Perché crollarono le Torri Gemelle e cosa sappiamo davvero dell’11 settembre

14 Settembre 2026 - 07:10
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Perché crollarono le Torri Gemelle e cosa sappiamo davvero dell’11 settembre

Qual è la notizia? Sono passati venticinque anni e un giorno da quando diciannove terroristi di al-Qaeda dirottarono quattro aerei di linea e li usarono per compiere il più sanguinoso attentato terroristico della storia degli Stati Uniti. L’11 settembre 2001, alle 8:46 del mattino a New York (le 14:46 in Italia) il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center; diciassette minuti dopo, alle 9:03 (15:03), il volo United Airlines 175 colpì la Torre Sud. Alle 9:37 (15:37) in Italia, un terzo aereo, American Airlines 77, si schiantò contro il Pentagono, vicino a Washington. Il quarto, United Airlines 93, era diretto verso la capitale americana, ma alcuni passeggeri, dopo avere saputo attraverso le telefonate a terra che gli altri aerei erano stati usati come armi, tentarono di riprendere il controllo del velivolo. L’aereo precipitò alle 10:03 (16:03), in un campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania, senza raggiungere il proprio obiettivo. Nel frattempo, a New York, migliaia di persone stavano evacuando le Torri Gemelle mentre vigili del fuoco, poliziotti e altri soccorritori entravano negli edifici. La Torre Sud crollò alle 9:59 (15:59); la Torre Nord alle 10:28 (16:28). Negli attentati morirono 2.977 persone, esclusi i diciannove terroristi: 2.753 a New York, 184 al Pentagono e 40 sul volo 93. Tra le vittime c’erano anche 343 vigili del fuoco di New York.

L’operazione era stata organizzata da al-Qaeda, l’organizzazione jihadista guidata da Osama bin Laden. I bersagli scelti rappresentavano il potere economico, militare e politico degli Stati Uniti: le Torri Gemelle, il Pentagono e un obiettivo a Washington, con ogni probabilità il Campidoglio, sede del Congresso. Meno di un mese dopo, il 7 ottobre, gli Stati Uniti e i loro alleati iniziarono la guerra in Afghanistan contro al-Qaeda e il regime dei talebani che le dava rifugio. Negli anni successivi cambiarono profondamente anche la sicurezza e l’antiterrorismo americani: i controlli negli aeroporti furono resi più rigidi e affidati a una nuova agenzia federale, la TSA; le cabine di pilotaggio vennero rinforzate; nacque il Department of Homeland Security, il dipartimento per la Sicurezza interna; e il Patriot Act ampliò considerevolmente i poteri investigativi e di sorveglianza delle autorità. Bin Laden riuscì invece a rimanere nascosto per quasi dieci anni, finché nel maggio del 2011 fu individuato in Pakistan e ucciso durante un’operazione delle forze speciali americane autorizzata dal presidente Barack Obama.

Il punto. Domande e risposte. 

Chi ha fatto materialmente l’attentato?
Diciannove uomini appartenenti ad al-Qaeda. Furono divisi in quattro gruppi, uno per ciascun aereo: cinque sull’American Airlines 11, cinque sullo United Airlines 175, cinque sull’American Airlines 77 e quattro sullo United Airlines 93. Quindici erano cittadini dell’Arabia Saudita, due degli Emirati Arabi Uniti, uno dell’Egitto e uno del Libano. Ogni gruppo aveva un uomo incaricato di pilotare l’aereo dopo il dirottamento: Mohamed Atta sull’American 11, Marwan al-Shehhi sullo United 175, Hani Hanjour sull’American 77 e Ziad Jarrah sullo United 93. Tutti e quattro avevano seguito lezioni di volo negli Stati Uniti. Gli altri quindici avevano soprattutto il compito di sopraffare equipaggio e passeggeri e permettere al pilota del gruppo di raggiungere la cabina. Mohamed Atta era anche il principale coordinatore operativo dell’attentato negli Stati Uniti, ma il via libera finale all’operazione era arrivato da Osama bin Laden, capo di al-Qaeda.

Chi era Osama bin Laden?
Osama bin Laden era un saudita nato a Riad nel 1957 in una delle famiglie più ricche del paese. Suo padre, Mohammed bin Awad bin Laden, aveva creato un gruppo edilizio diventato uno dei principali appaltatori della monarchia saudita. All’università King Abdulaziz di Gedda si avvicinò agli ambienti dell’islamismo radicale. Negli anni Ottanta operò in Pakistan e soprattutto in Afghanistan a sostegno dei combattenti musulmani contro l’occupazione sovietica. Raccolse denaro, contribuì al reclutamento di volontari provenienti da altri paesi arabi e costruì una rete di contatti dalla quale nel 1988 nacque al-Qaeda, l’organizzazione jihadista di cui divenne il leader. Il rapporto con l’Arabia Saudita si ruppe all’inizio degli anni Novanta. Bin Laden contestò soprattutto la decisione della monarchia di permettere agli Stati Uniti di schierare truppe nel paese durante la guerra del Golfo. Lasciò l’Arabia Saudita e nel 1994 gli fu revocata la cittadinanza. Dopo alcuni anni trascorsi in Sudan, nel 1996 tornò in Afghanistan, dove il regime dei talebani gli consentì di stabilire le basi di al-Qaeda.

