Bonino, e le donne che non hanno paura di disturbare

Poiché la vita è sceneggiatrice, mentre sui giornali italiani c’erano le foto di Emma Bonino negli anni Settanta, mentre ancora non avevamo finito di alzare gli occhi al cielo per l’ennesimo trombone che diceva che se non fosse stato per Emma Bonino in Italia ci sarebbero stati sei milioni in più di bambini (già non c’è posto negli asili così), sabato sulla prima pagina del Times giganteggiava una foto del 1974: l’allora giovanissimo principe Carlo con Davina Sheffield.
Può Davina essere più utile a spiegare quel che non è chiaro di Emma Bonino e di ciò che della Bonino più turba i moralizzatori un tanto al chilo – l’aborto – di quanto lo sia tutto il resto, persino Luciana Castellina che scrive che non andavano d’accordo su niente però si stavano simpatiche e almeno non era infinitamente arrogante come Pannella? Io dico di sì.
Fino al 1971, in Italia la pillola anticoncezionale era illegale. Mia madre, dopo la mia nascita nel 1972, la prendeva con un entusiasmo e un senso di liberazione che già negli anni Ottanta non avevo più io, figuriamoci le ragazze di oggi, che in pieno reflusso dell’emancipazione danno qualunque diritto per scontato e scansano un farmaco che, santo cielo, fa venire la cellulite.
Quando parliamo degli anni Settanta, parliamo di un altro mondo. E quando da destra dicono che, se non fosse stato per la Bonino, ci sarebbero sei milioni di madri felici – perché si sa che, se ti fanno partorire contro la tua volontà, poi capisci che in fondo lo volevi e sei grata, perché l’istinto materno ce l’abbiamo tutte, da Annamaria Franzoni a Lindsay Clancy – quando raccontano questa favola non pensano alle loro nonne che abortivano coi ferri da calza e il decotto di prezzemolo, non pensano ai bambini abbandonati nei cassonetti, non pensano che costringere ad avere un figlio una tizia che non lo vuole è un’idea talmente mostruosa che Margaret Atwood ci si è arricchita costruendoci intorno un intero universo distopico.
Da che esiste la specie umana, le donne hanno avuto la sfiga di poter restare incinte contro la loro volontà, e si sono organizzate di conseguenza. Certo, due cose possono essere vere, e che serva l’aborto dopo cinquantacinque anni di pillola venduta a prezzi modici, in un mondo che trabocca di anticoncezionali, che ci sia qualcuna così disorganizzata da avere comunque bisogno dell’aborto è sconcertante, ma non è che per quello puoi vietarlo, condannando chi non è stata in grado di occuparsi della propria contraccezione a occuparsi di un figlio.
(Formate una fila ordinata tutte assieme, quelle che vogliono spiegarmi che il preservativo si rompe e quelle che vogliono spiegarmi che della contraccezione dovrebbe occuparsi l’uomo: le vostre obiezioni verranno prese in considerazione quando saranno meno adolescenziali).
A Venezia ha vinto l’unico film, tra quelli in concorso, diretto da una donna, perché come scrivo da centodue anni è un ottimo momento per approfittarsi d’un mondo che ha a cuore solo i simboli e d’una società che passa il tempo a fare riunioni in cui dice «ci vuole una donna».
È un film ambientato nel dopoguerra, ma naturalmente le femministe di questo decennio, che col principio di realtà resterebbero disoccupate, dicono che non è cambiato nulla: allora una donna poteva essere condannata socialmente per aver avuto commerci carnali coi nazisti proprio come adesso, perché sempre le donne, solo alle donne, il corpo delle donne terreno di scontro taleqquale ad allora. Ma chi, ma dove.
Io capisco che con «non c’è più granché da migliorare, quindi dobbiamo trovarci un’altra lagnanza» il femminismo contemporaneo non potrebbe fare le card su Instagram, ma non è che ci si possa coprire di ridicolo fingendo di avere gli stessi svantaggi delle proprie nonne.
Mentre scrivo mi passa davanti in un podcast (e dove sennò) Annalena Benini che dice che noi donne abbiamo sempre paura di disturbare (si vede che sono un uomo): proprio come diceva Natalia Ginzburg, proprio come diceva Carla Lonzi. Cioè due che quando alle donne italiane è stato infine dato diritto di voto avevano trenta e quindici anni.
Ascoltavo Benini e pensavo a una scena di “Serpenti”, film passato a Venezia in cui un tizio non riesce a farsi arrestare per aver ammazzato la moglie. Una scena in cui il poliziotto Alessandro Borghi interrompe l’interrogatorio perché al telefono ci sono prima la moglie e poi la madre che vogliono fare il merluzzo per cena. «Parlano tanto di questa emancipazione femminile e poi queste ancora che ti chiamano in due per sapere che vuoi mangiare, in due, e poi comunque decidono loro». Forse le intellettuali dovrebbero imparare dalle mogli dei poliziotti a non aver paura di disturbare.
