Meloni non è l’antidoto a Vannacci, è la versione istituzionale dello stesso populismo

11 Settembre 2026 - 07:40
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Meloni non è l’antidoto a Vannacci, è la versione istituzionale dello stesso populismo

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’evento per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, Bari, Venerdì 4 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Italian PM Giorgia Meloni celebrates the longest-serving government of the Italian Republic, Bari, Friday, September 4, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Ernesto Galli della Loggia sul Corriere pone una domanda seria e dà, secondo me, una risposta sbagliata. La domanda è questa: che cosa sta succedendo alle democrazie occidentali? La socialdemocrazia perde consensi, il centro cristiano anche, avanzano destre nazionaliste, sovraniste, populiste. E su questo c’è poco da obiettare. Anzi, bisognerebbe che soprattutto noi, che ci diciamo progressisti e riformisti, smettessimo di consolarci attribuendo ogni sconfitta all’ignoranza degli elettori.

Se AfD cresce in Germania, Marine Le Pen in Francia, Roberto Vannacci in Italia, se Donald Trump ha conquistato due volte la Casa Bianca, evidentemente esiste una domanda politica alla quale le democrazie liberali non stanno rispondendo. Sicurezza, immigrazione, identità, salari, paura del declino, solitudine davanti alla trasformazione tecnologica. La sinistra a volte ha risposto con un vocabolario incomprensibile; il centro, quando è andata bene, con un convegno.

Fin qui Galli della Loggia pone problemi veri. Poi però sostiene che, davanti alla crisi della sinistra e del centro, la cultura liberale sarebbe finita quasi naturalmente a destra e che proprio la destra italiana rappresenterebbe un argine alle nuove formazioni sovraniste e populiste, alludendo a Meloni senza mai citarla.

Qui il ragionamento si rovescia. Può Giorgia Meloni essere l’antidoto italiano al fenomeno Le Pen-AfD-Vannacci? Può esserlo colei che è arrivata al governo cavalcando per anni esattamente lo stesso cavallo? Sovranità nazionale, invasione dei migranti, Bruxelles matrigna, élite contro popolo, identità minacciata, confini da difendere, no euro, sentimenti antiscientifici, panpenalismo.

Poi Palazzo Chigi, l’Europa, i mercati e le alleanze internazionali hanno imposto a volte una moderazione. Fortunatamente. Ma l’esperienza di governo può temperare un linguaggio, non riscriverne la genealogia.

E Vannacci, da questo punto di vista, non ha inventato proprio nulla. Il voto che oggi raccoglie è in buona parte lo stesso voto di protesta che ieri si innamorava del primo Movimento 5 Stelle, poi di Salvini, poi della Meloni. Cambiano il volto, il partito e il bersaglio del giorno; resta il meccanismo. No euro, no scienza, porti chiusi, élite traditrici, Bruxelles nemica, una soluzione semplice per ogni problema complicato. Populismo a gogò. Ogni volta sembra l’inizio di una rivoluzione, ogni volta dura lo spazio di un soffio. A una condizione, però: che dall’altra parte qualcuno costruisca un’alternativa seria. Perché il populismo prospera soprattutto nel vuoto lasciato dalla politica.

E infatti basta guardare all’Europa. La grande questione liberale del nostro tempo non è difendere l’Europa che abbiamo. È costruire quella che non abbiamo ancora. Dove sta Meloni? Tra quelli che tengono l’Europa in catene per poi dire che l’Europa fa schifo.

Abbiamo pensato per decenni di poter essere una grande potenza economica senza diventare una potenza politica. Quel mondo è finito. Putin ci ha ricordato che esistono ancora i carri armati. Trump che l’ombrello americano non è un diritto acquisito. Xi Jinping che industria, tecnologia e geopolitica ormai sono la stessa cosa.

E noi abbiamo un’Europa con ventisette politiche estere, ventisette politiche energetiche, ventisette eserciti, un bilancio minuscolo e il diritto di veto che permette a un singolo governo di paralizzare tutti gli altri. Sulle tecnologie siamo bravissimi a scrivere regolamenti e molto meno a costruire imprese capaci di competere con americani e cinesi.

Allora facciamoci una domanda molto semplice: chi è più liberale? Chi vuole abolire il veto o chi vuole conservarlo? Chi vuole una difesa comune o chi difende gli eserciti nazionali? Chi vuole un vero governo europeo eletto direttamente dal popolo e responsabile davanti a un Parlamento con pieni poteri legislativi o chi continua a volere l’Europa degli Stati?