L’idea venne a bin Laden?
No, a Khalid Sheikh Mohammed, conosciuto come KSM, un jihadista nato in Kuwait da una famiglia di origine pakistana. La Commissione sull’11 settembre, l’organismo bipartisan istituito dal Congresso per ricostruire gli attentati e gli errori che li resero possibili, lo ha definito il «principale architetto» degli attentati. Khalid Sheikh Mohammed propose a bin Laden di utilizzare aerei di linea come armi contro obiettivi negli Stati Uniti. Tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999 bin Laden diede il via libera. Da quel momento al-Qaeda trasformò il progetto in un’operazione concreta: reclutò gli uomini, pagò viaggi, permanenza e addestramento al volo, li fece passare attraverso le proprie strutture e coordinò i trasferimenti verso gli Stati Uniti. Bin Laden partecipò personalmente alla scelta di diversi attentatori, soprattutto quelli destinati a sopraffare equipaggio e passeggeri.

Perché al-Qaeda voleva attaccare proprio gli Stati Uniti?
Perché bin Laden considerava gli Stati Uniti il principale garante dell’ordine politico mediorientale che voleva combattere. Contestava soprattutto la presenza delle truppe americane in Arabia Saudita dopo la guerra del Golfo, il sostegno a Israele e l’appoggio a governi arabi che giudicava corrotti e dipendenti da Washington. Dopo lo scontro con la monarchia saudita, nel 1991 si trasferì in Sudan, allora governato da un regime islamista che gli permise di costruire una base economica e organizzativa. Nel 1994 Riad gli revocò la cittadinanza. Due anni dopo, sotto la pressione internazionale e dopo il tentato assassinio del presidente egiziano Hosni Mubarak, il Sudan decise di espellerlo. Bin Laden tornò quindi in Afghanistan e, nell’agosto 1996, dichiarò guerra agli Stati Uniti. Nel 1998 sostenne pubblicamente che fosse legittimo colpire anche civili americani. Nello stesso anno al-Qaeda attaccò le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania; nel 2000 colpì la USS Cole nello Yemen. L’11 settembre fu il punto culminante di una strategia costruita per anni.

Perché proprio le Torri Gemelle?
Perché erano uno dei simboli più riconoscibili della potenza economica americana. Il World Trade Center si trovava nel cuore finanziario di New York e le due torri, alte 110 piani, erano diventate un’immagine conosciuta in tutto il mondo. Inoltre erano già state attaccate. Il 26 febbraio 1993 un gruppo di estremisti islamisti guidato da Ramzi Yousef fece esplodere una bomba nel parcheggio sotterraneo della Torre Nord: l’obiettivo era farla crollare contro la Torre Sud e provocare migliaia di morti. Yousef motivò l’attacco soprattutto con l’opposizione alla politica degli Stati Uniti in Medio Oriente e al loro sostegno a Israele. Il piano fallì, ma l’esplosione uccise sei persone e ne ferì più di mille. Yousef riuscì a fuggire, ma nel 1995 fu arrestato in Pakistan, estradato negli Stati Uniti e poi condannato all’ergastolo. Era il nipote di Khalid Sheikh Mohammed, che anni dopo avrebbe ideato il piano dell’11 settembre. Nel 2001 al-Qaeda voleva però fare qualcosa di più grande: colpire contemporaneamente alcuni dei luoghi che rappresentavano il potere economico, militare e politico degli Stati Uniti e produrre immagini che sarebbero state viste in tutto il mondo.

Il quarto aereo avrebbe dovuto colpire il Campidoglio o la Casa Bianca?
Il bersaglio più probabile di United Airlines 93 era il Campidoglio, sede del Congresso. Durante la preparazione dell’attentato era stata valutata anche la Casa Bianca, che bin Laden avrebbe preferito, ma Mohamed Atta la considerava un obiettivo più difficile da individuare e colpire dall’alto. Secondo la ricostruzione della Commissione sull’11 settembre, nella fase finale il Campidoglio fu quindi assegnato al gruppo guidato da Ziad Jarrah. Non possiamo sapere con certezza assoluta quale edificio Jarrah avrebbe effettivamente tentato di colpire: l’aereo precipitò in Pennsylvania prima di raggiungere Washington.

Come fecero a preparare un attentato così grande negli Stati Uniti senza essere scoperti?
Perché, presi uno per uno, molti dei loro comportamenti non sembravano eccezionali. I diciannove attentatori entrarono negli Stati Uniti in momenti diversi tra il gennaio 2000 e l’estate 2001 e si distribuirono soprattutto tra California, Arizona, Florida, Virginia, Maryland e New Jersey, spostandosi poi anche in altri Stati. Affittarono case e automobili, aprirono conti bancari e condussero una vita apparentemente normale. I quattro destinati a pilotare gli aerei frequentarono scuole di volo americane: tre si addestrarono soprattutto in Florida, mentre Hani Hanjour riprese l’addestramento in Arizona.

Nessuno destò sospetti?
La CIA aveva seguito due futuri attentatori, Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, dopo una riunione di al-Qaeda in Malesia nel gennaio 2000 e sapeva che almeno uno dei due aveva un visto per gli Stati Uniti. Le informazioni non furono condivise in tempo con l’FBI e i loro nomi finirono nelle liste di controllo solo nell’agosto 2001, quando erano già entrati nel paese. Nello stesso mese, una scuola di volo del Minnesota segnalò all’FBI Zacarias Moussaoui, un estremista legato ad al-Qaeda che non faceva parte dei diciannove attentatori, perché voleva imparare a pilotare un grande aereo mostrando scarso interesse per decollo e atterraggio. Fu arrestato per problemi con il visto, ma gli investigatori non riuscirono a collegarlo in tempo al complotto. La Commissione sull’11 settembre concluse che il problema non fu un singolo errore, ma una serie di fallimenti: le agenzie non immaginarono in tempo un attacco di quel tipo e non riuscirono a condividere e collegare informazioni frammentarie disperse tra uffici diversi.

