Ho cercato una linea in un mondo impazzito e in un’Italia immobile

11 Settembre 2026 - 07:40
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Ho cercato una linea in un mondo impazzito e in un’Italia immobile

fiammifero

Al momento di lasciare una rubrica, un colonnino, un giornale su cui si è scritto regolarmente per un certo periodo, è d’uso andare a riprendere i vecchi numeri, le prime prove, immergendosi nuovamente nelle vicende, nei retroscena, nei pettegolezzi e nelle polemiche del passato, per trarne una specie di bilancio o quanto meno un articolo che abbia un po’ di verve e magari anche un pizzico di malinconia, per giocare sul sicuro effetto che sempre fa al lettore lo scorrere del tempo, il come eravamo, l’improvviso riemergere di fatti e personaggi dimenticati, con abiti, abitudini e acconciature ormai passati di moda.

Mi sarebbe piaciuto molto, nel salutare i lettori, poter ricorrere allo stesso trucco, e sfangarla così. Ma la politica italiana che ho tentato di raccontare quotidianamente sulla Linea, dal 19 febbraio 2024 in poi, non è obiettivamente di grande aiuto, almeno a questo scopo (ammesso e non concesso che lo sia a qualunque altro scopo). Nel primo numero di questa newsletter, per fare un esempio, l’articolo principale era dedicato alla manifestazione per Alexei Navalny, assassinato dal regime di Vladimir Putin tre giorni prima, che si sarebbe tenuta quel giorno davanti al Campidoglio, cioè una delle piazze più belle, ma anche più piccole e facili da riempire di tutta Roma («il luogo immagino sia stato scelto per essere sicuri di non disturbare gente che lavora», scrivevo). Mobilitazione, si fa per dire, cui avevano aderito tutti i partiti, Lega compresa, ragion per cui ne traevo la facile previsione che l’iniziativa non sarebbe stata forse la più partecipata, ma di sicuro sarebbe stata la più pluralista d’Europa, «comprendendo tanto gli oppositori quanto gli apologeti del regime di Putin, responsabile della morte del dissidente». E certo non parlavo solo del leader della Lega: «…fino all’altro ieri, Giorgia Meloni non appariva meno convinta di Salvini nel battersi contro le sanzioni alla Russia decise dopo l’occupazione della Crimea e persino nel chiedere di adottare il vaccino russo, Sputnik, ai tempi della pandemia (posizione tanto più significativa, considerata la naturale diffidenza di Fratelli d’Italia e Lega persino per i vaccini regolarmente testati e approvati dalle agenzie preposte). Oggi, ufficialmente, saranno dunque tutti in piazza contro Putin, compreso quel Movimento 5 stelle che ha aperto loro la strada, in questo come in tanti altri campi». Come si vede, da allora non è cambiato granché.

Ho provato dunque a risalire più indietro, al primo articolo scritto per Linkiesta, diversi anni prima di cominciare questa newsletter, il 24 settembre 2019. Titolo: «Cura omeopatica per emergenza democratica, il Pd si è innamorato dei Cinque Stelle». Niente da fare, siamo sempre lì: «Può darsi, naturalmente, che il tempo dia ragione agli strateghi di questo nuovo “centrosinistra allargato” e alla loro manovra, per quanto ardita oggi possa apparire… chi siamo noi per mettere in dubbio la possibilità che alla fine della fiera, nonostante tutto, il grande azzardo riesca, la zucca si trasformi in carrozza e il Movimento 5 stelle in un partito democratico? Certo, al momento sembra sia piuttosto il Partito democratico a trasformarsi in un piccolo Movimento 5 stelle (senza però il senso dell’umorismo di Grillo, né il senso degli affari di Casaleggio), ma chi può dire come finirà?». Oggi lo sappiamo, ma ovviamente lo sapevamo pure ieri (19 ottobre 2019: «Così il Pd realizza il progetto gialloverde: il bipopulismo»). Potrei continuare in questo modo, dal primo articolo di sette anni fa fino all’ultima newsletter mandata ieri, ma non mi sembra il caso di insistere con gli esempi per corroborare una tesi del resto già evidente di per sé, e proprio la deriva del Pd anche in politica estera lo conferma ogni giorno di più (e così alla fine vi ho rifilato pure l’articolo di ieri, perdonatemi, è stato più forte di me).

La regressione infantile della politica italiana e il crescente imbarbarimento della politica mondiale, dalla guerra in Ucraina al ritorno di Donald Trump, non hanno comunque impedito, ogni tanto, di intravedere un qualche barlume di speranza. E la cosa più incredibile è che ogni tanto la previsione più ottimistica si è persino rivelata azzeccata (24 dicembre 2025: «2026 – L’anno in cui vedremo Trump arrancare e i trumpiani impazzire»). Per quanto riguarda l’Italia, però, scommettere sull’eterno ritorno dell’identico si è sempre rivelata la puntata più saggia. In coda al secondo numero della Linea (20 febbraio 2024) parlavo giusto della «grande mobilitazione dei fautori del cosiddetto “riformismo costituzionale” (…) per non perdere la possibilità di una “riforma condivisa”, che nel caso specifico consisterebbe nel fare sostanzialmente quel che vorrebbe fare Giorgia Meloni, ma con la benedizione, e i voti, dell’opposizione (in cambio di minime correzioni al margine). So che la questione è più complicata, ma essendo un argomento al centro del dibattito politico da quando avevo quindici anni, e avendone ormai quarantacinque, sarei un po’ stanchino».

Ormai di anni ne ho quarantotto, e sono talmente stanco che per questa volta vi risparmierò il consueto appello a favore del ritorno al proporzionale, per finirla una buona volta con super premi di maggioranza, super ballottaggi nazionali e altre diavolerie con cui in questi trent’anni abbiamo combinato solo disastri. Ma è stato bello poter fare anche questa battaglia – e molte altre, a cominciare dalla battaglia per il sostegno all’Ucraina – in un giornale come Linkiesta, con un direttore come Christian Rocca, una redazione e una schiera di commentatori capaci di offrirmi non solo la gioia di condividere tante scelte, spesso decisamente minoritarie, ma anche la possibilità di trovare sempre un guizzo, uno spunto, un’idea in più con cui riempire un boxino, fare un titolo, aggiungere una noterella, per chiudere la newsletter e potermene finalmente andare – o tornare – a dormire, a ore impossibili, unica cosa di cui davvero non sentirò la mancanza.

P.S. Da lunedì la Linea sarà curata da Marco Taradash, che non vedo l’ora di cominciare a leggere ogni mattina, appena sveglio, cioè molto tardi.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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