I giovani del Pd, e quelli che non ricordano la lezione di Danzica e Sarajevo

La segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero, ha infiammato la platea della Festa nazionale dell’Unità con queste parole: “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori”.
Voleva probabilmente riecheggiare “Il disertore” di Boris Vian, per farne la nuova canzone popolare della sinistra bella e buona, la colonna sonora della kalokagathia pacifista.
Non si è neppure resa conto – perché le mancano le basi e pure l’altezza per sfuggire alle lusinghe della storiografia antimperialista prêt-à-porter – di avere invece replicato la lettera e lo spirito delle parole con cui il social-pacifista Marcel Déat, nel famoso articolo “Morire per Danzica?” del 1939, invitava a considerare l’occupazione tedesca una “spiacevole formalità, per nulla catastrofica”, e ammoniva che “scatenare la guerra in Europa a causa di Danzica è andare un po’ troppo lontano, e i contadini francesi non hanno alcuna voglia di morire per i Poldèves”.
Quest’ultimo termine – lo diciamo alla giovane Virginia, caso mai non lo sapesse – non era una deformazione scherzosa della parola “polacchi”, ma un modo sprezzante per liquidare la causa della libertà della Polonia come un non-essere della Storia. I Poldèves erano infatti un popolo del tutto immaginario, inventato nel 1929 dall’Action française per ridicolizzare la sensibilità dei parlamentari democratici verso gli oppressi e negli anni Trenta il termine divenne una caricatura dei popoli dell’Europa orientale e delle loro rivendicazioni. Ha presente – cara Virginia – come il vostro guru geopolitico Lucio Caracciolo parla dell’Ucraina? Ecco, uguale.
“Il disertore” di Boris Vian è del 1954 e nasce nel contesto delle guerre coloniali francesi di Indocina e Algeria e quindi si presta assai poco a incarnare il rifiuto morale del soccorso a un popolo aggredito; semmai la renitenza a una guerra di aggressione, categoria che la vulgata pacifista comunista e post-comunista ha dilatato fino a comprendervi tutte le guerre americane e occidentali, ma solo esse e senza distinzione alcuna: la guerra del Vietnam come gli interventi militari nell’ex Jugoslavia. Tutto imperialismo yankee.
Così a distanza di decenni la segretaria dei Giovani Democratici fa esattamente la stessa operazione. Butta in un unico calderone l’Iran e l’Ucraina e ne ricava un’unica sbobba pacifista, senza neppure porsi il problema che il delinquente di stanza alla Casa Bianca nelle sue variegate operazioni di pirateria economica e militare, tra Venezuela e Golfo Persico, da due anni in Ucraina sta cercando pacifisticamente di propiziare la vittoria del suo socio del Cremlino. Se non c’è ancora riuscito è perché c’è un’Europa coraggiosa e volenterosa, molto lontana dalla sensibilità dei pulcini del Campo Lavrov, che non ha mollato il sostegno economico e militare alla resistenza ucraina.
Una giovane dirigente politica progressista e consapevole dei travagli della cultura nonviolenta – non dello stalinismo umanitario dei Partigiani della Pace di Pietro Secchia – guardando all’Ucraina e alle minacce alla libertà e alla sicurezza europea da parte della Russia dovrebbe riflettere sul testamento di Alex Langer e farne tesoro.
Nel giugno del 1995, nel pieno dell’assedio di Sarajevo, l’allora europarlamentare verde, con Marco Pannella e altri deputati europei, incontrò Jacques Chirac, allora presidente di turno del Consiglio europeo, che era in corso a Cannes. Di fronte alle loro richieste di promuovere un intervento militare umanitario, per interrompere un’aggressione che la diplomazia internazionale non arginava, né conteneva, il presidente francese rispose che “togliere l’assedio a Sarajevo è una priorità, ma… non si deve fare la guerra”. Dopo avere raccontato questo episodio nel suo ultimo scritto, “L’Europa nasce o muore a Sarajevo”, Langer si suicidò, presago della catastrofe che si sarebbe materializzata pochi giorni dopo a Srebrenica.
Però anche dopo Srebrenica, quando finalmente iniziò la controffensiva militare della Nato a protezione della popolazione civile, che portò nel novembre 1995 alla pace di Dayton, la retorica pacifista continuò a maledire la guerra americana nei Balcani, non la macelleria genocida compiuta dalla Serbia sulle spoglie della Federazione jugoslava. Lo stesso avvenne qualche anno dopo, quando nel 1999 la Nato tornò a intervenire per impedire che ai kosovari fosse riservata la stessa sorte dei bosgnacchi, con i pacifisti a manifestare contro Bill Clinton, non Slobodan Milosevic.
Nell’ignobile equivalenza tra nonviolenza e pacifismo viene equiparato l’impegno a disarmare l’aggressore con armi diverse da quelle che egli utilizza – cioè a contrastare la violenza, come assenza o violazione di diritto, con le armi del diritto – all’accettazione dell’imperio della violenza, perché questa non debba essere fisicamente agita per conseguire i propri scopi.
Pagare il pizzo alla mafia – cara segretaria dei Giovani Democratici – è pacifismo. Denunciare gli estorsori e mobilitarne le vittime perché disubbidiscano all’ordine politico e militare mafioso è nonviolenza. Libero Grassi era un nonviolento, la borghesia palermitana, che lo disprezzava come uno che aveva voluto fare l’eroe e dopo la sua uccisione continuò a pagare il pizzo, era pacifista.
Il pacifismo è, nella migliore delle ipotesi, una forma di narcisismo etico (cioè di buona coscienza a buon mercato) e, nella peggiore, di collaborazionismo. La nonviolenza è una forma di etica della responsabilità, che si pone il problema delle conseguenze delle scelte che si compiono e dei mezzi che si utilizzano per rispondere alla violenza; per questo non esclude, in termini assoluti, il ricorso alla forza delle armi, ben sapendo che minimizzarne l’utilizzo risponde a un fondamentale principio di ecologia etico-politica.
Lo aveva scritto, oltre quarant’anni fa, il vecchio Altiero Spinelli all’allora segretario della Federazione italiana dei giovani comunisti, Pietro Folena, che l’aveva duramente redarguito per avere giustificato una ritorsione militare statunitense contro il regime libico, dopo un attentato terroristico. “Vale forse la pena – scrisse Spinelli – che tu metta da parte frasi e cianfrusaglie pacifiste, e che dia alla tua cultura politica, come nutrimento, un po’ di midollo di leone. Ti accorgerai così che la forza militare deve essere sempre tenuta sotto forte controllo di una volontà politica, ma guai ai politici che la scartano con ohi! e ahi! vari come un male assoluto”.
Marcel Déat finì la sua gloriosa carriera pacifista facendo il ministro del maresciallo Pétain nel governo collaborazionista di Vichy. A Virginia Libero, a cui oggi fa più paura l’arruolamento nella guerra di resistenza europea che la pacifica petainizzazione dell’Europa, auguriamo di tutto cuore un destino diverso.
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