Trump non capisce che Putin non vuole un accordo, vuole solo vincere la guerra che ha iniziato

25 Settembre 2026 - 11:20
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Trump non capisce che Putin non vuole un accordo, vuole solo vincere la guerra che ha iniziato

Russian President Vladimir Putin leads a cabinet meeting via videoconference at the Novo-Ogaryovo residence outside Moscow, Wednesday, Sept. 23, 2026. (Vyacheslav Prokofyev/Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

«Non posso morire adesso. Devo ancora occuparmi delle sanzioni alla Russia», scherzava Lindsey Graham poche ore prima di morire. Nove settimane dopo, il provvedimento che porta il suo nome è diventato legge con la firma del presidente degli Stati Uniti. Rispecchiando la volontà degli americani, il Congresso ha messo nelle mani dell’esecutivo un bastone molto pesante: dazi fino al 100 per cento sui principali acquirenti di petrolio e gas russi.

Avrà effetto solo se Trump deciderà di usarlo. Il Senato ha approvato il provvedimento con 86 voti contro 11 e la Camera con 262 contro 159, in una rara dimostrazione di determinazione bipartisan e nel più importante provvedimento legislativo sull’Ucraina da quando Trump è tornato alla Casa Bianca.

Approvata con grande ritardo, la legge mette anche in luce una contraddizione al cuore della politica americana. La Russia di Putin invade i Paesi vicini da quasi vent’anni, mentre le aggressioni restano impunite e le vittime vengono lasciate a cavarsela da sole. La guerra continua a causa dell’aggressivo revanscismo di Mosca, non perché, nelle parole di Donald Trump, ci siano «due persone (Putin e Zelensky) che si odiano».

La Russia ha invaso la Georgia nel 2008 e l’Ucraina nel 2014, cinque anni prima che Volodymyr Zelensky venisse eletto presidente. Nel luglio 2021 Putin aveva esposto le sue intenzioni genocidarie in un saggio di cinquemila parole, e sette mesi dopo è arrivata l’invasione su vasta scala.

È su questo quadro che si è ora innestato il canale diplomatico guidato da Steve Witkoff. Purtroppo, finisce per assecondare proprio quel modello di aggressione russa che il Congresso sta finalmente cercando di fermare.

«Non vi disgusta sedervi allo stesso tavolo con un criminale di guerra internazionale, il macellaio del popolo ucraino?», ha chiesto il giornalista Dmytro Gordon agli inviati di Trump a Kyjiv, dove Witkoff e Kushner sono arrivati dopo aver incontrato Putin a Mosca.

Una domanda e un’accusa confezionate insieme. Ma che cosa si aspettavano gli ucraini? Come potrebbe la Casa Bianca restare impegnata in una diplomazia ad altissima posta senza parlare con Putin? Come possono i negoziatori americani mantenere aperto un canale senza protocollo, decoro e occasionali manifestazioni di rispetto?

In apparenza difendibile, questa logica fallisce clamorosamente se la si valuta alla luce delle conseguenze. Nel perseguire un accordo, gli emissari di Washington hanno prodotto risultati diametralmente opposti ai loro obiettivi dichiarati.

Poco dopo essersi insediata, l’amministrazione Trump ha messo sul tavolo un cessate il fuoco senza condizioni.

L’Ucraina lo ha accettato entro ventiquattr’ore, nel marzo 2025. Mosca lo ha respinto allora e ogni giorno da quel momento. Lo Stato aggressore ha risposto a ogni apertura diplomatica con nuova violenza gratuita. Ora piovono missili e droni letali sui depositi alimentari e sui treni passeggeri, mentre vengono commessi crimini di guerra sempre più sfacciati sotto gli occhi di tutti.

Oggi la Russia sta aiutando l’Iran a sviluppare missili da crociera supersonici a statoreattore, destinati a minacciare le portaerei americane e a penetrare le difese delle basi militari degli alleati statunitensi nella regione. Sia chiaro: queste armi sono progettate per colpire e uccidere gli americani.