Come fecero a salire sugli aerei con coltelli e taglierini?
Perché il sistema di sicurezza era stato costruito per impedire che qualcuno portasse una bomba o una pistola su un aereo, non per fermare un gruppo disposto a usare piccoli oggetti da taglio per impadronirsi della cabina di pilotaggio e trasformare l’aereo stesso in un’arma. E poi i controlli aeroportuali del 2001 erano meno rigidi di quelli di oggi. Le regole della Federal Aviation Administration vietavano i coltelli con lame di quattro pollici o più, cioè circa dieci centimetri, ma consentivano piccoli coltelli da tasca. Invece i taglierini non erano ammessi in cabina, se individuati ai controlli. Il problema era proprio individuarli. I metal detector dell’epoca erano pensati per intercettare armi da fuoco e potevano non reagire a oggetti con una quantità di metallo ridotta. Inoltre le procedure utilizzate dagli addetti ai controlli non rendevano semplice distinguere un piccolo coltello consentito da un oggetto vietato. Dalle testimonianze raccolte dopo gli attentati sappiamo che i dirottatori usarono soprattutto coltelli e, almeno in alcuni casi, taglierini.

Nessuno degli attentatori venne sottoposto a controlli supplementari?
Alcuni sì. Diversi furono selezionati dal CAPPS, il sistema informatico che individuava i passeggeri considerati potenzialmente a rischio. Ma all’epoca una segnalazione incideva soprattutto sul bagaglio da stiva e non comportava necessariamente una perquisizione più accurata della persona. Il CAPPS era stato pensato soprattutto per impedire che qualcuno imbarcasse una bomba in valigia e poi non salisse sull’aereo. La sicurezza cercava quindi un terrorista che volesse far esplodere il velivolo da terra; gli uomini dell’11 settembre volevano invece salirci, prenderne il controllo e trasformarlo nell’arma stessa.

Continuo a non capire come fecero diciannove uomini armati di coltelli a prendere il controllo di quattro aerei.
Perché allora i dirottamenti venivano condotti in modo diverso. Di solito chi prendeva il controllo di un aereo voleva ottenere qualcosa, come denaro, la liberazione di detenuti o un passaggio verso un altro paese, e soprattutto voleva sopravvivere. Per questo equipaggi e passeggeri erano abituati a evitare reazioni che potessero provocare una strage. Le cabine di pilotaggio non erano blindate come oggi. Gli attentatori agirono rapidamente, aggredirono equipaggio e passeggeri, in alcuni casi dissero di avere bombe e spinsero le persone verso il fondo dell’aereo. Una volta entrati in cabina, lasciarono il controllo ai quattro uomini addestrati a pilotare. Il loro vantaggio decisivo fu che, sui primi tre aerei, equipaggi e passeggeri non potevano immaginavare che quei dirottatori non volessero ottenere qualcosa in cambio, ma usare l’aereo stesso come arma.

Perché l’aviazione militare americana non riuscì a fermare gli aerei?
Perché il sistema di difesa aerea americano era stato pensato soprattutto per intercettare minacce provenienti dall’estero, non aerei di linea decollati dagli Stati Uniti e dirottati all’interno del paese. Per intervenire, inoltre, i militari dovevano essere avvertiti dalla Federal Aviation Administration, che quella mattina trasmise le informazioni con ritardi e anche alcuni errori. Per esempio: il comando militare ricevette la notizia del dirottamento di American Airlines 11 circa nove minuti prima dell’impatto contro la Torre Nord, il preavviso più lungo avuto per uno dei quattro aerei. I caccia decollarono quando la torre era già stata colpita. Con United 93 andò ancora peggio: i militari furono informati del dirottamento quando l’aereo era già precipitato in Pennsylvania.

Che cosa successe davvero sul volo United 93?
United 93 decollò da Newark alle 8:42, con circa quaranta minuti di ritardo. Quel ritardo fu decisivo: quando i terroristi presero il controllo dell’aereo, alle 9:28, gli altri attacchi erano già avvenuti. Due minuti dopo cominciarono le telefonate a terra.

Cosa? Nel 2001 si poteva telefonare in aereo?
Sì, ma non con il normale cellulare. Molti aerei americani avevano gli Airfone, telefoni installati negli schienali dei sedili e collegati a una rete di antenne a terra costruita appositamente per le comunicazioni dagli aerei. Si pagavano con carta di credito ed erano costosi, ma permettevano di chiamare normalmente un numero telefonico durante il volo. Tra le 9:28 e le 10:03, tredici persone a bordo di United 93 fecero 37 telefonate: 35 con gli Airfone e due con telefoni cellulari, utilizzati quando l’aereo era ormai a quota più bassa. Attraverso quelle chiamate i passeggeri scoprirono che due aerei avevano già colpito le Torri Gemelle. Capirono così che il loro non era un normale dirottamento e che probabilmente anche United 93 sarebbe stato usato come arma. Decisero quindi di reagire.

E cosa fecero?

Alle 9:57 i passeggeri iniziarono l’assalto alla cabina di pilotaggio, usando anche un carrello di servizio per tentare di sfondare la porta. Il registratore di bordo documentò le brusche virate e picchiate compiute da Ziad Jarrah, il dirottatore ai comandi, per farli cadere e impedirgli di entrare. I passeggeri continuarono però ad avanzare. Pochi minuti dopo i terroristi capirono che rischiavano di perdere il controllo dell’aereo. Alle 10:03 Jarrah abbassò bruscamente il muso del velivolo e United 93 precipitò in un campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania.

