Reinhold Messner, tra l'uomo e la montagna

Il 17 settembre 1944, a Bressanone, in Alto Adige, nasce Reinhold Messner, destinato a diventare una delle figure più importanti e influenti della storia dell'alpinismo mondiale. La sua storia, tuttavia, non comincia sulle grandi montagne dell'Himalaya, né con una delle sue imprese leggendarie. Comincia molto prima, nella Val di Funes, ai piedi delle Odle, in un paesaggio nel quale la montagna non è semplicemente un elemento dello scenario, ma una presenza quotidiana, concreta, quasi familiare. È lì che Messner impara a conoscere la roccia, i boschi, i pascoli, la neve e il cambiamento della luce sulle pareti. È lì che nasce, prima ancora dell'alpinista, il suo rapporto con la natura.
Reinhold cresce in una famiglia numerosa, insieme ai fratelli, in un ambiente profondamente legato alla cultura alpina. Il padre Josef è insegnante e conosce bene le montagne della valle. Quando Reinhold ha appena cinque anni lo accompagna sul Sass Rigais, nel gruppo delle Odle. È un'esperienza precoce, ma destinata a lasciare un segno profondo. Il bambino non può ancora sapere che quelle pareti diventeranno il punto di partenza di una vita straordinaria, né che molti anni dopo sarebbe stato considerato uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi. Conosce soltanto la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di più grande di lui.
La Val di Funes nella quale cresce è un ambiente particolarmente ricco dal punto di vista naturalistico. Le Dolomiti, con le loro rocce chiare, le pareti verticali e le forme modellate nel corso di milioni di anni, mostrano in modo quasi evidente la storia geologica del territorio. Nei boschi crescono abeti, larici e pini; più in alto compaiono il pino mugo, i pascoli alpini e la vegetazione adattata alle condizioni dell'alta quota. Camosci, marmotte, cervi, caprioli e numerose specie di uccelli condividono questo ambiente. Nelle aree protette delle Odle la tutela della biodiversità convive con una presenza umana antica, fatta di sentieri, pascoli, malghe e tradizioni.
È un mondo nel quale Messner impara una cosa che rimarrà centrale nella sua filosofia: la montagna non è un oggetto da conquistare, ma un ambiente con il quale entrare in relazione.
Da ragazzo comincia ad arrampicare con sempre maggiore impegno. Le Dolomiti diventano il suo primo grande laboratorio. Prima delle spedizioni himalayane arrivano le pareti alpine, le vie difficili, le ascensioni nelle quali deve imparare a fidarsi delle proprie capacità e a leggere ciò che la montagna gli comunica. Negli anni Sessanta si distingue rapidamente per le sue capacità tecniche e per un modo di affrontare l'arrampicata che rompe con molte delle consuetudini dell'epoca. Messner preferisce muoversi con pochi compagni e con il minor materiale possibile. Non ama trasformare la montagna in un cantiere. La sua idea è quella di affrontare la parete direttamente, assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni e accettando che la natura non possa essere completamente controllata. È la filosofia dello stile alpino, destinata a cambiare profondamente l'alpinismo d'alta quota.
Quella scelta non nasce dal desiderio di rendere l'impresa più spettacolare, ma da una convinzione più profonda. Più l'uomo porta con sé strumenti, strutture e protezioni, più rischia di creare attorno a sé un ambiente artificiale. Messner vuole invece conservare un rapporto diretto con la montagna, anche quando questo significa aumentare la difficoltà e il rischio.
Le grandi pareti delle Dolomiti e delle Alpi diventano così la palestra nella quale si forma l'uomo che in seguito affronterà gli Ottomila. La sua volontà cresce insieme all'esperienza, ma non è una volontà cieca. È la volontà di continuare a conoscere, di spingersi oltre ciò che già conosce e di comprendere fin dove possa arrivare il corpo umano quando viene messo a confronto con ambienti estremi.
Poi arriva il Nanga Parbat.
Nel 1970 Reinhold Messner parte per il Pakistan insieme al fratello Günther. La spedizione ha come obiettivo la gigantesca parete Rupal del Nanga Parbat, una delle pareti montuose più impressionanti del pianeta. Günther non è soltanto suo fratello: è anche un compagno di montagna con il quale Reinhold condivide la passione per l'arrampicata.
I due raggiungono la vetta, ma durante la discesa accade la tragedia. Le condizioni meteorologiche sono difficili e i fratelli sono costretti a scendere dal versante Diamir. Günther scompare. Reinhold riesce a sopravvivere, ma torna a valle gravemente provato e con congelamenti ai piedi che gli provocheranno conseguenze permanenti. Günther, invece, non torna e da quel momento il Nanga Parbat entra nella vita di Messner in una maniera completamente diversa. Non è più soltanto una montagna salita, diventa il luogo della perdita, il luogo nel quale è rimasto suo fratello.
Successivamente, alla tragedia si aggiunge una lunga controversia. Messner sostiene di essere arrivato in vetta insieme a Günther e di averlo perso durante la discesa, spiegando che il fratello sarebbe stato travolto da una valanga sul versante Diamir. Alcuni membri della spedizione sostengono invece una versione diversa degli avvenimenti e lo accusano di aver abbandonato Günther. La polemica diventa pubblica e accompagna Messner per decenni.
Per lui non è soltanto una questione di reputazione. È il bisogno di sapere che cosa sia accaduto veramente a suo fratello.
La ricerca continua nel tempo. Nel 2000 viene ritrovato un osso umano ai piedi della parete Diamir. Alcuni anni dopo vengono trovati altri resti e oggetti personali. Gli esami genetici confermano che appartengono a Günther. La montagna, dopo trentacinque anni, restituisce finalmente una parte della verità che aveva custodito. Ma non restituisce il tempo perduto.
