La finanza ha molti dubbi sul gigantesco business dei data center

24 Settembre 2026 - 05:30
0
La finanza ha molti dubbi sul gigantesco business dei data center

A Core Scientific data center is seen, Friday, Sept. 4, 2026, in Dalton, Ga. (AP Photo/Mike Stewart) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La costruzione dei data center è la punta dell’iceberg dell’intelligenza artificiale. È la parte più visibile, quella che ha l’impatto più immediato sulla vita delle persone, ancora più del mercato globale delle materie prime o dei semiconduttori, molto più degli effetti di lungo periodo sulla conoscenza e l’apprendimento, e almeno per ora è anche più concreta della minaccia apocalittica al futuro dell’umanità (si spera). Con la crescita impetuosa del settore servirà sempre più potenza di calcolo e quindi sempre più capannoni pieni di server, con i loro fabbisogni energetici da media potenza globale, con lo spropositato consumo idrico e l’esigenza di nuove infrastrutture.

Trasformare l’intelligenza artificiale in un elemento fisico come i data center è un’impresa titanica, e infatti qualcuno inizia a fare un passo indietro. Ad esempio Wall Street, dove diversi investitori hanno iniziato a mostrare dubbi sulla valutazione delle società del settore e sulle prospettive della domanda di calcolo.

SB Energy, società sostenuta da SoftBank, OpenAI e Nvidia, aveva programmato per questo mese una Ipo – un’offerta pubblica iniziale, con cui una società offre per la prima volta le proprie azioni al pubblico – puntando a una valutazione intorno ai cinquanta miliardi di dollari. Ma l’interesse degli investitori non è stato sufficiente alle condizioni sperate e la società ha rallentato il processo, rinviando di fatto lo sbarco in Borsa. Il caso è significativo anche perché SB Energy non ha ancora portato online un singolo data center: nel frattempo prevede 174 miliardi di dollari di investimenti per realizzare i progetti necessari a rispettare i contratti già in portafoglio. Pochi giorni prima anche Holtec International, società nucleare che puntava a raccogliere fino a novecento milioni di dollari con la quotazione, aveva rinviato l’Ipo, citando tra le ragioni l’incertezza sullo sviluppo dei data center.

È ancora presto per dire che il mondo della finanza abbia smesso di credere nell’intelligenza artificiale, ma almeno comincia a pesare con più attenzione i rischi e i costi della corsa a costruirne l’infrastruttura – per quanto alcuni costi di produzione dell’IA siano diminuiti drasticamente negli ultimi tre anni.

Nelle stesse ore in cui SB Energy rallentava la sua quotazione, i titoli tecnologici continuavano a correre: il Nasdaq aveva guadagnato il 2,8 per cento e Meta era salita dell’11,4 per cento grazie al successo del suo nuovo assistente di intelligenza artificiale, Muse. Anche i semiconduttori erano tornati a salire. La scommessa sull’IA è ancora in piedi.

Forse è proprio per questo che il mercato comincia a diventare più selettivo su tutto ciò che sta sotto quella scommessa. I data center richiedono spese enormi prima che gli impianti entrino in funzione, spesso finanziandosi con il debito. E proprio il mercato obbligazionario sta mostrando qualche cautela in più. Reuters dice che gli hyperscaler, le aziende più grandi del settore che offrono servizi di cloud computing e gestione di dati su vasta scala, stanno guardando con attenzione alla quantità e all’imprevedibilità dei prestiti necessari per finanziare data center, chip e infrastrutture. «Dobbiamo essere molto convinti dell’investimento sia per via dell’offerta in arrivo, sia per la scarsa visibilità sui relativi rendimenti», ha detto a Reuters Colby Stilson, che si occupa di investimenti per la società americana di gestione patrimoniale Brown Advisory.

Goldman Sachs stima che il debito lordo emesso dagli hyperscaler possa arrivare a quattrocentoventi miliardi di dollari nel 2027, il sessanta per cento in più rispetto alle stime per il 2026. E anche i dati citati da Reuters suggeriscono che gli investitori non stanno abbandonando il settore, almeno non ancora, ma di sicuro chiedono maggiore visibilità sui ritorni di una spesa infrastrutturale che continua a crescere.

C’è anche il caso di Project Jupiter, un grande data center che Oracle sta costruendo in New Mexico per OpenAI. I circa diciotto miliardi di dollari di prestiti legati al progetto vengono scambiati sul mercato a circa 89-91 centesimi per dollaro. Ma Oracle è almeno sette mesi in ritardo sulla tabella di marcia, anche perché ha incontrato anche una forte opposizione da parte della cittadinanza e una burocrazia intricata. E ora le banche che avevano finanziato l’operazione stanno faticando a collocare il debito su altri investitori.

A proposito delle proteste, a fine agosto qui a Linkiesta abbiamo raccontato di come la costruzione delle enormi strutture destinate a ospitare i server siano diventati parte del dibattito politico – in America con più forza che in Europa, per ora. In diversi Stati americani governatori e candidati hanno iniziato a imporre o proporre nuovi vincoli dopo mesi trascorsi a cercare di attrarre gli investimenti del settore.

In Texas, il governatore Greg Abbott ha bloccato i nuovi permessi statali per i data center fino al completamento di un audit sull’impatto sulla rete elettrica. Sulla rete texana ci sono richieste di connessione per oltre quattrocentosettanta gigawatt di nuovi data center e altri grandi consumatori, più di cinque volte la domanda di picco dello Stato. Anche in Ohio, dove stanno investendo alcuni dei maggiori gruppi tecnologici americani, il tema è entrato nella campagna per il governatore. Si vota a novembre e i due principali candidati – Amy Acton e Vivek Ramaswamy – hanno iniziato a fare proposte per delineare le nuove condizioni per la costruzione degli impianti.

A questo punto i due rami del discorso iniziano a sovrapporsi. La parte finanziaria e quella della vita quotidiana dei territori vedono lo stesso problema da prospettive diverse. La Borsa si chiede se queste infrastrutture produrranno rendimenti sufficienti a ripagare gli investimenti, mentre cittadini e politica chiedono maggiori certezze su chi pagherà l’elettricità, quanta acqua verrà consumata, dove potranno essere costruiti gli impianti e quali costi ricadranno sulle comunità.

L'articolo La finanza ha molti dubbi sul gigantesco business dei data center proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User