Quindi furono i passeggeri a far precipitare United 93?
Non direttamente. I passeggeri tentarono di riprendere il controllo dell’aereo e riuscirono ad avvicinarsi alla cabina di pilotaggio. A quel punto i terroristi, temendo di essere sopraffatti, decisero di far precipitare il velivolo. Nessuna delle 44 persone a bordo, compresi i quattro attentatori, sopravvisse. Ma United 93 non raggiunse Washington. La cronologia esclude anche una delle teorie del complotto circolate negli anni, secondo cui l’aereo sarebbe stato abbattuto da un caccia americano. Il comando militare competente venne informato del dirottamento soltanto dopo che United 93 era già precipitato in Pennsylvania.

LaPresse


E qui ti volevo: parliamo delle teorie del complotto. Come sono crollate le Torri Gemelle davvero?
Per una combinazione di danni strutturali e incendi. I Boeing 767 colpirono le torri ad alta velocità, danneggiando colonne e solai e staccando in diversi punti il rivestimento antincendio che proteggeva l’acciaio. Il carburante disperso dagli aerei innescò poi incendi estesi, alimentati anche da mobili e altri materiali presenti negli uffici, tra cui la carta. Se ci pensi, le torri non crollarono subito. La Torre Sud resistette per circa 56 minuti dopo l’impatto, la Torre Nord per circa 102. In quel tempo il calore indebolì progressivamente la struttura. Secondo il National Institute of Standards and Technology (Nist), l’agenzia federale che studiò tecnicamente i crolli, alcuni solai si deformarono e tirarono verso l’interno colonne già danneggiate. Quando una parte della struttura non riuscì più a sostenere il peso dei piani superiori, cominciò il cedimento, che si propagò rapidamente al resto dell’edificio.

Però è vero che il carburante degli aerei non può fondere l’acciaio?
Sì, ma l’acciaio non doveva fondersi perché le torri crollassero. Il punto di fusione dell’acciaio è superiore alle temperature raggiunte negli incendi. Una struttura in acciaio, però, comincia a perdere rigidità e resistenza ben prima di fondersi. Più aumenta la temperatura, meno peso riesce a sostenere e più facilmente si deforma. Per questo gli elementi in acciaio vengono protetti con materiali antincendio. Nelle torri parte di quella protezione era stata rimossa violentemente dagli impatti degli aerei.

E la teoria secondo cui le Torri Gemelle erano state imbottite di esplosivo?
Non è sostenuta dalle prove disponibili. L’indagine tecnica del NIST concluse che i crolli iniziarono nelle zone colpite dagli aerei e dagli incendi e li ricostruì come conseguenza dei danni strutturali, della perdita delle protezioni antincendio e del progressivo indebolimento dell’acciaio, come ti ho detto. C’è però un punto che ha alimentato per anni le teorie del complotto: il NIST non analizzò l’acciaio recuperato alla ricerca di residui di esplosivi o termite. Chi sostiene la demolizione controllata parte spesso da qui, sostenendo che gli esplosivi non siano mai stati davvero esclusi. Il problema è che la conclusione del NIST non dipendeva da quel test. Si basava sulla dinamica dei crolli, sulle immagini, sui dati strutturali e sull’assenza di altri indizi compatibili con una demolizione. Il mancato test sui residui è quindi un limite reale dell’indagine, non la prova che ci fossero esplosivi.

Quindi non possiamo sapere con certezza assoluta che non ci fossero esplosivi?
Non con una certezza matematica, ma questo non mette le due ipotesi sullo stesso piano. Tutte le altre prove disponibili, dalla dinamica dei crolli alle immagini e ai dati strutturali, risultano compatibili con il cedimento provocato dagli impatti e dagli incendi, mentre non sono emersi elementi concreti che richiedano l’ipotesi di una demolizione. Per sostenere comunque che gli esplosivi ci fossero bisogna allora aggiungere un secondo complotto al primo: supporre che anche le indagini, i dati e le prove contrarie alla demolizione siano stati manipolati o nascosti. È il problema tipico delle teorie del complotto: se ogni elemento contrario diventa a sua volta la prova dell’occultamento, la teoria finisce per non poter essere smentita da nulla.

Crollò anche un altro grattacielo che non era stato colpito da nessun aereo, giusto?
Sì. Era il World Trade Center 7, un edificio di 47 piani che si trovava poco a nord delle Torri Gemelle. Crollò alle 17:20, quasi sette ore dopo la Torre Nord, senza essere stato colpito da alcun aereo. Era però stato danneggiato dai detriti della Torre Nord e al suo interno erano divampati incendi su più piani. Le condutture che alimentavano parte degli impianti antincendio erano state danneggiate, quindi le fiamme continuarono per ore praticamente senza controllo. Secondo il NIST, il calore fece dilatare alcuni elementi della struttura e provocò una serie di cedimenti interni, fino al collasso di una colonna fondamentale, la numero 79. Da lì il cedimento si propagò progressivamente al resto dell’edificio.

Ma è vero che per qualche secondo il WTC 7 cadde in caduta libera?
Sì, ed è uno degli elementi più citati da chi sostiene la teoria della demolizione controllata. Il NIST calcolò che, durante una fase del crollo durata circa 2,25 secondi, la facciata nord scese sostanzialmente con l’accelerazione della caduta libera. Questo però non implica che l’intero edificio sia improvvisamente caduto senza incontrare resistenza. Quando iniziò quella fase, la struttura interna aveva già subito una serie di cedimenti e il tetto mostrava segni visibili di collasso. Per quei 2,25 secondi la parte esterna non trovò più un sostegno significativo sotto di sé.

