Il premio Nobel Krugman spiega perché Kiev non smetterà di bombardare le raffinerie russe solo per fare un piacere a Trump

Il presidente Usa Donald Trump se n’è uscito con un’altra delle sue esortando l’Ucraina a smettere di prendere di mira le raffinerie russe, e il premio Nobel Pauk Krugman non si è lasciato sfuggire l’occasione per randellarlo, metaforicamente parlando, nella sua ultima riflessione pubblicata su Substack. Già qualche settimana fa l’economista americano aveva sottolineato quanto fosse assurda la tesi esposta dal segretario al Tesoro Scott Bessent, secondo il quale la responsabilità degli alti costi energetici va attribuita in gran parte a Kiev. Ecco quel che aveva detto Bessent: «In questo momento stiamo attraversando uno shock energetico dovuto sia alla guerra in Ucraina – poiché l’Ucraina ha deciso di far saltare in aria le infrastrutture energetiche e gli impianti di raffinazione russi, il che sta creando una pressione al rialzo sui prezzi a livello globale – sia al conflitto in Iran». Ma ora è lo stesso Trump a sposare una simile tesi, dicendo: «Il signor Zelensky deve fare una cosa sola. Deve smetterla di colpire le scorte di gasolio in Russia. Che colpisca pure gli obiettivi, ma non il gasolio, perché sta causando una carenza di gasolio». E Krugman la mette giù così: «Persino per un newyorkese, quella chutzpah (più o meno sfacciataggine, ndr) era sbalorditiva. Per chi non conoscesse il termine, la “chutzpah” è quando uccidi tua madre e tuo padre e poi chiedi clemenza perché sei orfano». Poi, col suo solito mix di rigore scientifico e sottile ironia, il premio Nobel smonta pezzo dopo pezzo tesi e pretese trumpiane.
L’economista sottolinea innanzitutto il fatto che l’attenzione dei mercati e dei media non deve concentrarsi esclusivamente sul prezzo del petrolio greggio, bensì sull’impennata del costo dei distillati raffinati come il diesel e il gasolio da riscaldamento. Krugman spiega come l’aumento dei prezzi del diesel generi un impatto inflazionistico diffuso e sommerso lungo tutta la catena di produzione e distribuzione, poiché influisce direttamente sulla logistica dei trasporti pesanti e sull’agricoltura. Scrive spiegando i meccanismi economici di questa pressione inflazionistica: «I prezzi elevati del diesel aumentano il costo della vita, principalmente attraverso effetti indiretti. Relativamente poche auto passeggeri bruciano diesel, ma il diesel alimenta quasi tutti i grandi camion commerciali e due terzi delle attrezzature agricole e da costruzione. Quindi gli alti prezzi del diesel aumentano il costo di produzione in tutta l’economia, aumenti di costo che alla fine vengono trasferiti sotto forma di una maggiore inflazione».
C’è una ridotta capacità di raffinazione a livello globale? Certamente. E certamente le recenti interruzioni delle catene di approvvigionamento sono legate ai conflitti geopolitici in corso, Ucraina e Iran. Ma rispetto questa dinamica economica l’America è tutt’altro che estranea, ed essa ha generato significative implicazioni politiche negli Stati Uniti, evidenziando il contrasto tra le esigenze strategiche dell’Ucraina e le pressioni politiche sull’amministrazione Trump e sul Partito Repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato. Krugman sottolinea con severità questa contraddizione: «Ora Trump, avendo già tradito l’Ucraina a favore di Putin, sta chiedendo che Zelensky commetta un suicidio strategico. Vuole che gli ucraini ci vadano piano con la Russia perché gli effetti indiretti di quegli attacchi stanno danneggiando le prospettive dei repubblicani nelle elezioni di metà mandato».
L’economista evidenzia l’amara ironia della situazione geopolitica in cui il presidente ucraino si trova a gestire una leva di pressione indiretta ma rilevante sulle dinamiche economiche e legislative statunitensi. «Ci si trova di fronte a una deliziosa ironia in cui Zelensky si ritrova ad avere in mano carte strategiche inaspettate nei confronti della politica americana. L’impatto economico degli attacchi alle infrastrutture energetiche russe dimostra come la resilienza militare ucraina stia condizionando l’economia globale. Le decisioni tattiche sul campo di battaglia in Europa orientale continuano così a riflettersi direttamente sui prezzi al consumo e sull'arena politica negli Stati Uniti».
E infine il premio Nobel chiude la sua riflessione criticando duramente la pretesa che Kiev fermi la sua campagna militare per ragioni di convenienza politica interna americana: «Si tratta di un problema politico per Donald Trump. Gli attacchi dell’Ucraina alla Russia stanno contribuendo a quel problema. Quindi Trump ha effettivamente buone ragioni per volere che l’Ucraina fermi la sua campagna aerea altamente efficace. Ma non dovrebbe né otterrà ciò che vuole. Ricordate il fattore faccia di bronzo (the chutzpah factor): non si può tradire una nazione e poi pretendere che ti aiuti politicamente senza offrire nulla in cambio».
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