Costi “esorbitanti” per le armi, contro spese minime per l’ecologia e la scuola

Qualche tempo fa ho letto un articolo sul quotidiano “Corriere Adriatico” a firma del professore Francesco Regoli, direttore del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche, che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia. C’era scritto: Un miliardo di Euro è quanto l’Europa ha deciso di stanziare per contrastare l’emergenza climatica, l’inquinamento, lo sfruttamento eccessivo o illegale della pesca, e per evitare il rischio di una nuova corsa sfrenata alla ricerca dei minerali nei fondali oceanici.
Un miliardo di euro è il costo di circa 33 carri armati Leopard 2A8 e quasi tutti i Paesi del mondo possono permetterseli (per esempio la Turchia ne ha più di mille, un’enormità, l’Austria una cinquantina). A questa risoluzione sono giunti 60 Paesi ONU, meno della metà di quelli esistenti, con un contributo di poco più di 100 milioni di euro a Paese. Se questi sono gli investimenti e i rapporti tra le spese veramente necessarie e quelle belliche, come possiamo risolvere i problemi ecologici gravissimi che incombono sul nostro pianeta accennati dal professor Regoli? Io, direi, in nessun modo.
Quando i rappresentanti ONU hanno fatto questo annuncio, nel mese di giugno del 2025, annuncio di cui, tra l’altro, quasi nessuno ha parlato – né radio, né televisione e tantomeno i giornali nazionali. Avevano tutti stampato in bocca un bel sorriso, come se con questa iniziativa annunciassero che si potessero cominciare a risolvere tutti i problemi del mondo. A questo proposito, mi viene in mente una frase del poeta e aforista greco antico Menandro (342-291 a.C.) che scrisse: il sorriso abbonda sulla bocca degli stolti. Il fatto più grave però è che i nostri rappresentati ONU e dell’Unione Europea o chi per loro non sono stolti. Sono consapevoli di quello che dicono, sanno che queste iniziative sono solo palliative. Allora perché lo fanno? Lo fanno, fondamentalmente, per non scontentare i Governi che li hanno insediati all’ONU o nelle Commissioni europee e quindi per mantenere la poltrona e questo è anche peggio della stupidità.
Nell’articolo di cui sopra è anche scritto che un istituto di ricerca giapponese sta lavorando su un progetto che prevede, in un prossimo futuro, l’utilizzo di bioplastiche degradabili che si dissolvono nelle acque salate dei mari e degli oceani (eureka, eureka!). L’entusiasmo dei giapponesi è stato però subito ridimensionato dal prof. Regoli, in quanto queste plastiche non risolverebbero il problema di quelle già presenti nel nostro pianeta (e non biodegradabili) con l’aggiunta che quelle biodegradabili lascerebbero comunque nell’ambiente dei residui (è vero, non visibili, ma pur sempre presenti e pericolosi) perché la dissoluzione non le eliminerebbe del tutto.
A me pare che il problema non voglia essere affrontato alle sue radici e che queste iniziative siano alimentate più che dalla volontà di risolvere le questioni fondamentali per la salvaguardia della Terra, da quella di finanziare dei progetti per far finta di fare qualcosa. Da un punto di vista economico (tutto al mondo è una questione economica, soprattutto le guerre) costerebbe molto di più affrontare questi problemi radicalmente che non con dei palliativi.
Inoltre nessun Governo o Istituzione nazionale e internazionale se la sentirebbe di annunciare pubblicamente una decisione come questa: da domani tutti i contenitori di plastica da quelli per le acque, a quelli per i detersivi, per le bibite, persino per il vino, sono vietati e sostituiti con il vetro o con qualcosa ancora meno inquinante del vetro stesso. Il fatto è che per fare il vetro ci vuole energia e la sua produzione inquina in ogni modo anche se meno rispetto alla plastica. Abbiamo fatto l’esempio della plastica e del vetro, ma questo potrebbe valere per una infinità di altri prodotti più o meno inquinanti.
