Trump sta discutendo con l’Iran una costosissima via d’uscita dalla guerra (forse)

All’inizio della settimana, l’amministrazione Trump parlava di un Iran prossimo alla capitolazione. Ieri invece stava discutendo la progressiva revoca del blocco navale, lo sblocco di fondi congelati e persino un piano internazionale di investimenti da trecento miliardi di dollari. Sembra il solito circo messo in piedi da Donald Trump e i suoi. L’ennesimo cambio di postura, ormai sempre più rapsodici e imprevedibili, che racconta molto dello stato della guerra e forse ancora di più dello stato dei negoziati.
Non è un’esagerazione. Martedì il segretario della Difesa – pardon, della Guerra – Pete Hegseth, sosteneva che l’economia iraniana fosse «in ginocchio», che la marina di Teheran sarebbe stata spazzata via e che «nessuna petroliera iraniana al mondo fosse più al sicuro». E poi venerdì il New York Times ha rivelato che Washington e Teheran stanno discutendo una bozza di memorandum che racconta una storia molto diversa. Mediatori qatarioti e pakistani avrebbero avvicinato le posizioni delle due parti al punto da elaborare un quadro preliminare che potrebbe aprire la strada a un accordo più ampio. Trump non ha ancora dato il via libera definitivo, ma la trattativa sarebbe entrata in una fase decisiva.
Sul tavolo ci sarebbe anzitutto una cessazione delle ostilità. Ma già qui le versioni divergono: secondo alcune fonti occidentali si tratterebbe di una tregua iniziale di sessanta giorni, prorogabile; secondo fonti iraniane, invece, il testo parlerebbe di una «dichiarazione di fine della guerra» valida per tutta la durata dei negoziati.
Il secondo punto riguarda lo Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transitava circa un quinto del petrolio e del gas mondiale prima dello scoppio del conflitto. Secondo la ricostruzione del New York Times, l’Iran consentirebbe la riapertura della navigazione commerciale, mentre gli Stati Uniti ridurrebbero progressivamente il blocco navale imposto ai porti iraniani. Anche qui restano divergenze su tempi e modalità, ma il principio condiviso è riportare il traffico marittimo ai livelli precedenti alla guerra. E va ricordato che, prima dell’attacco americano, lo Stretto era aperto e facilmente percorribile.
C’è poi il dossier nucleare, che non verrebbe risolto subito. Le questioni più delicate – il destino delle scorte di uranio arricchito, il livello di arricchimento consentito e il futuro del programma nucleare iraniano – sarebbero rinviate a una seconda fase negoziale. Nel frattempo Teheran congelerebbe le proprie attività nucleari e Washington si impegnerebbe a non inasprire ulteriormente le sanzioni.
Ma il dettaglio più sorprendente della bozza non riguarda né il nucleare né Hormuz. Tra le clausole discusse compare infatti un fondo internazionale per l’Iran del valore potenziale di trecento miliardi di dollari. Fonti iraniane parlano apertamente di un programma di ricostruzione postbellica. Due diplomatici coinvolti nei colloqui descrivono invece il progetto come un grande fondo di investimento che gli Stati Uniti contribuirebbero a facilitare nel caso in cui si arrivasse a un accordo definitivo.
Anche la cifra, i trecento miliardi di dollari, appunto, non è stata confermata da tutte le fonti coinvolte nei negoziati, ma il fatto stesso che venga discussa è significativo. Trecento miliardi di dollari equivalgono grosso modo all’intero prodotto interno lordo annuale dell’Iran. Secondo il New York Times, l’idea del fondo sarebbe riconducibile ai soliti due nomi dell’inner circle trumpiano: Steve Witkoff, inviato speciale per il Medio Oriente, e Jared Kushner, genero del presidente. Entrambi provengono dal mondo immobiliare e degli investimenti. Alcuni mediatori sostengono che abbiano discusso la possibilità di promuovere grandi progetti immobiliari a Teheran e di favorire l’ingresso di aziende americane, comprese importanti società energetiche, nel mercato iraniano. Dopotutto, Kushner e Witkoff erano coinvolti anche nell’importante progetto per il nuovo litorale a Gaza: hanno una certa esperienza in materia.
La bozza dell’accordo prevede un percorso graduale che potrebbe consentire all’Iran di recuperare parte dei circa ventiquattro miliardi di dollari congelati all’estero. Teheran chiede di poter accedere almeno fino a venti miliardi di questi fondi. Ma per Trump sarebbe anche un problema politico interno. Per anni ha attaccato Barack Obama per aver autorizzato il trasferimento di 1,7 miliardi di dollari all’Iran nell’ambito dell’accordo nucleare del 2015. La differenza, per la Casa Bianca, in questo caso è che non si tratta di soldi americani, ma denaro iraniano sbloccato da Paesi terzi.
Per mesi la Casa Bianca ha presentato la guerra come uno strumento per risolvere il problema iraniano. Un problema che non solo non è stato risolto con la forza, ma si discute di investimenti, sanzioni e corridoi commerciali. La spiegazione, in questo caso, va ricercata nelle parole usate da Robert Kagan pochi giorni fa, e cioè che Trump non può più vincere la guerra, può al massimo gestirne le conseguenze negative. «Trump probabilmente spera che l’opinione pubblica americana non colga fino in fondo la portata strategica di questa battuta d’arresto. […] Il presidente potrebbe anche tentare di spostare l’attenzione altrove, magari aprendo un nuovo fronte contro Cuba», scrive Kagan.
Anche il tempo gioca contro la Casa Bianca. Ogni settimana di guerra aumenta il rischio di incidenti militari e rende più difficile per Trump presentarsi come il presidente che aveva promesso di chiudere i conflitti, non di aprirne di nuovi. Senza dimenticare la chiusura di uno dei passaggi commerciali più importanti del pianeta, con tutte le conseguenze economiche che già si vedono.
Ovviamente se l’accordo di cui parla il New York Times dovesse concretizzarsi, Trump canterà vittoria: ci sarà uno sbandieramento ai quattro venti come coronamento della sua politica aggressiva. Ma qualcuno potrebbe leggerla diversamente, ad esempio come il riconoscimento che gli Stati Uniti abbiano solo negoziato una costosissima exit strategy. Non il messaggio più incoraggiante da dare agli elettori nell’anno del voto di metà mandato.
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