Gli studenti studiano sempre meno sui libri, ma sono ancora lo strumento più efficace

Il libro di testo continua a essere considerato dai docenti universitari il materiale più efficace per studiare, ma è sempre meno utilizzato dagli studenti. È il paradosso che emerge da una nuova ricerca realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori su 463 docenti di prima e seconda fascia di trentaquattro atenei italiani: l’ottantotto per cento degli intervistati considera i libri, cartacei o digitali, abbastanza o molto efficaci per l’apprendimento, ma appena il diciassette per cento pensa che gli studenti vi facciano molto affidamento. Nella pratica, a prevalere sono soprattutto le slide dei corsi e gli appunti presi durante le lezioni.
Non è soltanto una questione di preferenze individuali. Per il settantuno per cento dei docenti c’è almeno qualche volta una divergenza tra i materiali che vengono indicati per preparare un esame e quelli che gli studenti scelgono effettivamente di utilizzare. Il libro è indicato come materiale obbligatorio dalla metà dei professori e come consigliato da un ulteriore quarantacinque per cento. Quando però si chiede su quali strumenti gli studenti facciano davvero molto affidamento, le slide arrivano al sessantanove per cento e gli appunti al cinquantadue per cento, mentre i manuali si fermano al diciassette per cento.
La ricerca, presentata oggi a Roma durante il convegno AIE “Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione”, prova a fotografare proprio questa trasformazione. L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni, dell’università, del mondo produttivo e dell’editoria per discutere il futuro dell’apprendimento e il ruolo che l’editoria universitaria può avere in una formazione sempre più frammentata. Tra i partecipanti, esponenti del Ministero dell’Università e della Ricerca, del Parlamento, di Confindustria, della Crui e della Banca d’Italia, insieme a rappresentanti di case editrici come Il Mulino e McGraw Hill.
In un messaggio inviato al convegno, la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha sottolineato che «non è una battaglia tra carta e digitale, tra libri e intelligenza artificiale», perché la vera sfida è mettere ogni strumento «al servizio della conoscenza». Il libro, ha aggiunto, «continua ad avere una forza straordinaria: ci chiede tempo, attenzione».
Un punto ripreso anche da Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, secondo cui nell’epoca del sovraffollamento informativo «la questione prioritaria non risiede più solo nella pura reperibilità delle nozioni», ma nella capacità di «riordinarle, validarle e contestualizzarle».
Il punto di partenza dell’indagine è proprio il cambiamento delle modalità di studio. L’ottantatré per cento dei docenti dice di averlo percepito negli ultimi tre-cinque anni. Tra le trasformazioni più frequenti ci sono una minore consultazione dei testi consigliati o obbligatori, segnalata dal quarantasette per cento degli intervistati, e un maggiore ricorso a materiali sintetici e riassunti, indicato dal quarantasei per cento. Il venticinque per cento osserva inoltre difficoltà crescenti nell’affrontare testi complessi o di ampia estensione. Solo il due per cento dei docenti nota invece una migliore organizzazione dello studio e un uso più strategico dei materiali.
Nella graduatoria dei tre materiali ritenuti più utilizzati per preparare gli esami, il libro non scompare, ma scende comunque al terzo posto: lo indica il trentatré per cento dei docenti, contro il settantaquattro per cento delle slide e il sessantuno per cento degli appunti. Seguono le dispense o i materiali prodotti dai docenti, al venticinque per cento, e le registrazioni delle lezioni, anch’esse al venticinque per cento.
È proprio questo divario tra valore attribuito e uso effettivo a essere uno degli elementi più significativi della ricerca. I libri di testo risultano infatti molto efficaci per il cinquantaquattro per cento dei docenti e abbastanza efficaci per un altro trentaquattro per cento. Anche le slide e gli appunti ricevono valutazioni positive, ma il manuale rimane il materiale al quale i docenti riconoscono il maggiore valore complessivo. All’estremo opposto ci sono i riassunti e le dispense reperiti online, giudicati poco o per nulla efficaci dall’ottantadue per cento degli intervistati.
Per i docenti, però, il cambiamento nelle abitudini di studio non è neutro. Il sessantacinque per cento ritiene che l’apprendimento degli studenti sia peggiorato rispetto a cinque anni fa, sommando il ventisei per cento che parla di un peggioramento e il trentanove per cento di un «leggero peggioramento».
Quando vengono chieste le principali criticità che emergono durante gli esami, al primo posto compare la ridotta capacità di analisi e di ragionamento critico, indicata dal quarantuno per cento dei docenti. Seguono una preparazione nozionistica superficiale, al ventotto per cento, la difficoltà nel collegare argomenti tra loro, al ventiquattro per cento, e la scarsa comprensione dei concetti di base, al diciannoce per cento. Il sessantotto per cento degli intervistati individua nella mancata abitudine a leggere e studiare integralmente i manuali una delle cause delle criticità osservate.
Nei due focus group realizzati nell’ambito della ricerca, con otto docenti complessivamente, emerge una lettura ancora più articolata. Il problema, spiegano i partecipanti, non sarebbe tanto una minore quantità di nozioni apprese quanto una maggiore difficoltà nella comprensione, nel collegamento tra contenuti e nel ragionamento. Al posto di uno studio più lungo e strutturato, i docenti descrivono un apprendimento orientato soprattutto a ciò che serve per l’esame, attraverso dispense, slide, appunti e altri materiali sintetici. Il risultato, nella loro interpretazione, è una conoscenza più frammentata e meno stabile nel tempo.
Dentro questa trasformazione si inserisce anche l’intelligenza artificiale generativa. Secondo il sessantacinque per cento dei docenti, gli studenti utilizzano già strumenti come ChatGPT, Copilot o Gemini molto o abbastanza per preparare gli esami o svolgere attività di studio. Ma il giudizio sul loro impatto è in prevalenza negativo: il sedici per cento lo considera «prevalentemente negativo» e il trentanove per cento «più negativo che positivo». Il ventuno per cento lo giudica invece più positivo che negativo, il quattro per cento prevalentemente positivo, mentre il venti per cento non esprime una valutazione.
Anche nei focus group l’IA viene letta soprattutto all’interno di una trasformazione già in corso, più che come un fenomeno isolato. Le sintesi automatiche e gli strumenti generativi vengono descritti da alcuni docenti come elementi che possono accelerare ulteriormente uno studio rapido, frammentato e meno approfondito.
La domanda che resta aperta, dunque, non è semplicemente come riportare gli studenti ai libri. È come mantenere, dentro una didattica che sta cambiando rapidamente, quella capacità di approfondimento, comprensione e ragionamento che i docenti considerano parte essenziale dell’apprendimento. È la stessa domanda posta dalla ricerca nelle sue conclusioni: come incentivare il pensiero critico nell’era dell’intelligenza artificiale, quali modalità innovative introdurre davvero nella didattica e come ripensare la valutazione delle competenze per evitare che lo studio si riduca ad accumulo e memorizzazione.
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