Se la battuta sei tu, come fai a riderne?

Una categoria affollata della mia sfaccendatezza è quella che si potrebbe catalogare alla voce: prodotti culturali ai quali sostengo da anni che bisognerebbe applicarsi ma sui quali non ho mai lavorato un minuto, e poi quando qualcun altro li trasformerà da potenza in atto dirò «eccerto, io lo dico da aaaanni». In questa categoria, un posto di spicco ce l’ha un documentario sulle truffe finanziarie al mondo dello spettacolo italiano.
Non se ne salva uno, ci sarebbe una sovrabbondanza di materiale. Non c’è un attore, un cantante, un personaggio televisivo che, prima o poi, non abbia dovuto ricominciare da zero perché i suoi soldi erano spariti. Perché il commercialista aveva intascato i soldi delle sue tasse invece di versarli. Perché il manager invece di tenersi il dieci per cento si è venuto il novanta. Perché un consulente ha promesso tassi d’interesse impossibili ed è scappato con la cassa.
Come tutti sappiamo, perché quand’è passato a Venezia abbiamo letto i giornali che si sono sentiti fighi a usare la parola mockumentary, “Peccato” non è un documentario, e quindi è realistico (la realtà sanno raccontarla solo le opere di finzione, mica i documentari, la saggistica, il giornalismo).
Raccontando una truffa finanziaria immaginaria, quella perpetrata da un tizio con cui nella finzione Emanuela Fanelli ha fatto una figlia, racconta tutte quelle reali. Tutta l’imbecillità di artisti che lasciano le loro monete sotto l’albero della cuccagna.
Non è l’unico modo in cui Emanuela Fanelli, come un certo Sherman McCoy, fa trionfare la verità mentendo. C’è anche, oltre allo scandalo finanziario e relativo processo nei tribunali, lo scandalo reputazionale, e relativa pena stabilita dall’opinione pubblica che non vedeva l’ora di offendersi.
La Fanelli della finzione va nel 2028 ospite del programma della Balivo e, a un complimento sul vestito che indossa, risponde che la sua eleganza non è merito suo: è che è alta e magra (in romanesco: scrocchiazeppi). La frase più ovvia del mondo – chiunque abbia le basi per parlare di abbigliamento sa che i vestiti sono fatti per cascare bene sulle stampelle: con meno carne li riempi, meglio ti stanno – viene deformata dalla santa inquisizione suscettibile.
«Parole impronunciabili», scandiscono alla telecamera del telefono i moralizzatori di turno, «Caterina non mi ha mai invitato, evidentemente preferisce i grassofobici». In un “Tintoria” del 2028, l’ospite Giovanni Floris si preoccupa della sua dieta e che la Fanelli lo schifi in quanto ciccione. La Balivo si contrisce e accetta la sanzione del Codacons con sottopancia (mi scuso per la parola) «Scusateci. Scusateci davvero». Sembra parodia, è iperrealismo.
Nessun editoriale, saggio, convegno sui linciaggi di chi ha osato dire la cosa sbagliata in questo nostro tempo suscettibile è illuminante quanto sentire a pochi minuti di distanza la Fanelli del 2028 dire che i vestiti le cascano bene perché è «una scrocchiazeppi», e la Sabrina Ferilli del 2049, amica della Fanelli nella realtà e nella finzione, rievocare quell’antico scandalo dicendo «io a Emanuela le ho sempre voluto bene, ma proprio tanto gliene ho voluto, però tu dici sul canale 1, in diretta, “Grassoni orrendi dovete mori’ tutti oggi”: ma che te può capita’, fija mia, se non il peggio del peggio? Ma chi te può sarva’, abbi pazienza».
A questo punto il lettore si sarà probabilmente perso, tra Fanelli della realtà e Fanelli della finzione, scandali mai successi e futuri anteriori, e qui arriva il problema. “Peccato”, che dal 2 ottobre va su Hbo, sarà il più clamoroso insuccesso della stagione, pari merito coi miei articoli, perché fa una cosa insensata nel 2026: richiede attenzione. Tempo fa leggevo che Noah Wyle, l’ex dottorino di “E.R.” ora primario di “The Pitt”, il prodotto Hbo più di successo dai tempi del “Trono di spade”, diceva che loro fanno una serie che non si può guardare scrollando il telefono: devi stare attento ai dettagli, se te ne perdi uno non capisci più niente. Ma chi, ma dove.
