Quattro tavoli diplomatici per una negoziazione a oltranza tra Usa e Israele

Ieri sera gli Stati Uniti hanno sospeso le sanzioni contro l'Iran per 60 giorni, a partire da lunedì (ieri per chi legge); infatti, dopo i primi colloqui Trump ha dichiarato (come nel suo stile rodomontano) che "farà ciò che devo fare" se l'Iran non manterrà la sua parte dell'accordo. Comunque, finalmente, l’accordo provvisorio tra i due Paesi è stato siglato, e il percorso verso la pace inizia oltre che ad intravedersi anche a consolidarsi.
In estrema sintesi e per facilitare la comprensione di alcuni passaggi che potrebbero essere poco chiari, evidenziamo che le due parti contendenti cercano di costruire sulla base dell'accordo provvisorio firmato la scorsa settimana (il cosiddetto Mou), una road-map con l’intento di raggiungere un accordo permanente entro 60 giorni, il tempo prefissato per concludere l’accordo bilaterale in essere. Come al solito, i colloqui effettuati nella località montana svizzera di Buergenstock, hanno visto la mediazione diplomatica del Pakistan (onori al merito), affiancata questa volta da diplomatici qatarini.
Significativa appare la ricerca di un concordato per porre fine ai combattimenti in Libano, ancora presenti e divenuti sempre più aspri e sanguinosi tra Israele (storico alleato degli Usa) e le milizie Hezbollah, notoriamente assai vicine a Teheran.
Entrando nel merito dell’accordo sottoscritto ieri sera tra le parti, rileva segnalare che il ministero del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato una deroga alle sanzioni fino al 21 agosto, permettendo in tal modo a Teheran di vendere petrolio e prodotti correlati e riceverne il compenso.
Un altro cruciale punto positivo messo a segno proprio durante i negoziati, riguarda il raggiungimento di una pausa prolungata delle operazioni militari nel sud del Libano fino al raggiungimento dell’obiettivo di porre fine ai combattimenti nella regione; tuttavia, non possiamo trascurare che Israele ha dichiarato l’intenzione di mantenere una zona di sicurezza nel sud del Libano e, quindi, di voler continuare ad agire per "neutralizzare" le minacce contro soldati e cittadini israeliani.
Diamo ora un rapido sguardo alle petroliere cariche di greggio che attraversano Hormuz per sottolineare che già da ieri il passaggio è iniziato ad aumentare; il ministro degli esteri dell'Oman ha anche confermato l'impegno del suo Paese al rispetto del diritto internazionale e, pertanto, garantisce che il passaggio sicuro dallo Stretto avverrà senza pedaggio durante le fasi dei negoziati con l'Iran.
Segnaliamo, inoltre, che Israele e Libano avrebbero dovuto iniziare martedì un nuovo ciclo di colloqui a Washington, con Beirut determinata a proseguire con negoziati diretti anche se interferisce negativamente la decisione dell'Iran di includere il Libano nei suoi negoziati con gli Stati Uniti. Nei colloqui diretti tra le delegazioni di Beirut e Gerusalemme, che si terranno oggi a Washington, Israele ha annunciato di voler proporre un “progetto pilota” di ritiro parziale da un’area limitata del Libano meridionale, nella quale entrerà l’esercito libanese sotto la supervisione americana. Un’attendibile fonte israeliana ha dichiarato che “arriviamo a Washington con delle mappe per decidere quale sarà l’area del progetto pilota che si svolgerà in una zona a sud del fiume Litani, cioè a sud della Linea Gialla”.
L’apparato della sicurezza e il governo israeliano stanno cercando di promuovere misure di rafforzamento della fiducia reciproca, con l’obiettivo di evitare che venga imposto un accordo dall’esterno, sia dagli Stati Uniti sia dall’Iran; da questa prospettiva, dunque, si ipotizza il ritiro da un’area, dopo che verrà considerata (dall’Idf) relativamente “bonificata da terroristi e armi di Hezbollah”. Un percorso non certamente semplice da realizzare e che però condizionerà l’andamento dei risultati finali delle trattative che, ricordiamo, sono previste concludersi nell’arco temporale di 60 giorni.
In sintesi, riportiamo i quattro punti sui quali si dovranno allineare posizioni condivise tra l’Iran e gli Usa: il “programma nucleare” per definire i limiti di arricchimento dell’uranio e le conseguenti ispezioni da parte dell'Iaea (Agenzia internazionale per l'energia atomica); Stretto di Hormuz, nodo cruciale per la de-escalation militare e la sicurezza dei transiti delle navi a garanzia delle rotte commerciali globali; il “cessate il fuoco in Libano” per stabilizzare l’intero Libano e prevenire l'allargamento del conflitto nei vicini Paesi (Giordania e Siria); sblocco e gestione dei miliardi di dollari congelati relativi agli asset iraniani.
Naturalmente, gli Stati Uniti richiedono garanzie economiche stringenti affinché i fondi siano destinati esclusivamente ad aiuti umanitari, sviluppo e agricoltura, escludendo il finanziamento di attività terroristiche.
La lunga strada negoziale, irta di imprevisti e impennate economico-politiche dell’ultimo minuto, non è ancora chiusa e continua a procedere con grande lentezza, ma procede. Questo può bastare a sostenere la fondatezza della trattativa diplomatica tra le parti contendenti, la negoziazione ad oltranza quale unica risoluzione delle controversie internazionali.
Sarebbe bello assistere ad un cambio di paradigma anche nella lunga sanguinosa e criminale guerra che, da oltre 4 anni, continua a mietere vittime e distruzioni nell’Est del continente europeo senza che nulla di concreto sia stato fatto per percorrere convintamente quest’unica possibile via di risoluzione delle controversie internazionali.
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