Alla Festa dell’Unità di Corvetto mancava soprattutto Corvetto

Dopo aver letto il tweet di un recente disoccupato che diceva che moriremo tutti per colpa dell’intelligenza artificiale, dopo aver letto Dario Amodei che gli dava ragione, Sam Altman che dava ragione ad Amodei ed Elon Musk che dava ragione ad Altman, e non avendo nessun dubbio sul fatto che finirà malissimo, penso che la mia vita debba cambiare. Basta litigi, basta incomprensioni, basta social: decido di uscire di casa e di andare alla Festa dell’Unità di Milano all’Arci Corvetto. Andrò lì e parlerò con la gente, con gli ultimi, con le soggettività marginalizzate, fermeremo insieme la deriva autoritaria e fascista, se necessario comprerò il libro di Arturo Scotto, smetterò di seguire Pina Picierno sui social e mi iscriverò a un corso di teatro anticoloniale.
L’Arci Corvetto è un gioiellino incastonato tra le macellerie halal e una sede della Guardia di Finanza. Davanti alla caserma vengo stranamente fermata non da un maresciallo, ma da un gruppo di Amnesty International che mi chiede se possiamo fare due chiacchiere: i tempi in cui mi sarei messa a ricordargli di quando hanno buttato nella spazzatura i volantini con gli ostaggi israeliani sono finiti; perdonato anche l’elenco (poi cancellato) in cui hanno catalogato come gruppi anti-diritti gruppi di sostegno alle donne; potrei andare avanti molto a lungo, ma benvenuta, nuova me: rise and shine. Purtroppo, non posso fermarmi, compagni di Amnesty, nella mia testa penso che potrei dargli dei soldi, fargli un Satispay; ce l’avranno Satispay visto che hanno a che fare con gli indigenti.
Arrivo al circolo e ci sono gli attivisti con le Hogan, i comunisti con le scarpe da barca, i liberali col marsupio, signore coi capelli blu e l’argenteria di casa appesa al collo, pensionate vestite bene Michael Kors, e con un certo sospetto mi accorgo che l’unico posto a Corvetto dove non ci sono i maranza è la Festa dell’Unità. Al muro sono appesi lo striscione «FERMIAMO IL PIANO CRIMINALE DI NETANYAHU», lo striscione «MAI PIÙ COMPLICI» che deve essere uno di quei post-it che si appiccicano al frigo per ricordarsi le cose, cartellone con il verso di una canzone di Francesco Guccini, le foto delle madri costituenti, il menù della festa con le linguine allo scoglio e le opzioni senza glutine. Splende il sol dell’Avvenire sulla gauche caviar.
Si beve solo Gaza Cola, e nessuno che abbia colto l’occasione per inventarsi il Gaza Libre, c’è un po’ da rivedere il marketing, compagni. Entro nella sala grande, che in realtà è un campo da calcio, campo da calcio da cui sono stati sfrattati i bambini per far posto al Campo Largo: se non andiamo ai Mondiali, sapete perché. Mi guardo in giro e non vedo soggettività marginalizzate, a parte alcuni pensionati e un bambino con la Gaza Cola, ma probabilmente le soggettività sono rimaste marginalizzate al bar dei Giovani Democratici a bere lo spritz.
È in programma un panel su AI, social, salute mentale: non faccio in tempo a sedermi che Benedetta Scuderi inizia a parlare di un mammut ritrovato nel Danubio (morto, non vivo). Penso: ecco, ho fatto bene a venire; l’AI ci ucciderà riportando in vita le specie estinte. Come ho fatto a non pensarci? Ho visto anche il film.Mentre cercavo di ricordarmi come Sam Neill usciva dal casino messo in piedi dal techno-nonno capitalista, una ragazza mi si avvicina e mi dà un foglio. Penso che voglia dei soldi, la nuova me tira fuori il portafogli, l’anno prossimo il PD metterà sicuramente la mia foto tra le madri costituenti: purtroppo non mi chiede denaro, ma la mia opinione sui data center con un questionario. Io non ce l’ho un’opinione sui data center; non so nemmeno com’è fatto un data center, è un edificio? È un concetto? Può essere risolto con una mail questo problema?