Da che parte sta Meloni? Quasi sempre dalla parte sbagliata. Se queste sono le domande, la destra celebrata da Galli della Loggia come nuova casa dei liberali diventa improvvisamente molto meno liberale. Perché proprio il nazionalismo che essa continua a custodire impedisce all’Europa di compiere il salto politico necessario per sopravvivere nel nuovo mondo e affrontare le sfide energetiche, ambientali, economiche e sociali a partire dalla povertà e dai salari.

Lo stesso vale sull’immigrazione. L’Italia invecchia, fa pochi figli e le imprese chiedono da decenni lavoratori che non trovano. Avremmo bisogno di discutere seriamente di ingressi regolari, formazione, lavoro, scuola, cittadinanza, integrazione. Invece continuiamo a raccontare l’immigrazione quasi esclusivamente come invasione, emergenza e criminalità.

Su questo terreno Meloni non è la diga contro Vannacci: troppo spesso ne fotocopia il dizionario, naturalmente con i toni più istituzionali che impone Palazzo Chigi.

E qui sta forse l’errore più pericoloso. Davanti alla crescita delle destre radicali si può pensare che la soluzione sia inseguirle, che essere liberali significhi esprimere gli stessi concetti in maniera più edulcorata. Un po’ meno Europa, un po’ più frontiere, un po’ più identità, un po’ meno diritti, qualche nemico da indicare.

Ma trent’anni di questa omeopatia politica hanno prodotto il risultato opposto. Se per anni spieghi agli elettori che l’immigrazione è soprattutto una minaccia, senza ragionare su come regolarla e sui possibili benefici, alla fine voteranno chi lo dice senza vergognarsene. Se racconti Bruxelles come un fastidio, sceglieranno chi vuole liberarsene. Se trasformi ogni differenza in una guerra culturale, vincerà chi quella guerra la combatte meglio.

E c’è un altro errore che noi progressisti dovremmo avere il coraggio di riconoscere. Non si salva il nostro modo di vivere rinunciando al nostro modo di vivere. Sarebbe illiberale. L’inclusione è un principio meraviglioso se significa che puoi professare la tua religione, vivere liberamente, avere gli stessi diritti di tutti gli altri. Diventa la propria caricatura quando, per includere qualcuno, si finisce per escludere qualcun altro. A cominciare dalle donne.

Una democrazia liberale non deve chiedere scusa per i propri valori. Non deve vergognarsi dell’uguaglianza tra uomini e donne, della libertà individuale, della laicità, dei diritti conquistati in secoli di battaglie.

Le Pen in Francia, AfD in Germania e Vannacci in Italia si nutrono anche delle nostre rinunce. Ogni volta che confondiamo l’inclusione con la resa sui principi, regaliamo loro un argomento. La risposta alla destra estrema non è diventare meno liberali. È esserlo molto di più.

Rispettare tutti e non arretrare di un millimetro sui principi che rendono possibile quel rispetto.

E anche qui la domanda è la stessa: da che parte sta Giorgia Meloni quando i diritti individuali entrano in conflitto con la sua idea identitaria di famiglia, religione e società?

Difendere l’Occidente non significa trasformarlo nella caricatura che ne fanno i suoi nemici. Significa difendere la libertà delle donne, la libertà religiosa e quella di non credere, i diritti delle minoranze, lo Stato di diritto, la scienza, la libertà di parola, la dignità di ogni individuo. Senza piegarli al fondamentalismo religioso, alle esasperazioni ideologiche di certo progressismo e neppure al nazionalismo identitario.

Su una cosa, dunque, Galli della Loggia ha ragione: i liberali devono tornare a difendere senza imbarazzo i valori fondativi dell’Occidente.

Ma è proprio questa la ragione per cui non possono consegnarsi alla destra. Perché il contrario del politicamente corretto non è Vannacci. Il contrario dell’Europa debole non è il ritorno delle nazioni. Il contrario di una sinistra che ha smarrito il rapporto con la realtà non è una destra che trasforma ogni paura in identità politica.

C’è uno spazio enorme per chi vuole essere radicalmente liberale e radicalmente europeo, riformista senza essere conformista, progressista senza considerare ogni tradizione un peccato originale. Per chi sull’immigrazione pretende insieme integrazione e regole. Per chi difende le minoranze senza chiedere alla maggioranza di vergognarsi di sé. Per chi pensa che la risposta al declino dell’Occidente sia più Occidente, non meno.

È lo spazio che il centro e la sinistra riformista hanno colpevolmente lasciato vuoto e che dovrebbero tornare ad abitare. Perché i liberali non stanno a destra o a sinistra per destino. Stanno dalla parte della libertà. E oggi, tra un’Europa più forte e il ritorno delle nazioni, tra i diritti individuali e l’identitarismo, tra la società aperta e quella dei confini culturali, la destra di Giorgia Meloni sta troppo spesso dall’altra parte. E non ha nulla di liberale.

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