Quali altre teorie del complotto sull’11 settembre non hanno retto alle verifiche?
Una riguarda proprio United 93: come abbiamo visto, non fu abbattuto da un caccia americano. Le registrazioni di bordo, le telefonate dei passeggeri e la cronologia militare ricostruiscono invece il tentativo di rivolta e mostrano che i militari seppero del dirottamento quando l’aereo era già precipitato. Un’altra sostiene che al Pentagono non sia arrivato un aereo, ma un missile. A colpire l’edificio fu invece American Airlines 77, un Boeing 757 decollato da Washington Dulles. La sua rotta fu ricostruita attraverso radar e dati di volo; sul luogo dell’impatto furono recuperate parti dell’aereo e resti delle persone a bordo. Morirono 59 passeggeri e membri dell’equipaggio, oltre ai cinque terroristi, e 125 persone nel Pentagono. La teoria del missile si diffuse soprattutto perché esistono poche immagini dell’impatto e quelle disponibili sono di qualità bassa. Ci furono poi i sospetti sulle operazioni finanziarie effettuate prima degli attentati, in particolare sulle scommesse al ribasso sulle azioni delle compagnie aeree. Furono indagate, ma non emersero prove che fossero state effettuate da persone a conoscenza anticipata dell’attacco.

E basta?

Circolò anche la storia secondo cui quattromila ebrei o israeliani sarebbero stati avvertiti di non presentarsi al World Trade Center. La voce nacque dalla deformazione di una notizia pubblicata il 12 settembre: il ministero degli Esteri israeliano aveva ricevuto circa 4.000 segnalazioni di cittadini israeliani che potevano trovarsi nelle zone del World Trade Center e del Pentagono e di cui i familiari cercavano notizie. Quel dato venne trasformato, pochi giorni dopo, nella falsa affermazione che 4.000 israeliani che lavoravano nelle Torri fossero rimasti a casa perché avvertiti in anticipo. Da lì nacque anche l’accusa secondo cui il Mossad conoscesse il piano. Non è mai emersa alcuna prova di un avvertimento preventivo e tra le vittime dell’11 settembre ci furono anche numerosi ebrei.

Quante persone riuscirono a uscire dalle Torri Gemelle?
Molte più di quanto si potrebbe pensare guardando le immagini dei crolli. Si stima che alle 8:46 nelle due torri ci fossero circa 17.400 persone. Circa l’87 per cento riuscì a evacuare e, tra le persone che si trovavano sotto i piani colpiti dagli aerei, la percentuale superò il 99 per cento. Nella Torre Nord l’aereo distrusse tutte le vie di fuga che attraversavano la zona dell’impatto. Circa 1.355 persone rimasero quindi intrappolate nei piani superiori. Nella Torre Sud, invece, una delle tre scale rimase almeno parzialmente percorribile e diciotto persone che si trovavano sopra la zona dell’impatto riuscirono a utilizzarla per salvarsi. Inoltre nei diciassette minuti tra il primo e il secondo impatto circa tremila persone della Torre Sud riuscirono a scendere abbastanza da poter poi uscire dall’edificio.

Ma è vero che ad alcune persone nella Torre Sud fu detto di non evacuare?
Sì: dopo l’impatto contro la Torre Nord molti occupanti della Torre Sud iniziarono spontaneamente a scendere, ma dagli altoparlanti fu comunicato che l’edificio era sicuro e che le persone potevano rimanere o tornare nei propri uffici. La decisione era basata sulle informazioni disponibili in quel momento: nessuno sapeva ancora che un secondo aereo stesse arrivando. Alcune persone continuarono comunque a evacuare, altre tornarono indietro. Pochi minuti dopo fu data maggiore libertà di lasciare l’edificio, ma alle 9:03 United Airlines 175 colpì la Torre Sud. La Commissione sull’11 settembre ha concluso che un ordine immediato e inequivocabile di evacuazione avrebbe probabilmente salvato altre vite.

Che cosa fecero i vigili del fuoco?
Mentre migliaia di persone scendevano, loro salivano. Il Fire Department of New York inviò centinaia di vigili del fuoco al World Trade Center. Salirono a piedi trasportando bombole, attrezzi e decine di chili di equipaggiamento, cercando di raggiungere feriti e persone che non riuscivano a lasciare gli edifici. I comandanti compresero presto che gli incendi ai piani superiori non potevano essere affrontati come un normale incendio e concentrarono gran parte degli sforzi sull’evacuazione. Il problema fu anche nelle comunicazioni: le radio funzionavano male all’interno dei grattacieli e dopo il crollo della Torre Sud l’ordine di evacuare la Torre Nord non raggiunse tutti.

Negli anni successivi sono morte altre persone per le conseguenze dell’11 settembre?
Sì, purtroppo soccorritori, operai impegnati per mesi nella rimozione delle macerie, residenti e persone che lavoravano o studiavano nella zona furono esposti a una miscela di polveri, fibre, metalli, amianto e altre sostanze tossiche liberate dal crollo e dagli incendi. Negli anni successivi sono aumentati i casi di tumori, malattie respiratorie e digestive, disturbi di salute mentale e altre patologie associate all’esposizione. Proprio per questo nel 2010 il Congresso approvò lo Zadroga Act, che finanzia cure e controlli sanitari per chi ha sviluppato malattie legate all’11 settembre.