Ma mi passa davanti anche un pezzettino di televisione in cui chiedevano a Gloria Steinem se le mancasse non aver avuto un figlio (una domanda che, se la facessero a una fragile femminista di oggi, quella invece di mettersi a ridere direbbe che è oppressa quanto lo erano le sue nonne e pretenderebbe le scuse dell’intero genere maschile). Lei – che non ha mai avuto paura di disturbare o di venire male in foto in vita sua – rispondeva che non è che perché hai un utero devi figliare, così come l’avere delle corde vocali non rende necessaria una tua carriera da soprano.
Mi dispiace informarne gli illusi convinti che senza la Bonino avremmo tutte sei figli a testa, ai quali capisco serva un simbolo sul quale indirizzare le loro antipatie, ma, non fosse stata la Bonino, sarebbe stata qualcun’altra. Non so come abbiate fatto a non accorgervene, ma la linea-Bonino – i diritti civili più importanti di quelli economici – è ormai la linea politica della sinistra in tutto il mondo, per una ragione di logica capitalista: alle multinazionali non costa niente mettere gli asterischi alla fine delle parole, mentre costerebbe moltissimo adeguare gli stipendi al costo della vita.
E per un’altra ragione: è, oltre che più economico, assai più facile. Occuparsi di stronzate è alla portata di tutti. Leggo nella cronaca di Francesca Schianchi del comizio di Elly Schlein alla festa del Pd che i giovani del partito vogliono cambiare lo slogan in «Elena Premier», «promotori di una campagna per restituirle il suo nome di battesimo, nell’idea che le dia maggiore autorevolezza». Ma non è deadnaming, nel manuale di istruzioni per la prescrittività delle stronzate che seguono i giovani di sinistra?
Nel frattempo a Venezia Jasmine Trinca dà un’intervista a Movieplayer, che dovrebbe essere il solito video innocuo uguale a un milione di altri, e invece si ritrovano col minuto più discusso dell’Instagram, perché Jasmine Trinca dice «io sono contro il capitalismo», e dice «il personale è politico». La seconda frase non gliela contesta nessuno, perché per farlo occorrerebbe reperire quella paginetta di Hitchens che spieghi che scemenza sia quello slogan da assemblea d’istituto: che brutta fatica. Per contestarle la prima frasetta invece basta fare la ricerchina per scoprire quanto costi la maglietta di Prada che indossa: darle dell’incoerente è a portata di commentatore medio dell’internet.
Ormai il dibattito pubblico è questa roba qui, semplificazione e temi suggestivi, lagne postdatate e accantonamento dei problemi troppo complessi per venire ridotti a card di Instagram. Se posso fare la compilatrice di card anch’io, vorrei far presente a quelli che pensano che eliminare i figli indesiderati sia un’invenzione culturale di Emma Bonino che le donne abortiscono ovunque. Abortiscono negli Stati Uniti, si spostano per farlo in altri stati se quello in cui risiedono non lo permette più, dopo l’abolizione di Roe v. Wade. Abortiscono in Inghilterra, fino al sesto mese, con gran sconcerto dei nostri filosofi morali per i quali già il terzo mese è troppissimo, già un feto di due dovrebbe poter prendere il foglio rosa.
In Inghilterra dove avranno pure legalizzato l’aborto prima di noi, nel 1967, ma sabato avevano in prima pagina il coccodrillo d’una signora il cui posto nella storia è dovuto al suo mancato imene di cinquant’anni fa. Nel 1974 Carlo d’Inghilterra inizia a frequentare con grande assiduità Davina Sheffield. Gliel’ha presentata il nipote di Churchill, va alla partita di polo di Carlo con la regina, viene vista sulla decappottabile dell’erede al trono, fanno surf, vanno persino insieme a un matrimonio: è chiaro che Davina è la futura moglie del futuro re.
I biografi, nel ricostruire la storia, dicono che non solo era di sangue blu come serviva per l’erede al trono ma erano anche evidentemente anime gemelle, tanto innamorati. A ottobre del 1976 i giornali scrivevano che era questione di ore, Carlo avrebbe annunciato il fidanzamento. Ma poi il News of the world – un tabloid domenicale che trentacinque anni dopo sarebbe stato chiuso per uno scandalo di intercettazioni – intervistò James Beard, un ex di Davina abbastanza coglione da pensare di poter parlare in privato con un giornale scandalistico.
Avevano avuto per sei mesi, disse James, «una compiuta relazione sessuale», ed era un altro secolo. Quello in cui Ferribotte ingiungeva alla sorella gli occhi a terra. Quello in cui la moglie del Gattopardo si faceva il segno della croce dopo ogni abbraccio. Davina era nata nel 1951, e a venticinque anni – in piena rivoluzione sessuale – si pensava che dovesse essere vergine, per essere potabile per l’erede al trono. Erede al trono che ventinove anni dopo, in seconde nozze, avrebbe sposato una divorziata con figli. Perché i tempi erano cambiati, mentre noi eravamo distratte a chiedere cosa vuoi per cena, e a non ascoltare la risposta.
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