La sinistra intersezionale, le minigonne, e la sindrome di Stoccolma

Dobbiamo proprio cominciare dalle minigonne? Secondo me, per dire le preoccupazioni dell’elettorato di sinistra, possiamo prenderla da dove la prenderebbe il Mulino, una casa editrice nella quale, diceva Edmondo Berselli, «sanno tutto dei puritani del Massachusetts e niente delle mondine di Molinella».
Due giorni fa il Boston Globe pubblica un articolo che da allora è il più letto del suo sito nonostante la sinossi minima non sia delle più appassionanti: cos’è successo quando un bar per lesbiche a Greenfield, diciassettemila abitanti, ha revocato l’obbligo delle mascherine per la sua clientela.
Le mascherine?, diranno i miei piccoli lettori chiedendosi se stiamo pubblicando per sbaglio un articolo del 2021. Le mascherine. Come sapete, ormai tutto ciò che è identitario serve a sentirsi speciali, e quindi un bar per lesbiche diventa un ritrovo di malate immaginarie.
Quindi il locale, Last Ditch Bar, il 31 agosto ha annunciato su Instagram un nuovo dj, l’incontro d’un gruppo di volontariato, e poi ha – «con amore», come vedremo non ricambiato – comunicato «a tutte le nostre dive immunodepresse e disabili» che d’ora in poi il sabato sera le mascherine, finora utilizzate perché appunto la clientela si percepisce cagionevole, sarebbero state opzionali. Apriti cielo.
«Se questa fosse l’epidemia di Aids, sareste dalla parte di quelli che erano contro i profilattici e che volevano lasciar morire in solitudine i malati»; «Avete stabilito che le vite dei disabili sono sacrificabili, tipico della sinistra bianca»; «Come si fa ad annunciare un cambiamento di questa enorme portata con tanta leggerezza»; «È come se aveste deciso di organizzare una serata a tema Odio e Discriminazione»; «Come facciamo a considerarvi una comunità se vi comportate in modo da ucciderci»; «Spero che mettano delle bombe nel vostro locale, così imparate a derubare la mia gente immunodepressa dei suoi piani per il sabato sera»; «Se vi preoccupate solo di proteggervi voi al costo della MORTE per chiunque altro, non siete meglio dei fascisti»; «Godetevi il vostro contributo ai picchi di Covid nazionali» (negli ultimi mesi non c’è stato neanche un caso di Covid a Greenfield).
Poiché nessuno ascolta né me né la regina Elisabetta né Justine Sacco, il Last Ditch si scusa. Promette di stare attento a tutti i bisogni e a tutte le intersezioni (in neolingua: l’accumulo di sfighe per cui sei del genere sessuale più sfigato ma pure della razza più sfigata ma pure cagionevole di salute ma forse pure orfana).
Se siete lettori di lungo corso di questa paginetta, sapete cosa succede a questo punto: che le cose peggiorano, perché la regola delle scuse è che non bastano mai. Questa volta la vibrante accusa è di aver postato le scuse senza non so quale tecnologia che le renderebbe leggibili allorché ciechi (sono così poco intersezionale che neanche sapevo ci fosse un braille per Instagram).
La storia farebbe già ridere così, ma c’è che il Last Ditch è così inclusivo che sta fallendo. L’hanno aperto tre amiche che hanno fatto un punto di principio dell’accogliere senzatetto, povere, chiunque non potesse pagare: paga solo chi ce li ha. Risultato: in breve tempo non ha più pagato nessuna. Sono piene di debiti, e quindi si sono consultate con la Camera di Commercio LGBT del Massachusetts (sì, c’è una specifica Camera di Commercio per busoni: le istituzioni devono essere inclusive, diamine) e hanno detto proviamo una serata senza mascherine, magari arriva qualche cliente pagante (sapete, quella orrida categoria capitalista che permette ai locali di pagare l’affitto e gli stipendi ai baristi).
Due delle proprietarie mollano l’impresa; una per iscriversi a, giuro che non sto scherzando, una scuola per imparare a fare il pagliaccio. Rimane una poracrista ventiseienne, che voleva solo dare una mano alle sue due amiche e ora da mesi vive nel suo furgone e fa quattro lavori per tenere su l’audace impresa che è un bar per lesbiche non disposte a pagare il conto.
Quando, l’11 settembre, racconta le proprie difficoltà nell’incontro della community per venire a capo dello scandalo del sabato smascherato, viene accusata da gente collegata via Zoom di essere molto razzista a mettere al centro della conversazione i suoi problemi (a Greenfield non hanno familiarità con Mogol, quindi diversamente da noi non stanno canticchiando «conoscevi già, mi hai detto, i problemi miei di donna»).
Dopo la chiusura dell’assemblea, e l’invito a partecipare dal vivo la prossima volta (liquidato come la «richiesta razzista di sobbarcarsi un lavoro emotivo e fisico»), il tizio che protestava via Zoom va su Instagram a dire che il locale non è «un luogo sicuro né interessato alla prassi rivoluzionaria» (vogliono fare la rivoluzione, ma hanno paura dei rumori del frigo).
Dico «il tizio» perché, alla giornalista del Boston Globe che lo contatta per farsi spiegare cosa lo turbi, Noire (si fa chiamare così) dice che si identifica come «lesbica gender-espansiva» (non so voi, ma io sono troppo vecchia per queste stronzate) che usa il pronome «lui». Poiché la giornalista è americana, ritiene indiscreto domandare se Noire abbia la barba o le ovaie, e ci lascia con la curiosità: sarà un uomo che, come Berlusconi, si percepisce lesbica, o una donna che, come me, si percepisce maschio alfa?
Ora, tutta questa vicenda sembra uno sketch comico usato per spiegare di che cosa parliamo quando parliamo di «woke 1»; e, anche, per vendere i giornali: il Boston Globe dice d’avere mille nuovi abbonati arrivati solo per ridere del bar di lesbiche, per un quotidiano regionale sono tantissimi, è evidente che «ma tu guarda quanto sono ridicoli a sinistra» è ormai un genere giornalistico.
Ci avrete fatto caso: appena la destra dice una scemenza, la sinistra decide di rispondere con una scemenza maggiore, che impedisca all’opinione pubblica di concentrarsi sulla scemenza di destra perché impegnata a imbarazzarsi per la scemenza di sinistra.
Per dire, Vannacci dice che lui, tra minigonna e gonna lunga, preferisce «senza gonna», e giù tutte a dire che schifo, che maniaco, che violenza. Siamo donne adulte. Sappiamo tutte che un uomo che ha bisogno di ribadire quanto gli piaccia la figa quando non è quello il tema della conversazione è un uomo con dei problemi prestazionali. Sappiamo tutte che gli si dà un affettuoso buffetto e gli si dice «ma certo», mica lo si prende sul serio. Lo sappiamo tutte, tranne quelle che fanno il mestiere della politica.
Il momento in cui il bar di lesbiche di Greenfield e le minigonne del Senato convergono è quello in cui la ragazza che dorme nel furgone, alla giornalista del Boston Globe che le dice non è possibile che centinaia di commentatori siano tutti vostri clienti, quanti clienti può avere un bar d’un paesino, risponde che no, che quelli che le insultano hanno forti legami col posto, che lo criticano perché sono appassionati, che fanno bene a criticarlo. Forse il punto non è se la sinistra sia riformista o rivoluzionaria, populista o istituzionale, proporzionale o maggioritaria, cubana o romagnola. Forse l’unico punto è: ce la farà mai, a Molinella o a Greenfield, a smettere d’avere la sindrome di Stoccolma?
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