 

LaPresse

Si è capito chi era il “Falling Man”, l’uomo fotografato mentre cadeva dalla Torre Nord?
Non lo sappiamo con certezza. La fotografia fu scattata da Richard Drew, fotografo dell’Associated Press, alle 9:41 del mattino. Mostra un uomo che precipita dalla Torre Nord, quasi perfettamente verticale rispetto alle linee dell’edificio, ed è diventata una delle immagini più famose e difficili dell’11 settembre. Negli anni una ricostruzione giornalistica ha indicato come possibile identità Jonathan Eric Briley, un tecnico audiovisivo di 43 anni che lavorava al ristorante Windows on the World, ai piani superiori della Torre Nord. Esistono elementi compatibili con questa identificazione, ma non una prova definitiva. È prudente anche evitare di dire che il Falling Man «si suicidò». Le persone viste precipitare erano intrappolate tra incendi, fumo e temperature estreme: non possiamo sapere in ogni singolo caso se si lanciarono, caddero o furono costrette a uscire dalle condizioni estreme all’interno dell’edificio.

È vero che trovarono i passaporti dei terroristi ma non le scatole nere?
Solo in parte. Le scatole nere non andarono perdute su tutti e quattro gli aerei. Di United 93, precipitato in Pennsylvania, furono recuperati entrambi i registratori di bordo. Anche al Pentagono furono trovati entrambi quelli di American Airlines 77, anche se il registratore delle voci della cabina era danneggiato per fornire informazioni utilizzabili. Non furono invece recuperate le scatole nere dei due aerei che colpirono le Torri Gemelle. Anche la storia dei passaporti viene spesso raccontata in modo fuorviante. Ne sopravvissero quattro, interi o in parte. Uno apparteneva a Satam al-Suqami, uno dei terroristi di American 11, e fu raccolto vicino al World Trade Center prima ancora che le torri crollassero. Il ritrovamento può sembrare incredibile, ma non è impossibile: nell’impatto oggetti leggeri e frammenti furono proiettati fuori dagli edifici e poterono quindi sfuggire agli incendi e al successivo crollo. Soprattutto, i diciannove terroristi non furono identificati grazie a quei passaporti. L’FBI ricostruì le loro identità incrociando manifesti dei passeggeri, prenotazioni, documenti d’immigrazione, carte di credito, automobili, scuole di volo e altre prove.

Chi era il presidente degli Stati Uniti e dove si trovava mentre avvenivano gli attentati?
Il presidente era George W. Bush, in carica da gennaio di quell’anno. Quella mattina si trovava a Sarasota, in Florida, per una visita alla Emma E. Booker Elementary School. Non era quindi in un asilo, come spesso si dice. Stava assistendo a una lezione di lettura in una classe di seconda. Prima di entrare nell’aula era già stato informato che un aereo aveva colpito la Torre Nord, ma inizialmente si pensò ancora a un possibile incidente. Alle 9:05, due minuti dopo il secondo impatto, il capo di gabinetto Andrew Card gli si avvicinò e gli sussurrò che anche la seconda torre era stata colpita e che gli Stati Uniti erano sotto attacco. Bush rimase seduto ancora per alcuni minuti mentre la lezione continuava, poi lasciò l’aula per essere aggiornato dai suoi collaboratori. Alle 9:30 parlò per la prima volta pubblicamente degli attentati dalla stessa scuola.

È vero che l’intelligence americana aveva ricevuto degli avvertimenti?
Nei mesi prima dell’11 settembre le agenzie americane raccolsero diversi segnali secondo cui al-Qaeda stava preparando un grande attentato. Nell’estate del 2001 l’allarme aumentò al punto che il direttore della CIA George Tenet disse poi che «il sistema lampeggiava rosso». Il documento più noto è il rapporto consegnato a George W. Bush il 6 agosto 2001, intitolato Bin Ladin Determined to Strike in US. Avvertiva che bin Laden voleva colpire anche all’interno degli Stati Uniti. Quello che mancava era il quadro completo: non si conoscevano la data, i quattro voli, i diciannove attentatori e i bersagli. Il fallimento fu soprattutto questo: CIA, FBI e altre agenzie avevano frammenti importanti, ma non riuscirono a collegarli in tempo e a capire che facevano parte dello stesso piano.

Quindi Bush sapeva in anticipo che ci sarebbe stato un attentato come l’11 settembre?
Non ci sono prove. Sapeva che al-Qaeda rappresentava una grave minaccia e che bin Laden desiderava colpire anche negli Stati Uniti. Ma conoscere una minaccia generale è diverso dal conoscere quando, dove e come avverrà un attentato. Questo non assolve le istituzioni americane dai loro errori.

Ma se bin Laden era saudita e quindici dei diciannove attentatori erano sauditi, perché gli Stati Uniti attaccarono l’Afghanistan e non l’Arabia Saudita?
Perché bin Laden non agiva per conto del governo saudita. Anzi, negli anni Novanta era diventato un nemico della monarchia, che nel 1994 gli aveva revocato la cittadinanza. La Commissione sull’11 settembre non trovò prove che il governo saudita come istituzione o i suoi massimi dirigenti avessero finanziato al-Qaeda; concluse inoltre che non c’erano prove che un governo straniero avesse finanziato direttamente il piano dell’11 settembre. Al-Qaeda aveva invece la propria principale base operativa in Afghanistan, dove bin Laden viveva sotto la protezione dei talebani e disponeva di campi di addestramento e strutture logistiche. Dopo gli attentati Washington chiese ai talebani di consegnare i dirigenti di al-Qaeda e chiudere i campi. Non accettarono le condizioni americane e il 7 ottobre 2001 iniziò l’intervento militare. Questo però non significa che ogni dubbio sui rapporti con ambienti sauditi sia stato chiuso. È ancora in corso una causa civile negli Stati Uniti sul possibile aiuto fornito a due futuri dirottatori da persone legate allo Stato saudita.

