I casi Starmer, Renzi e Letta mostrano la vocazione antiriformista di Schlein

24 Giugno 2026 - 05:09
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I casi Starmer, Renzi e Letta mostrano la vocazione antiriformista di Schlein

La grande offensiva contro i riformisti va avanti senza posa. Sembrerebbe un titolo da anni Venti del Novecento; invece, va bene per gli anni Venti del Duemila. Elly Schlein non vuole buttare fuori Matteo Renzi, ma perlomeno subisce il no di Giuseppe Conte ad associare organicamente il leader di Italia Viva all’alleanza. La temperatura polemica sul ruolo di Renzi si sta alzando pericolosamente e, se continua così, tutto diventa possibile. Più in generale, nel Partito Democratico sta salendo, incontenibile, un’onda antiriformista. Ogni occasione è buona. In particolare, quando cade un leader riformista come Keir Starmer, considerato a sinistra uno che ha fatto la politica della destra. Esattamente ciò di cui erano accusati Filippo Turati e Giacomo Matteotti.

Ecco qua: «Il Labour a guida Starmer si arrende a causa di un’ulteriore distanza messa tra i socialisti inglesi e il sogno europeo: la promessa di pace, la solidarietà tra i popoli, un’economia davvero redistributiva. Starmer ha creduto di poter prosciugare l’acqua che alimenta l’estrema destra nuotando in quello stesso fango, provando a limitare i danni anziché scartare, interpretando una vera alternativa».

Così ha parlato Marta Bonafoni, vicinissima alla leader del Pd, tanto da essere accreditata come sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio del possibile governo Schlein, emettendo la sentenza di condanna: Starmer ha perso perché ha nuotato nello stesso fango della destra. Il popolo non perdona (Starmer ha perso una dura lotta interna, non le elezioni, ndr), ora spazio alla sinistra vera (Andy Burnham), il quale è stato anche seguace di Tony Blair e Gordon Brown. Ma il cambiamento promesso da Burnham – ha fatto notare Filippo Sensi – sarà possibile «solo se costruito su quanto Starmer ha portato avanti in questi due anni e non contro: penso ad esempio alla collaborazione crescente con l’Europa e alla posizione ferma sull’Ucraina». 

Non è improbabile che la sacrosanta intransigenza dell’ormai ex premier britannico non abbia – diciamo così – toccato le corde del gruppetto demoproletario oggi al vertice del Pd. C’è qualcosa di molto italiano in quel vecchio schema leninista che condusse infine alla vergognosa formula del socialfascismo.

Insomma, per capirci, Starmer come controfigura di Renzi e di Enrico Letta. Servi della borghesia, si diceva una volta, e dei partiti di destra che ne sono la proiezione politica. Il povero Letta è stato crocifisso per aver postato una foto dei quattro presidenti americani: Barack Obama, Bill Clinton, Joe Biden e George W. Bush, cosa che ha fatto indignare un dirigente del Pd milanese che si chiama Lorenzo Pacini: «Ma che cazzo stai dicendo, Letta?» (Manco l’educazione sanno più nell’Area C di Milano).

Il problema – per Pacini – è che «sembriamo, sembrate, la copia un pochino più civile della destra». È ovvio che la questione non sia Starmer o un post di Letta. Si tratta piuttosto delle spie rosse che si accendono in un frangente nel quale la sinistra storica si è votata alla battaglia contro i revisionisti, alias riformisti, insomma, quelli che contestano la linea del partito unico Pd-M5S-Avs.

Ormai vi sono troppi segnali che indicano il desiderio recondito di farli fuori dall’Alleanza progressista, la denominazione del tripartito Pd-M5S-Avs scelta ieri da Schlein, in una Direzione non memorabile, invece dell’usurata dizione di campo largo. Chiaro che i riformisti dem siano in sofferenza. Cercano sponde fuori. Non rinunciano a tenere il filo del dialogo con chi ha lasciato il partito proprio a causa della sua involuzione gruppettara: primo appuntamento, il 25, al Teatro Franco Parenti di Milano (“C’è ancora domani”), con le dem Lia Quartapelle e Simona Malpezzi insieme a Pina Picierno, Elisabetta Gualmini e Marianna Madia. Schlein è gentile con tutti, ma gioca un po’ con le parole.

Il problema non riguarda tanto le proposte concrete, quanto il taglio, la prospettiva politica del suo agire. Quando invita ad allargare l’alleanza, in realtà, la leader del Nazareno considera Pd, M5S e Avs come i feudatari, ed eventuali altri come vassalli, valvassini e valvassori. Una piccola macchina da guerra medievale. Con la quale rischia di andare a sbattere contro il muro di una destra che non è affatto morta.

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