nei vassoi c’era quello che c’è sempre stato. Era cambiato chi guardava, e da quale campo.

In Europa è la gabbia a essere avviata verso la retrocessione. Entro fine anno la Commissione europea dovrebbe presentare una proposta per eliminare gradualmente le gabbie negli allevamenti di galline ovaiole, e Le Monde racconta come si preparano gli allevatori francesi. La Francia parte avanti: più di metà delle galline ha accesso a uno spazio aperto, ma quasi una su quattro vive ancora in gabbie attrezzate. Le loro uova finiscono soprattutto all’industria alimentare e alla ristorazione, sotto forma di uovo liquido o in polvere, dentro prodotti che non dichiarano da dove arrivino. Gli allevatori temono i costi della conversione proprio mentre cresce la domanda di uova come proteina economica. La norma può togliere la gabbia dalla legge, ma resta aperta la questione di chi pagherà per toglierla anche dagli ingredienti che nessuno legge.

La retrocessione più silenziosa si consuma però nei campi africani. Su Al Jazeera, in un intervento firmato, Million Belay e Timothy Wise tracciano il bilancio di vent’anni di Agra, l’Alleanza per una rivoluzione verde in Africa: un programma finanziato da donatori internazionali che ha puntato su sementi commerciali, fertilizzanti e colture come il mais. Nei tredici Paesi coinvolti, secondo la loro ricerca, la produzione di miglio è calata del ventisette per cento dal 2006, mentre quella di mais è più che raddoppiata. Il sorpasso, sostengono gli autori, si paga a tavola, perché miglio, sorgo e fagiolo dall’occhio garantivano varietà nelle diete e reggono meglio caldo e siccità. La loro proposta è spostare gli investimenti sulla diversità dei campi e sul diritto degli agricoltori di conservare e scambiare i propri semi. Il cereale adatto al clima che viene sta perdendo terreno proprio mentre quel clima arriva.

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