“The Pitt” ha successo perché è la versione pretenziosa d’una serie Netflix: fa sentire intelligente il pubblico imbecille svolgendosi in tempo reale (con venticinque anni di ritardo su “24”), ma ogni questione è didascalizzata, ogni meccanismo banale ripetuto sette volte finché non l’avete capito proprio bene: c’è una crisi degli oppioidi, aspettate che forse non vi è chiaro, mettiamoci un altro paio di conversazioni che lo rendano chiaro anche ai sordi, ci sono le donne che non possono più abortire, aspetta che enfatizzo questo aspetto casomai viveste su Marte.
“Peccato” è una serie in cui, per riparare il danno reputazionale, la Fanelli s’inventa uno sceneggiato con un cast United Colors of Benetton, e dialoghi che sono una sfilza di cliché che fanno molto ridere chi abbia gli strumenti per riconoscerli come tali: cioè quasi nessun abitante del presente.
Mentre guardavo le puntate di “Peccato”, su Twitter (o come si chiama ora) veniva trasmessa la rivendicazione degli universitari italiani a non «buttare il sangue» per studiare ma a farsi invece spiegare le cose dall’intelligenza artificiale. Quali cose? Le poesie di Emily Dickinson, mi spiegava seria una studentessa. Per generazioni le hanno lette dodicenni senza internet e senza acqua corrente e senza scuola dell’obbligo, e adesso le ventenni più istruite della storia del mondo le ritengono ostiche e hanno bisogno di farsele spiegare (e non da un saggio critico che, lamentano le universitarie, non è riuscito a render loro ricevibile Italo Calvino: quando Ettore Scola faceva dire a quel personaggio del 1974 che Dumas era tosto, vedeva il futuro).
In un mondo così, pensiamo davvero che il pubblico televisivo possa ridere del fatto che, nello sceneggiato riparatore, a tavola si sospiri di nostalgia per quando la tv si guardava in famiglia tutti assieme e la prima serata non iniziava così tardi, per quando le foto le sviluppavi mese dopo le vacanze? È ovvio che una platea che non sa fare conversazione non riderà di chi dice «sei bellissimo così come sei» o sospira ammirazione per chi «parte da un garage e crea un impero»: se il cliché sei tu, come fai a riderne?
Non so cosa sia andato storto, perché nel 1974 si potesse mettere in un film popolare un’ignorante pretenziosa che diceva di non poter mangiare idrocarburi e fidarsi che il pubblico la trovasse esilarante. So che oggi “The Pitt” ci metterebbe un personaggio che le risponde «si chiamano “carboidrati”», perché sa che al pubblico gli devi dire che è il momento di ridere di quello svarione che lui mica riconosce come tale.
Ogni tanto Fanelli e i suoi coautori capiscono che questo pubblico di dodicenni non sveglissimi per la loro età va preso per mano, e spingono sulla ripetizione. Per ogni persona normodotata (forse una quindicina in tutt’Italia, e non so neppure se abbiano tutte e quindici l’abbonamento a Hbo) che capisce subito che è satira la Fanelli che cinquant’anni dopo Mastroianni fa dono dell’illuminante intuizione che in inglese si usa lo stesso verbo per «recitare» e «giocare», per ognuna di loro ci sono centocinquantamila persone per cui quello non è un cliché stracco: è davvero un guizzo. A quelle centocinquantamila, «to play, giocare» la Fanelli glielo ripete quaranta volte, acciocché capiscano che è un tormentone comico, che devono ridere della di lei convinzione di star dicendo una cosa intelligente. Non credo ce la possano comunque fare, ma apprezzo l’andar loro incontro.
Ci sono anche cose che fanno ridere a un primo livello di lettura, cioè l’unico ormai alla portata di gente per cui Italo Calvino è Wittgenstein. Paola Cortellesi, nel 2049 presidente della repubblica, che rievoca “C’è ancora domani”, «quello che incassò meno tra i miei film». La rustichella che il presidente della repubblica ipotizza mangi Isabella Rossellini in una circostanza che non vi svelerò per non rovinarvi la sorpresa. La Fanelli con l’annuncio della vittoria del David come suoneria del telefono. Momenti in cui il pubblico medio alzerà gli occhi da TikTok e capirà cosa sta accadendo in tv e sorriderà. Basteranno? O, subito dopo, li riabbasserà pensando, in questo 2026 della realtà emulo del 1974 della finzione, che questa commedia è troppo tosta e vediamo se ChatGPT me la spiega?
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