Storia di un’identità frammentata, dentro le pieghe del conflitto israelo-palestinese

11 Settembre 2026 - 07:40
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Storia di un’identità frammentata, dentro le pieghe del conflitto israelo-palestinese

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Widad e Linda s’incontrano per la prima volta in Slovenia nell’ottobre del 2024. Widad coordina un programma di accoglienza per profughi palestinesi, Linda v’è giunta con la figlia Waad, entrambe sopravvissute a un bombardamento israeliano su Gaza. Waad ha riportato una gravissima lesione vertebrale e necessita cure specialistiche. Widad le accoglie, contribuendo a salvarla. Ricorda la sua ammirazione per quella madre indomita: «L’aria sapeva di disinfettante e pioggia, eppure sorrideva», scrive. 

Tra le prime cose che Linda dice alla sua salvatrice, un po’ scherzando e un po’ no, c’è questa: “Secondo me tu sei una spia”. Sembra il finale sospeso del primo episodio di una serie tv, la svolta capace di rendere irresistibile il resto della storia. Linda, la madre in fuga dalla guerra per salvare la figlia, è in realtà un membro di Hamas. Widad, l’attivista che si batte per i diritti umani, è figlia di una donna ebrea, dettaglio che aveva taciuto. Quando Linda lo scopre, esplode in un impeto di rabbia: “Non sarò soddisfatta finché non avrò vendicato ogni morto di Gaza e non avrò ucciso ogni ebreo”. 

Sarebbe bello risolvere tutto con un season finale capace di ricomporre i pezzi. Ma la realtà di Widad e Linda è di quelle che non si lasciano rinchiudere in una sceneggiatura. La storia di Linda e Waad è uno dei capitoli del libro struggente e necessario che Widad «ha messo al mondo negli ultimi due anni» mi dice. Se scriverlo è stato uno sforzo ai limiti dell’autolesionismo, leggerlo non è da meno. A partire dal titolo: Dal fiume al mare, una formula che fanatici di entrambi gli schieramenti brandiscono per rivendicare il diritto esclusivo su quella terra tra il Giordano e il Mediterraneo.

Illustrazione di Mario Damiano

Ma per Widad, quel “fiume” e quel “mare” sono soltanto il perimetro dentro cui da sempre la gente soffre, combatte, muore, ama, spera, umilia, s’arrende e continua inspiegabilmente a sognare. Come lei. Figlia d’un palestinese fuggito dall’occupazione israeliana seguita all’aggressione dei Paesi arabi del 1967 e di una madre ebrea, è cresciuta ovunque tranne nel luogo cui sente di appartenere. Quando ha deciso di raccontare la storia della sua famiglia spezzata, ne conosceva le insidie: «Il libro è stata una liberazione: l’ho macinato dentro di me per tutta la vita. Quando inizi a scrivere, gli eventi scorrono sul computer con una lucidità che sorprende anche te stessa. La sofferenza l’hai già consumata prima». 

Dal fiume al mare intreccia ricordi personali, racconti crudi, fatti storici e digressioni giuridiche in un equilibrio raro. Le pagine sembrano lastre di ghiaccio sulle quali il lettore scivola senza riuscire ad aggrapparsi a ideologie e pregiudizi. «L’equilibrio è la bussola di chi parteggia per l’umanità tutta. Non puoi affrontare questa materia schierandoti. Per questo ho inserito le digressioni giuridiche, poco note ma inconfutabili. Il mio equilibrio e la mia speranza nascono dalla convinzione che la pace debba fondarsi sulla giustizia». 

Quell’equilibrio ha però aperto ferite nella famiglia. «Il lato palestinese ne è disturbato. Sono esplosi attriti. La sofferenza più grande è stata resistere ai sensi di colpa. Il mio secondo libro riguardava mio padre, profugo di Hebron negli Anni 60 e mio nonno che subì lo stesso destino a Trieste negli Anni 30 dello stesso secolo. La famiglia non era riuscito ad accettarlo, mi sentii costretta a riscriverlo anche se lo feci ritirare dalle librerie. Stavolta nessun compromesso. Guerra e pace riguardano tutti, non solo chi le vive direttamente».

Illustrazione di Mario Damiano

Widad racconta d’incontrare persone che si arrabbiano, piangono, si commuovono pur non essendo né ebree né palestinesi: «Capisci così quanto la gente abbia bisogno di sperare». Anche per questo Linda e Widad sono tornate a parlarsi: «Lei rappresenta tutto ciò a cui mi oppongo, a partire dalla sua appartenenza ad Hamas. Eppure è una donna di 36 anni che ha visto morire dodici familiari, inclusi una figlia e due mariti. E ora ha un’altra figlia in carrozzina. Mi ha costretta a spogliarla di tutto ciò che l’allontanava dall’umanità, concentrandomi sul principio che ogni essere umano ha diritto a protezione, cibo e un tetto, indipendentemente da tutto». E aggiunge: «Abolire il giudizio e attivare un filtro di compassione è necessario». 

Quando Linda l’ha conosciuta non poteva elaborare la sua doppia identità: «Non le avevo detto delle mie origini per rispetto del suo dolore». Ma per Widad, il punto non è amare od odiare, ma riconoscere la giustizia: «Vivo da sempre su un confine, conosco il valore delle ferite mai guarite. La vittima va riconosciuta. Il primo risarcimento è la verità, che è riparativa. Il limite da superare è l’idea che alcune vite possano valere meno di altre». A proposito della sua vita dopo il libro: «Non tornerà più come prima. Credo in ciò che porto avanti e sono convinta che i diritti delle persone vengano prima delle differenze, a prescindere di quale fiume e quale mare stiamo parlando. Questo messaggio m’obbliga a prendere distanze da persone che amo molto. Loro fanno soffrire me e io faccio soffrire loro. Ma non esiste un dolore più legittimo di un altro». 

Poi sorride appena: «Mi rendo conto che questo comporterà una condizione di grande solitudine. Eppure mi sento investita da questa responsabilità, forse in modo perfino romantico. I miei genitori mi hanno chiamata Widad, che significa amore. Non so se lo abbiano fatto consapevolmente o sia stata io ad averlo mitizzato. Ma non rinuncio. Perché questa mia debolezza, anche se dolorosa, è diventata la mia forza».

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