Scuderi prosegue ricordandoci che c’è il colonialismo delle risorse, che le big tech ci stanno colonizzando, che c’è un data center a Lacchiarella, chiede se ci ricordiamo dei continui blackout di questa estate: certo che me li ricordo, sono stati quindi i data center a sbrinarmi il freezer, maledetti data center fascisti, li costruiremo a testa in giù in piazzale Loreto. Scuderi finisce e prende la parola Fabio Giommi, psicologo clinico e psicoterapeuta, che ci dice che ci parlerà di salute mentale: la scaletta è piuttosto visionaria. Giommi inizia il suo intervento parlando dell’attenzione. Da buon cane da riporto di Pavlov, appena qualcuno inizia a parlare di attenzione entro nella modalità in cui non riesco a pensare ad altro se non al mio cervello ridotto a un colabrodo tarato sulla durata dei verticali di TikTok fatti con l’AI, soprattutto quelli dove c’è il capo della mafia che assume una moglie per far da madre al figlio orfano. Il contributo di Giommi è estremamente interessante; si prosegue con interventi altrettanto interessanti, se non che ad un certo punto, di botto, Lia Quartapelle si alza, prende il microfono e ci dice: «Adesso ci dividiamo in gruppi e parliamo tra di noi degli argomenti del panel».
Non faccio in tempo a cercare l’uscita, bloccata dalle signore che stanno ancora compilando il questionario perché probabilmente stanno ancora cercando di capire che cos’è un data center, che mi ritrovo in mezzo al gruppo sulla salute mentale con il dottor Giommi, Lia Quartapelle, una consigliera comunale, un gruppo di signore e di signori molto interessati, e un ragazzo luddista che prende appunti su un quadernone a quadretti e non sul telefono. Il gruppo dei data center con Scuderi ride ad alta voce per far capire agli altri che si stanno divertendo; immagino si stiano organizzando per dare fuoco al data center di Lacchiarella; chiediamo quindi se cortesemente possono abbassare la voce che stiamo lavorando, noi.
La consigliera comunale racconta al gruppo della causa che ha coinvolto Meta, parla del patto digitale che ha contribuito a scrivere – io l’ho letto, non l’ho firmato perché non firmo patti né col diavolo né tantomeno con l’amministrazione comunale, ma non era una brutta idea –. Io dico che siamo sull’orlo dell’apocalisse e che moriremo tutti; una signora un po’ preoccupata chiede come si fa a bloccare tutto, sembra la conferenza sull’Anticristo di Peter Thiel. La verità è che non c’è una risposta, perché la risposta ce l’ha il gruppo dei data center.
Una volta finita la discussione, esco dalla sala percependomi Barbora Bobulova in “Cuore sacro”: penso che mi iscriverò a un gruppo di produzione culturale di quartiere, farò dei Satispay ai bisognosi, guarderò i film di Ken Loach, curerò la mia salute mentale, el pueblo unido jamás será vencido. Mentre penso a quante cose ho da fare a casa per combattere il fascismo, vedo avvicinarsi all’ingresso una piccola folla, dal niente si materializzano i libri di Arturo Scotto sulla Flotilla; le signore si sventagliano che manco stesse passando Marcello Mastroianni ai tempi d’oro, e capisco che è arrivato Nicola Fratoianni. Ho il leggero sospetto che la vecchia me stia per tornare; sento come dei trigger nell’aria; mi dico che rimango giusto qualche minuto.
In quei minuti Fratoianni dice – faccio una sintesi –: no ai climapiattisti, «facile parlare quando si ha l’aria condizionata sullo yatch», no alle bombe/sì agli ospedali, l’Ucraina va sostenuta non procrastinando la guerra, no ai soldi per le armi, e a ogni «no» scatta l’applauso. Io il cupio dissolvi non l’ho mai capito; ho dei principi non negoziabili tra cui quello della sopravvivenza; sapevo che la nuova me sarebbe durata poco; decido di tornare a casa a guardare i verticali di TikTok che almeno non mi fanno la morale, sperando di non finire nel multiverso di Roberto Vannacci.
Esco dall’Arci Corvetto, faccio cento metri e finisco in mezzo a una manifestazione propal, manifestazione che onestamente mi aspettavo dentro e non fuori. Non mi sembrano molti, più che altro famiglie e sindacalisti. Il ragazzo col microfono urla contro Donald Trump: «Israele assassini giù le mani dai bambini», finendo con: «Concludiamo come ci ha insegnato il nostro caro presidente Hannoun: sempre per una Palestina libera». A me è sembrata molto evidente la distanza tra dentro e fuori, la stessa distanza che c’è tra Versailles e la Bastiglia, ma non so se ne siano tutti consapevoli: se non lo sono, è peggio.
Arrivo alla fermata della 93, aspetto quaranta minuti insieme a quelli della manifestazione e penso al campo da calcio. Avrei voluto dire una cosa al mio gruppo, ed è questa: appesi alla rete del campo da calcio dove gli esponenti di partito parlavano di massimi sistemi, ci sono centinaia di nastrini, e su ognuno dei nastrini c’è scritta una parola. Io me li sono letti tutti, i nastrini; immagino che li abbiano scritti i ragazzi che frequentano il circolo, e le parole che hanno scelto sono quelle che dovrebbero rappresentare il futuro. Saper vedere cosa succede a due metri da te è importante; partirei da qui.
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