Il partito arabo che candida un sionista e potrebbe entrare nel governo di Israele

La novità più interessante delle prossime elezioni in Israele riguarda la decisione del leader arabo-israeliano Mansour Abbas di riservare il secondo posto nella lista del suo partito arabo Ra’am a Yoav Segalovich, un politico sionista che è stato uno dei membri più alti della polizia israeliana, comandante della Divisione Investigativa e di Intelligence e poi, dal 2021 al 2022, quale membro del partito di Yair Lapid, viceministro della Sicurezza Nazionale nel governo di Naftali Bennett, l’unico che ha interrotto la lunga serie dei governi di Benjamin Netanyahu. È una scelta di rottura oculata, che sbriciola tutte le accuse di apartheid rivolte a Israele, peraltro in piena sintonia con le attese dell’elettorato arabo-israeliano meno radicale e più integrato. Segalovich, infatti, quando era dirigente della polizia, è stato il massimo esperto della criminalità e delle mafie arabe e proprio il contrasto alla criminalità araba è in testa alle motivazioni di voto degli elettori palestinesi, le cui città e quartieri sono letteralmente devastati dalla microcriminalità e dalle organizzazioni claniche mafiose.
Con questa scelta, invitando i suoi elettori arabi a votare un sionista, Abbas ha dunque rotto definitivamente la tradizione settaria dei partiti arabi israeliani, che si sono attestati da trent’anni su posizioni massimaliste e sterili, ha ribadito di riconoscere Israele come Stato ebraico e per di più si prepara a fare da ago della bilancia indispensabile per la formazione del prossimo governo e per la sconfitta politica di Netanyahu. I sondaggi gli attribuiscono infatti un eccellente risultato elettorale con cinque deputati eletti, sette sono quelli attribuiti alla concorrente “Joint List” araba, che possono essere determinanti per la formazione del prossimo esecutivo. È infatti previsto a oggi da tutte le rilevazioni di opinione che, scontata la caduta di seggi della coalizione di Netanyahu, i partiti dell’opposizione non riescano però a ottenere i 61 seggi, quota minima di maggioranza.
Forte di questo quadro, Netanyahu ha impostato tutta la sua campagna elettorale sulla denuncia dell’eventualità di un governo delle attuali forze di opposizione che conceda la golden share appunto ai cinque parlamentari del partito arabo di Abbas e quindi sulla sua proposta di un governo “nazionale” e centrista tra il suo Likud e i partiti di Gadi Eisenkot, Lapid e Avigdor Lieberman, tagliando fuori l’estrema destra di Itamar Ben Gvir e la sinistra laburista di Yair Golan. Proposta questa inaccettabile per i leader dell’attuale opposizione, che hanno ben chiaro che sul piano interno e soprattutto su quello internazionale, in primis su quello arabo, la presenza di Netanyahu nel governo affosserebbe tutte le possibilità di successo: impedirebbe il varo di una commissione di inchiesta effettivamente neutrale sul 7 ottobre, richiesta fondamentale della base elettorale dell’opposizione, e bloccherebbe l’indispensabile ripresa del cammino degli Accordi di Abramo, che i Paesi arabi non sono assolutamente disposti a firmare con un governo che veda Netanyahu al suo interno. Dunque, è più che probabile che dopo il voto l’ex generale Eisenkot, oppositore durissimo di Netanyahu nella seconda fase della guerra di Gaza – disastrosa sul piano internazionale – se con i partiti alleati dell’attuale opposizione non riuscirà a conquistare i 61 seggi necessari, tratterà con Abbas l’astensione dei suoi parlamentari arabi per varare un suo governo di svolta, magari con la nomina di Segalovich a ministro con delega alla sicurezza dei quartieri e degli agglomerati arabo-israeliani.
Ovviamente, Eisenkot, nel corso della campagna elettorale, si è guardato bene dal prospettare un suo governo che dipenda dai voti di Abbas, ben cosciente com’è che le sue possibilità di successo dipendono essenzialmente dalla capacità di drenare consensi al Likud tra le fila dell’elettorato di destra. Contraria esplicitamente all’alleanza col partito arabo è la posizione di Bennett, come quella di Lieberman; più sfumata quella di Lapid, mentre solo Golan la cita come possibile (nella lontana tradizione politica laburista delle origini vi sono stati, decenni e decenni fa, alcuni parlamentari arabi eletti nelle liste dei partiti di sinistra).
Dunque, un quadro fluido, in un’Israele in cui i sondaggi tradizionalmente non riescono a centrare il voto reale, con una moltitudine incredibile di liste sulla scheda e con un’altrettanto tradizionale dispersione del voto. In genere il 9-10 per cento dell’elettorato israeliano disperde il suo voto su questa miriade di liste che non riescono a superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento.
Resta il fatto clamoroso e positivo di un leader arabo-israeliano che decide di nominare di fatto suo braccio destro un sionista alto dirigente della polizia nella certezza che l’elettorato palestinese lo voterà. Questa è Israele, quella reale.
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