La felicità è come la mela di Newton, ti cade addosso ma devi raccoglierla

25 Settembre 2026 - 05:20
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La felicità è come la mela di Newton, ti cade addosso ma devi raccoglierla

Quando penso alla felicità mi viene sempre in mente Isaac Newton. Forse è solo una leggenda che ha scalfito il nostro immaginario collettivo, ma pare – lo sappiamo tutti – che un giorno lo scienziato inglese facesse una piccola siesta sotto un albero del giardino di sua madre, nello Yorkshire. Mentre riposava (secondo altri invece passeggiava) gli cadde in testa una mela. Questo incidente gli servì per formulare la legge della gravitazione universale. L’aneddoto mi torna sempre in mente perché nulla illustra meglio il significato di happiness, “felicità”. E visto che la lingua maggiormente usata nel mondo è l’inglese, vale la pena riflettere sul vocabolo più sulla bocca di tutti per esprimere il nostro desiderio quotidiano di appagamento assoluto.

Happiness deriva dalla radice –hap che ha a che fare non solo col successo e la prosperità, ma soprattutto con la caduta. L’Oxford English Dictionary la definisce «la possibilità o la fortuna che cade su una persona». L’idea medievale della Dame Fortune, la dama che gira la ruota del destino, è l’anima del vocabolo. Due mezzi versi di Dante bastano per capire ogni cosa: «Giri Fortuna la sua rota/ come le piace» (If XV, 95-96). La Fortuna faccia come crede, dice il poeta, visto che il saliscendi della ruota non è in alcun modo direzionabile e l’uomo non può nulla contro di lei.

L’etimologia, però, ci insegna che ogni parola ha una storia e se scaviamo accediamo a un sapere che altrimenti rimarrebbe nascosto. Davvero la scoperta della legge della gravitazione è stata soltanto il frutto del caso? Proviamo a ripercorrere i fotogrammi di quel momento.

La mela cade sulla sua testa, ma non è nella caduta che sta la felicità: se Newton non si fermasse a riflettere sull’evento e a interpretarlo non potremmo parlare di felicità. Solo chi sfila l’accaduto dal caso ne diventa interprete e parte attiva, trasformando un’azione subita in un percorso che lo conduce verso il bene. La felicità può dunque caderci addosso, ma se lasciamo prevalere la sola casualità dell’accadimento non ne faremo mai l’inizio di un cammino che ci cambia. Anche perché la felicità, ci dice la lingua inglese (ma anche quella tedesca), è sempre già consumata nell’atto stesso in cui si presenta: è ac-caduta. La mela, una volta a terra, ha terminato il suo percorso. Potremmo mangiarla senza pensarci e riprendere la passeggiata: sarebbe comunque godere di un dono inaspettato. Gli inglesi direbbero satisfaction. Ma l’unico modo per arrivare a happiness è osservare il caso (una parola che deriva dal latino cadere) cercando di penetrarne il mistero. Proprio questo ha fatto Isaac Newton quel mitico pomeriggio. Lo scienziato raccoglie la sorpresa dell’attimo e la mette in relazione col suo sapere e con la sua vita. Segue fino in fondo quell’evento improvviso e se ne lascia trascinare proprio come fosse una manifestazione del suo destino. Dal caso (la mela) trarrà quanto di più opposto esista: una legge (quella della gravitazione universale).

Non voglio, però, con questa interpretazione, sovrascrivere il significato di happiness, una parola talmente ricca e tridimensionale che fa pensare a molte altre cose, prima di tutto a una contraddizione sotto gli occhi di ciascuno di noi: mentre il progresso della scienza e della tecnologia avanzano a ritmi serrati, la lingua più usata dagli uomini affida ancora la felicità alla fortuna e al destino. Nonostante diventiamo sempre più capaci di controllare e gestire un numero maggiore di fenomeni complessi, la parola per descrivere il più alto appagamento umano rimane un vocabolo che indica il caso.

Sembra che questa lingua voglia ricordarci che il caso continua ad esistere e a rimanere una variabile determinante e insondabile della nostra esperienza. Personalmente non lo considero un male. Anzi, tenerlo a mente aiuta a ridimensionare ambizioni, aspettative, pretese, ricordandoci che la felicità è una “caduta” le cui cause, anche se necessarie, restano per noi misteriose e persino irrazionali. Possiamo sviluppare la stessa attenzione di Newton, ma non possiamo impedire alla mela di cadere nel suo momento.

Happiness diventa così una parola che, come racconta l’esperienza dello scienziato, ci interpella, ma anche un vocabolo che ci toglie dalle spalle un certo senso di onnipotenza che caratterizza l’uomo moderno, sicuro dei suoi mezzi e delle sue possibilità di accesso a qualsiasi appagamento. Insomma, happiness ci alleggerisce soprattutto di una felicità intesa troppo spesso come dovere. È liberatorio invece pensare che non dobbiamo essere felici a tutti i costi, anche perché non dipende da noi. L’esibizione di giovinezza, salute, ricchezza, successo in cui ci imbattiamo ogni giorno nella comunicazione, è una felicità fasulla perché finge di ignorare i conti col caso.

Happiness, invece, ci stimola e autorizza a non «condannarci alla felicità», perché la vita non si riduce a questo, ma ha altre forme – e altre parole! – che indicano il bene. Questa consapevolezza ci rimette davanti alla nostra umanità più vera, uno stato precario e fragile, non assimilabile agli dei sempre felici dell’antichità classica. La grandezza dell’uomo è tutt’altra e consiste nel tenere a mente che non siamo falliti se non siamo costantemente felici. Non abbiamo sprecato la vita se qualcosa va storto o se il destino ci trascina dove mai vorremmo. Avremo di che esaminarci ma dobbiamo prepararci a non afferrare una causa che possa sciogliere gli enigmi.

La presa di coscienza di questa dinamica, ovviamente, non autorizza a un atteggiamento fatalistico e deresponsabilizzante, perché il nostro ritrarci o non agire danneggerebbe senz’altro chi ci circonda, ma è piuttosto un ammonimento che ricorda quanto il sapere, la logica, la tecnica, siano strumenti che garantiscono progresso ma non danno un automatico accesso all’appagamento interiore.

LOGOS. PAROLE DAL MEDITERRANEO
PALERMO, PARCO VILLA FILIPPINA
Domenica 27 settembre
Ore 16:00 | Palco Regione Siciliana – Main stage
FELICITÀ
E se la felicità non fosse qualcosa da conquistare, ma qualcosa che, come una mela, improvvisamente ci cadesse addosso?
Sta a noi raccoglierla, interrogarne il mistero e scoprire, nella fragile imprevedibilità del caso, una possibilità diversa di abitare gli spazi.
Un viaggio nelle parole di Marco Balzano per riscoprire la sottile meraviglia dell’esistenza.
Introduce Milena Romeo

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