E allora perché ancora oggi gli Stati Uniti hanno buoni rapporti con l’Arabia Saudita?
Perché il rapporto tra Washington e Riad nasce da interessi strategici più ampi dell’11 settembre: petrolio, sicurezza del Golfo, cooperazione militare e contenimento dei nemici comuni. Dopo gli attentati i rapporti si fecero più difficili, anche perché quindici dirottatori erano sauditi, ma la monarchia era a sua volta nemica di al-Qaeda e negli anni successivi rafforzò la collaborazione antiterrorismo con gli Stati Uniti, soprattutto dopo che al-Qaeda cominciò a colpire anche in Arabia Saudita.

Come si arrivò dall’11 settembre alla guerra in Iraq?
Dopo l’11 settembre l’amministrazione Bush cominciò a considerare il terrorismo e gli Stati considerati ostili come parti di una minaccia più ampia. L’Iraq tornò progressivamente al centro dell’attenzione soprattutto per le accuse secondo cui Saddam Hussein possedeva o stava sviluppando armi di distruzione di massa e avrebbe potuto rappresentare un pericolo per gli Stati Uniti e i loro alleati. Nel marzo 2003 Stati Uniti e altri paesi invasero l’Iraq e rovesciarono Saddam Hussein. Non furono trovate le scorte operative di armi di distruzione di massa indicate prima della guerra.

Come fece bin Laden a nascondersi per quasi dieci anni?
Dopo la caduta del regime talebano riuscì a sfuggire alla cattura e limitò fortemente l’utilizzo di strumenti di comunicazione facilmente intercettabili. Per i messaggi più importanti si affidava soprattutto a corrieri. L’intelligence americana cercò quindi per anni di identificare le persone che portavano i messaggi da e verso bin Laden. Seguendo uno di questi corrieri, la CIA arrivò infine a un grande complesso residenziale ad Abbottabad, in Pakistan. La casa appariva insolita: aveva alte mura, misure di sicurezza particolari e chi viveva all’interno evitava normali collegamenti telefonici e internet.

Come fu ucciso Osama bin Laden?
Nella notte tra il 1° e il 2 maggio 2011, ora pakistana, due elicotteri con a bordo uomini del SEAL Team Six, un reparto d’élite della Marina americana, partirono dall’Afghanistan e raggiunsero il complesso di Abbottabad. L’operazione, chiamata Neptune Spear, era stata autorizzata da Barack Obama e la Situation Room della Casa Bianca riceveva aggiornamenti in tempo reale. Uno degli elicotteri ebbe problemi durante l’atterraggio e rimase inutilizzabile, ma il raid proseguì. I SEAL entrarono nel complesso, salirono fino al terzo piano e raggiunsero bin Laden. L’ex SEAL Robert O’Neill ha raccontato anni dopo di essere stato lui a sparargli i colpi mortali, ma il Pentagono non ha mai confermato ufficialmente questa versione e altri membri del commando ne hanno fornita una diversa. Quello che sappiamo con certezza è che bin Laden fu ucciso durante l’assalto. L’operazione durò circa quaranta minuti e nessun militare americano morì. Prima di lasciare il complesso, i SEAL distrussero l’elicottero danneggiato e portarono via il corpo di bin Laden insieme a computer, hard disk, documenti e altro materiale trovato nella casa. L’identità fu verificata attraverso diversi riscontri, compreso un test del DNA. Il corpo venne poi trasferito sulla portaerei americana USS Carl Vinson e sepolto in mare nel Mar Arabico meno di ventiquattr’ore dopo.

Dopo venticinque anni almeno i principali responsabili sono stati processati?
Khalid Sheikh Mohammed fu catturato in Pakistan nel 2003 e successivamente trasferito a Guantánamo, ma non è ancora stato condannato per l’11 settembre. Il procedimento è stato rallentato per anni da questioni sulle torture alle quali Khalid Sheikh Mohammed e altri detenuti furono sottoposti durante la prigionia segreta della CIA. Quelle torture hanno creato enormi problemi nel decidere quali confessioni e quali prove possano essere utilizzate in tribunale. Nell’agosto 2026 l’inizio del processo contro Khalid Sheikh Mohammed e tre coimputati è stato fissato per il 5 giugno 2028, anche se la data può ancora cambiare. Venticinque anni dopo gli attentati, quindi, l’uomo indicato dalle indagini come il loro principale architetto non ha ancora ricevuto una sentenza definitiva.

Che cosa c’è oggi dove sorgevano un tempo le Torri Gemelle?
Al posto delle due torri non sono stati costruiti altri grattacieli. Nei punti esatti in cui sorgevano la Torre Nord e la Torre Sud ci sono oggi due grandi vasche quadrate del National September 11 Memorial. Sui bordi sono incisi i nomi delle vittime dell’11 settembre e dell’attentato al World Trade Center del 1993. Accanto è stato costruito il One World Trade Center, inaugurato nel 2014. È alto 1.776 piedi, circa 541 metri, un richiamo simbolico al 1776, l’anno della Dichiarazione d’indipendenza americana. Non occupa però il punto esatto di una delle vecchie torri. Nell’area ci sono anche il museo dell’11 settembre, altri edifici del nuovo World Trade Center e l’Oculus, la grande stazione progettata da Santiago Calatrava.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede. 

