Meloni ha finito la benzina, ma non ha ancora deciso dove e quando fermarsi

È probabile che Giorgia Meloni non abbia scelto cosa fare. Ma un’analisi abbastanza oggettiva della situazione e gli indizi dicono di un chiaro logoramento del governo. Che è entrato in modalità Unione (Prodi 2), un esecutivo che viveva alla giornata senza una prospettiva definita, abbastanza spappolato al suo interno, privo di un’agenda chiara.
Meloni in questa fase sembra quel Romano Prodi lì: ha degli alleati privi di idee, e un Roberto Vannacci che sembra un Fausto Bertinotti moltiplicato cento. Perché anche se il generale è fuori dalla maggioranza (per ora) e il leader di Rifondazione era dentro, a guardar bene entrambi svolgono una funzione analoga: sono la spina nel fianco dei due premier.
In più, ci sono i fatti. La premier ha avuto la brutta sorpresa del mancato rientro nel tre per cento – ed è inutile «fischiare l’Istat», come si espresse una volta Massimo D’Alema – e ha inopinatamente messo in mezzo Sergio Mattarella sulla bislacca idea del tetto agli alunni stranieri nelle classi. Sono tutti segni di un nervosismo che scaturisce da una domanda semplice: che facciamo di qui alla fine naturale della legislatura?
A Palazzo Chigi nessuno è in grado di dare una risposta compiuta a questo interrogativo. Di qui l’inevitabile vivere alla giornata escogitando ogni giorno qualcosa che “faccia titolo” e soprattutto oscuri il tratto saliente e negativissimo che gli italiani avvertono in questa fase: l’aumento dei prezzi. L’inflazione risale e il Paese non cresce – quelli bravi parlerebbero di un serio pericolo di stagflazione – e dal punto di vista del consenso il mito dei conti in ordine non porta voti.
La stagione dell’incertezza è la peggiore per qualunque governo. Meloni molto probabilmente si è accorta, anche misurandolo sul proprio sistema nervoso, della fine di una stagione comunque fattiva, nel bene e nel male. Non è una che ami vivacchiare. Una come lei potrebbe prendere atto che è meglio chiuderla qui. Con ordine. Fatta la legge elettorale (auguri) e la legge di bilancio, e approfittando dello stato di confusione nel campo largo, destinato comunque ad avere strascichi non positivi, potrebbe fare un discorso di verità per chiedere un nuovo mandato: questa legislatura bene o male l’ho gestita e ora è sostanzialmente giunta a compimento. E salire al Quirinale a gennaio.
Ma nella sua squadra, oltre ai fautori di un voto in primavera (opzione attribuita a Alfredo Mantovano), ci sono quelli che vorrebbero arrivare a settembre 2027 (opzione attribuita a Giovanbattista Fazzolari), sicché Meloni non ha ancora scelto quale strada imboccare.
Il tutto è complicato da un vincolo posto dal Quirinale, che vorrebbe l’election day – accorpando politiche e comunali di Roma, Milano, Napoli, Torino eccetera – in primavera, un’opzione che la premier vorrebbe evitare. Lei è davanti a un bivio non soltanto temporale, ma politico: decidere lei quando chiudere una stagione oppure lasciare che sia la stagione a chiudere lentamente lei. Insomma, qualunque scelta farà, Giorgia Meloni dovrà pagare un prezzo. Ma tirare a campare stavolta potrebbe equivalere a tirare le cuoia.
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