La morte di Günther avrebbe potuto interrompere definitivamente la carriera di Reinhold. Invece accade qualcosa di diverso: Messner decide di continuare. Non significa che il dolore sia scomparso. Significa che il dolore entra nella sua storia e diventa parte del modo in cui guarda la montagna.
Negli anni successivi affronta alcune delle montagne più difficili del mondo. Nel 1978, insieme a Peter Habeler, raggiunge l'Everest senza ossigeno supplementare, dimostrando che la vetta più alta della Terra può essere raggiunta senza ricorrere all'ossigeno artificiale. Nello stesso anno affronta in solitaria il Nanga Parbat, tornando proprio sulla montagna che aveva segnato la morte del fratello. Nel 1980 sale nuovamente l'Everest, questa volta in solitaria e senza ossigeno supplementare.
Sono imprese che trasformano definitivamente il suo nome in una leggenda dell'alpinismo, ma Messner non sembra interessato soltanto al primato. Il suo vero progetto è più ambizioso: raggiungere tutti i quattordici Ottomila, le montagne della Terra che superano gli 8.000 metri. La sfida richiede anni di spedizioni, attraversamenti, preparazione e capacità di affrontare condizioni ambientali estreme. Nelle grandi quote il corpo umano vive in una condizione limite: l'aria contiene molto meno ossigeno, il freddo può diventare mortale, il vento può cambiare rapidamente e il rischio di valanghe e crolli accompagna ogni salita.
Messner affronta uno dopo l'altro questi giganti dell'Himalaya e del Karakorum. Nel 1986, con la salita del Lhotse, completa il suo progetto e diventa il primo uomo ad aver raggiunto tutti i quattordici Ottomila, senza utilizzare ossigeno supplementare nelle sue ascensioni.
A quel punto avrebbe potuto considerare conclusa la propria storia di alpinista. Invece continua.
È forse proprio questo il tratto più importante della sua personalità: la volontà di continuare non si esaurisce quando viene raggiunto un obiettivo. Dopo le grandi cime arrivano altri ambienti estremi, altri territori, altre forme di esplorazione. Messner attraversa deserti, regioni polari, la Groenlandia e l'Antartide. Il suo interesse si allontana progressivamente dall'idea della vetta e si avvicina a quella dell'esplorazione come conoscenza. Questa poi è una trasformazione importante, perché Messner giovane cerca il limite dell'alpinista; il Messner maturo tende a farsi domande sul limite della conoscenza. E qui la montagna torna a essere fondamentale, perché la natura non è quello che si vede. Quello che vediamo è soltanto una parte del mondo naturale. Una parete rocciosa può sembrare immobile, ma è sottoposta continuamente all'erosione, un ghiacciaio sembra fermo, ma si muove lentamente, un bosco appare silenzioso, ma è attraversato da relazioni fra piante, animali, acqua, suolo e clima. L'uomo vede una forma, la natura contiene un processo, e Messner ha imparato a guardare proprio quel processo. La montagna non è soltanto la vetta che compare all'orizzonte, ma tutto ciò che accade attorno e dentro di essa. È la geologia, il clima, l'acqua, il vento, la vegetazione, gli animali, il tempo. È la relazione fra gli organismi e il territorio. È la memoria di un ambiente che esisteva prima dell'uomo e che continuerà a esistere dopo di lui.
In questa prospettiva, anche il paesaggio dell'infanzia assume un significato nuovo. Le Odle non sono semplicemente le montagne davanti alle quali Messner è cresciuto ma un archivio naturale. Forse è proprio qui che nasce quel particolare rapporto tra realismo e immaginazione che accompagna il suo racconto della montagna.
Il desiderio di continuare lo ha portato a toccare un grano di montagna. Una piccola pietra, quasi insignificante, può diventare il simbolo di qualcosa di immenso: dentro quel frammento esiste una storia che precede di milioni di anni la vita di un uomo. La roccia porta con sé il tempo della Terra, anche se l'occhio non può vederlo.
Messner ha raccontato la montagna attraverso libri, fotografie, film, musei e testimonianze. Dopo avere trascorso una parte fondamentale della propria vita sulle grandi cime, ha dedicato sempre più spazio alla cultura della montagna. I Messner Mountain Museums nascono proprio da questa esigenza: non limitarsi a esporre trofei o raccontare imprese, ma mettere al centro il rapporto tra l'uomo e il mondo montano. La montagna è un patrimonio naturale e culturale. Ed è proprio questa consapevolezza che rende più profonda la storia di Messner.
La montagna è rimasta il punto di partenza, ma il viaggio è diventato anche interiore. Che cosa resta all'uomo quando torna da un luogo estremo? Che cosa significa avere raggiunto una vetta? Che cosa rimane dopo un record? E soprattutto: che cosa può insegnare una montagna a chi vive lontano da essa?
Forse insegna che la grandezza non consiste necessariamente nel dominare, a volte consiste nell'imparare ad ascoltare.
La vita di Reinhold Messner è, in fondo, la storia di un uomo che ha trascorso decenni cercando di avvicinarsi a ciò che non può essere completamente posseduto. Ha raggiunto le montagne più alte della Terra, ha attraversato ambienti estremi, ha conosciuto la gloria e la tragedia, ha perso il fratello e ha dovuto affrontare una lunga stagione di polemiche prima di vedere confermata, attraverso il ritrovamento dei resti di Günther, una parte essenziale della sua ricostruzione, ma alla fine la montagna è rimasta più grande dell'uomo.
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