Perché ne parlano tutti?
1 Perché l’11 settembre è uno di quegli eventi in cui la storia collettiva coincide con la memoria privata. Molti di quelli che oggi hanno più di trent’anni ricordano ancora dove si trovavano quando videro le Torri Gemelle; chi è più giovane probabilmente ha sentito almeno una volta un genitore o un parente raccontare dove fosse quel giorno. Poi c’è una ragione più prosaica: ai giornali piacciono gli anniversari, e venticinque anni sono una cifra abbastanza tonda da imporre un bilancio: l’11 settembre ha davvero cambiato la storia dell’umanità quanto si disse allora?

Le due risposte hanno entrambe buoni argomenti. Chi considera l’11 settembre un evento epocale guarda soprattutto a ciò che accadde dopo: il terrorismo diventò la priorità della politica estera americana. L’amministrazione Bush sostenne che, davanti a una minaccia potenzialmente catastrofica, non fosse necessario aspettare di essere attaccati per intervenire. Da lì vennero la guerra in Afghanistan, la dottrina della guerra preventiva che contribuì all’invasione dell’Iraq, Guantánamo, il Patriot Act, l’espansione della sorveglianza e un enorme apparato di sicurezza interna. Secondo il progetto Costs of War della Brown University, le guerre post-11 settembre sono costate agli Stati Uniti circa 8 mila miliardi di dollari, includendo anche obblighi futuri per l’assistenza ai reduci. In questo senso l’attentato cambiò davvero la storia: per quasi vent’anni gli Stati Uniti dedicarono enormi risorse, vite umane e attenzione politica a una traiettoria che, senza l’11 settembre, difficilmente sarebbe stata la stessa.

La tesi contraria sostiene invece che all’11 settembre sia stato attribuito un peso causale eccessivo. Secondo questa lettura, nelle relazioni internazionali le trasformazioni davvero strutturali sono quelle che cambiano chi possiede il potere economico e militare. Da questo punto di vista la grande frattura era già avvenuta con la fine della Guerra fredda: nel 2001 gli Stati Uniti erano l’unica superpotenza e l’11 settembre non modificò subito questo equilibrio. Negli anni successivi la trasformazione più importante è stata l’ascesa della Cina, la globalizzazione, la rivoluzione digitale, la pandemia e il ritorno della competizione tra grandi potenze. Sono processi che l’11 settembre non determinò e che continuarono mentre Washington era concentrata sulla lotta al terrorismo. Alcuni studiosi sostengono anzi che gli attentati abbiano modificato meno la strategia americana di quanto sembri: gli Stati Uniti erano già convinti di dover mantenere la propria supremazia mondiale e dopo l’attacco usarono quella stessa enorme potenza in modo più aggressivo.

 

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2. Come accade spesso con i grandi avvenimenti, anche il racconto dell’11 settembre cambia a seconda dell’età di chi lo ricorda. Chi nel 2001 aveva finito il liceo da un pezzo probabilmente non ha mai seguito un filone del racconto che, tra i millennial italiani, ha avuto invece una vita propria per tutti questi venticinque anni: la puntata della Melevisione interrotta dalle notizie sulle Torri Gemelle.

Quel pomeriggio su Rai 3 era in onda una replica di “Tanti auguri a te”, una puntata ambientata nel Fantabosco, il mondo fiabesco della trasmissione, dove Tonio Cartonio gestiva un chiosco frequentato da fate, streghe, orchi, lupi e principesse. Alle 15:33, mezz’ora dopo che il secondo aereo aveva colpito la Torre Sud, il programma si interruppe. Sullo schermo comparve Peppi Franzelin, che annunciò un’edizione straordinaria del Tg3, e i bambini che fino a pochi secondi prima stavano guardando i preparativi per il compleanno della Principessa Odessa si ritrovarono davanti alle immagini delle Torri Gemelle in fiamme.

Il dettaglio è diventato con gli anni una specie di marcatore generazionale. Nel 2024 persino L’Espresso dedicò un articolo ai trentenni che ricordavano l’interruzione della Melevisione come uno dei loro primi ricordi nitidi; Danilo Bertazzi, l’attore che interpretava Tonio Cartonio, ha raccontato che ancora oggi i fan gli chiedono come finisse quella puntata e un suo video sull’argomento.

Il riferimento più riuscito è probabilmente quello dei Pinguini Tattici Nucleari, una delle band che più ha costruito il proprio immaginario sui ricordi dei millennial. Nella canzone “Scrivile scemo” trasformano proprio quella scena in un simbolo della fine improvvisa dell’infanzia: chiedono idealmente di scrivere un “un finale migliore per quella puntata della Melevisione, interrotta da torri che andarono in fiamme e bimbi che facevano domande”.

3. Infine, l’attentato del 2001 continua a far parlare anche per le inesauribili teorie del complotto. Le immagini spettacolari dei crolli, alcuni dettagli difficili da spiegare a colpo d’occhio e gli errori reali delle istituzioni hanno creato per anni terreno fertile per ricostruzioni alternative.

Internet ha dato a queste teorie una vita lunghissima: a ogni anniversario riemergono domande su esplosivi, Pentagono, passaporti, United 93 e possibili complicità interne, anche quando le indagini hanno già fornito risposte solide. È una delle ragioni per cui, a venticinque anni di distanza, continuiamo ancora a discutere non soltanto di ciò che accadde, ma perfino di che cosa possiamo considerare accertato.

L'articolo Perché crollarono le Torri Gemelle e cosa sappiamo davvero dell’11 settembre proviene da Linkiesta.it.

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