Molti esperti e scienziati dicono che dobbiamo consumare meno petrolio e sostituire, per esempio, le nostre macchine a benzina e gasolio con quelle elettriche, quindi a batteria. A parte il fatto che le batterie devono essere prodotte da qualche parte e che per farle occorrerebbe pur sempre dell’energia (oltre al problema poi del loro smaltimento), dove prenderemo questa energia se non fondamentalmente dal petrolio? Certamente, almeno per ora, le centrali idroelettriche, l’energia solare, quella eolica, persino quella atomica (con tutti i problemi che questa energia potrebbe sollevare), non basterebbero a colmare il gap energetico che abbiamo con il nostro pianeta, dovremmo dunque aumentare sensibilmente la produzione di energia da fonti rinnovabili e trovare la volontà politica per farlo.
La conclusione è che siamo in un bel cul-de-sac e uscirne è difficilissimo. A questo punto, a me viene in mente una legge della fisica studiata molto tempo fa quando ero ragazzo, grazie anche alla frequentazione di una scuola tecnica: il secondo principio della termodinamica, per intenderci quello dell’entropia, che stabilisce che in un sistema chiuso (il nostro mondo è un sistema chiuso) la dispersione energetica tende sempre ad aumentare e non c’è niente che possa invertire questo andamento; è un processo irreversibile.
Nei licei, queste cose, almeno a quei tempi, non si insegnavano, anche se poi, finito il corso di studi, i liceali potevano accedere liberamente a tutte le facoltà universitarie, incluse ingegneria e medicina, mentre quelli che uscivano dalle scuole tecniche dovevano sostenere un esame integrativo che però falcidiava più del 70% degli aspiranti. Così era quando dalle elementari si voleva accedere alle scuole medie, quando dalle scuole professionali, tipo scuole di avviamento al lavoro, si voleva accedere agli istituti tecnici, comunque e sempre con lo scopo fondamentalmente di fare selezione, non scolastica, ma di classe.
Per capire quello di cui intendo parlare, mi vengono in mente le parole di un noto matematico, logico e saggista italiano, Piergiorgio Odifreddi, che mi lasciarono stupito perché, oltre a essere ovviamente vere, erano parole su cui non avevo mai fatto una riflessione: cioè che la lontana riforma del 1923, quindi di epoca fascista, del Ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile, una legge tuttora in vigore, è servita principalmente per marcare una differenza sostanziale tra le scuole tecniche e i licei, in primo luogo per stoppare tutte le ambizioni di coloro che concretamente potevano pensare a un vero rinnovamento scientifico, tecnologico e culturale nel nostro Paese.
La morale era: tu che ti sei diplomato in un istituto tecnico, soprattutto se sei figlio di un contadino o di un operaio, devi pensare che questo è il massimo livello a cui puoi aspirare, cioè restare un tecnico mentre le altre cose le devi lasciare nelle mani di altri, anche se non hanno un’adeguata mentalità scientifica e nemmeno tecnologica.
Ora, nelle scuole, forse le cose sono cambiate, non lo so, ma penso però che questa mentalità fondamentalmente classista (ora è anche economica e culturale) sia in generale ancora ben radicata negli italiani, più che negli stessi studenti. Se queste sono le premesse storiche, che non dobbiamo mai dimenticare, non possiamo aspettarci dei grandi progressi nel nostro Paese.
Certo, qui non si tratta solo di rallentare l’entropia (è l’unica cosa che ancora possiamo fare), il problema è molto più serio. Negli Stati Uniti d’America che molto spesso critichiamo per la loro politica estera e per tante altre cose, esiste un sistema scolastico molto più ugualitario del nostro. Negli Usa non esiste infatti una ripartizione tra scuole tecniche e licei (non esistono né le une né le altre), ma c’è solo un’high school, come la chiamano loro, una scuola che si deve fare per accedere poi alle università sia pubbliche sia private, con materie obbligatorie uguali per tutti e solo alcuni corsi che possono essere scelti dagli studenti, ma sempre all’interno della stessa scuola.
È anche da qui che possiamo misurare le democrazie, dall’istruzione, dalla cultura e da un controllo che dovrebbe essere sempre maggiore da parte di ognuno di noi sul nostro delicatissimo sistema ecologico che è il sistema più importante di tutti. Non si dovrebbero più fare le guerre (con tutte le spese spaventose per gli armamenti che comportano) e si dovrebbe evitare, soprattutto, la sopraffazione dei più forti verso i più deboli.
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