Jared Kushner ha una sua teoria della pace. «La guerra è a somma negativa e tutti ne escono perdenti», ha detto a Victor Pinchuk alla conferenza YES di Kyjiv. «Economia, affari e pace sono a somma molto positiva». L’obiettivo, ha spiegato, è trovare «la formula giusta che funzioni per tutti».

Anche questa teoria crolla al primo contatto con gli operatori russi di droni che danno la caccia ai civili ucraini per divertimento, in quella che gli osservatori delle Nazioni Unite hanno definito un «safari umano».

Kushner e Witkoff sono negoziatori di lungo corso e, quando tutto ciò che hai è un martello, ogni problema sembra un chiodo. Così ricorrono allo schema che conoscono: costruire fiducia, trovare un terreno comune, allargare la torta, raggiungere un accordo. Kushner dice che la questione più difficile è il territorio.

La sua soluzione? Negoziare e scendere a compromessi, naturalmente. La guerra della Russia non è un problema negoziale. Fare accordi non significa soltanto mancare il punto: significa incentivare e premiare la predazione.

Per che cosa combattono i russi? Secondo i servizi segreti britannici, la Russia ha subito un milione e mezzo di perdite, tra cui mezzo milione di morti. La stragrande maggioranza delle perdite è stata registrata dopo il gennaio 2023, in cambio del 2 per cento del territorio ucraino.

Putin dice di volere tutto il Donbas. Gli inviati americani hanno chiesto perché? Il campo di battaglia è in Ucraina, eppure Mosca da tempo racconta ai propri cittadini che sono in guerra con la Nato e che la Nato è una foglia di fico per la proiezione di potenza americana.

Sovvertire le istituzioni occidentali, spezzare l’alleanza militare di maggior successo della storia e spingere le democrazie ad abbandonare i propri principi e i propri interessi strategici servono, per il Cremlino, a uno scopo che riguarda molto più da vicino la Russia stessa.

L’obiettivo primario della guerra di Mosca contro l’Ucraina, paradossalmente, non si trova in Ucraina. È la sopravvivenza della «Federazione Russa» stessa e il controllo del Cremlino sulle colonie interne che la compongono. A un osservatore esterno può sembrare strano.

L’Urss crollò nel 1991, Mosca perse quattordici repubbliche e la Russia che rimase sembrava solidissima. Dal punto di vista di Mosca, questa è ingenuità avvolta nell’ignoranza. Chiunque sieda sul trono russo prima o poi comprende che questo Stato-Frankenstein grande quanto un continente, esteso attraverso undici fusi orari, è esposto per sempre a forze centrifughe che lo spingono a disgregarsi. Mosca ha bisogno di un nemico, di un risentimento e di un racconto di grandezza nazionale abbastanza forte da giustificare il proprio diritto di saccheggiare il petrolio del Tatarstan, il gas dello Jamal-Nenets e i diamanti della Jacuzia.

Non c’è conflitto, non c’è incomprensione, non c’è prospettiva di un esito vantaggioso per tutti quando si parla della guerra che la Russia ha scelto di combattere. Nessuna. Continua perché la Russia continua a combatterla.

L’America non può risolvere la necessità di Mosca di mantenere un sistema di potere fondato sull’estrazione delle risorse, da Kaliningrad alla Kamčatka. È per questo che l’idea di un «accordo» con il Cremlino è un errore nei suoi stessi presupposti.

La dottrina di Reagan, basata sulla forza e sulla chiarezza morale, funzionò con Mosca. I tentativi di sacrificare l’Ucraina sull’altare di una pace ottenuta attraverso la debolezza hanno prodotto l’effetto opposto, costando all’America la reputazione di potenza mondiale affidabile e seria e all’Ucraina i suoi figli e le sue figlie più coraggiosi.

Questa compulsione a fare accordi non porrà fine alla guerra russa. Per un impero predatorio incentrato su Mosca, le concessioni sono un incoraggiamento.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Kyiv Independent.

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