Taiwan fa paura a Pechino perché dimostra che una Cina democratica può esistere

14 Settembre 2026 - 07:10
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Taiwan fa paura a Pechino perché dimostra che una Cina democratica può esistere

La visita a Ventotene della vicepresidente di Taiwan Bi-khim Hsiao per partecipare alla Seconda Conferenza sulla Libertà e la Democrazia, promossa dal Parlamento europeo e dalla sua vicepresidente Pina Picierno, non è stata comunicata alla stampa fino all’ultimo momento per evitare che la macchina della ritorsione cinese fosse messa pienamente in campo. La reazione scomposta di queste ore del governo cinese conferma la bontà di quella scelta. L’aggressività di Pechino nei confronti dei leader della Cina democratica di Taiwan non è purtroppo soltanto verbale e alle massicce campagne di disinformazione vengono spesso affiancate azioni di guerra ibrida.

La vicepresidente Hsiao, che dal maggio 2024 ha affiancato Lai Ching-te alla guida del paese, è da sempre nel mirino della Cina. Hsiao, cinquantacinque anni, esperta di politica internazionale, già vicepresidente dell’Internazionale liberale e a lungo deputata, è stata la vera mastermind delle relazioni fra Taiwan e gli Stati Uniti d’America, ricoprendo per quattro anni il ruolo di ambasciatrice del suo paese a Washington DC.

È una vera globetrotter democratica che, nei giorni immediatamente precedenti alla sua nomina a vicepresidente della Repubblica, ha promosso un tour de force diplomatico fra Repubblica Ceca, Lituania, Polonia e Parlamento europeo che ha fatto infuriare Pechino. L’intelligence della Cechia ha rivelato qualche mese fa che proprio durante la visita di Hsiao a Praga, nel marzo del 2024, i servizi segreti di Pechino avevano pianificato a tavolino un incidente stradale ai danni della vicepresidente. Il piano, per quanto mai realizzato, è stato giudicato dal capo dell’intelligence militare di Praga, Petr Bartovský, un’operazione «senza precedenti» di guerra ibrida nel contesto europeo.

Ma perché Taiwan fa così paura a Pechino? Taiwan è tante cose allo stesso tempo, tutte antitetiche alla visione di Pechino: è una Cina che ha saputo conservare cultura, religione e tradizioni del passato; è una Cina che è stata in grado di evolvere da una dittatura militare a una piena democrazia; ed è anche una Cina che intrattiene relazioni diplomatiche con 12 paesi, incluso il Vaticano. In più, grazie al Taiwan Relations Act, riceve forniture militari dagli Stati Uniti d’America e intrattiene un rapporto strategico di amicizia e cooperazione con il Giappone, come recentemente confermato dal primo ministro Sanae Takaichi, che ha apertamente dichiarato, facendo infuriare Pechino, che un’eventuale azione militare cinese contro Taiwan sarebbe considerata una minaccia alla sicurezza nazionale giapponese. Taiwan è anche la dimostrazione vivente che sviluppo, crescita economica, libertà e diritti possono convivere e che dunque una “Cina democratica” non è soltanto una possibilità concreta, ma una realtà che già esiste.

Taiwan fa paura a Pechino perché la sua stessa esistenza contribuisce a indebolire la narrazione relativista dell’eccezionalità non democratica cinese, secondo la quale il gigante asiatico non sarebbe pronto a un’avventura democratica di stampo liberale, avendo attraversato in tutta la sua storia plurimillenaria solo modelli di governance di tipo assolutistico, tanto nella versione imperiale quanto in quella del partito unico da Mao Tse-tung a Xi Jinping.

«Taiwan ha compiuto un lungo cammino – racconta Hsiao –: eravamo un regime militare e siamo diventati una democrazia compiuta. Eravamo un piccolo paese esclusivamente agricolo e arretrato e siamo diventati una potenza economica, riuscendo a raggiungere un livello di sviluppo e di welfare comparabile a molti paesi occidentali. Siamo la dimostrazione vivente del fatto che con fatica e determinazione la democrazia e la libertà siano alla portata di tutti, a prescindere dalle condizioni storiche, etniche o religiose». Il pensiero corre all’Ucraina. Anche in quel caso la vera paura per il regime russo e per Vladimir Putin non era la minaccia militare dell’Esercito di Kyjiv o l’espansione della Nato a oriente, bensì il rischio del «contagio democratico», ed è questo il vero motivo per il quale Xi considera Taiwan il male assoluto: la possibilità che possa esistere una Cina libera, democratica, imitabile e riproducibile nell’intero continente.

Durante la Conferenza Hsiao ha sintetizzato così i punti chiave del suo mandato: «Mantenere lo status quo nello stretto di Taiwan e non cedere alle pressioni di Pechino; rafforzare il sistema costituzionale che fa di Taiwan una democrazia matura, dimostrando come sia possibile una “via cinese” alla democrazia liberale; proseguire il cammino che ha fatto di Taiwan la diciannovesima economia mondiale con un Pil di 800 miliardi di dollari, diventando in pochi anni il “cuore tecnologico” del pianeta».

Come è noto, a Taiwan si produce, infatti, il 93 per cento di tutti i semiconduttori di ultima generazione del pianeta, senza i quali semplicemente la nostra tecnologia si fermerebbe del tutto: dalle auto ai cellulari e ai computer. «Proseguiremo con decisione il cammino che ha trasformato l’isola in pochi anni da una dittatura a una società aperta, libera e democratica: che si tratti di lotta alla pandemia, diffusione dei diritti civili o sviluppo economico, le democrazie surclassano le autocrazie».

Conosco Hsiao da più di vent’anni, da quando eravamo entrambi membri del Comitato esecutivo dell’Internazionale liberale, lei come rappresentante del Partito Democratico Progressista di Taiwan, e io per la Margherita. In questi anni ho visitato diverse volte l’isola, percependo sempre con chiarezza quella forte «boundless energy of a free Taiwan», l’energia senza confini della libera Taiwan, in fondo ciò che davvero Pechino teme di più: quell’energia vitale e contagiosa che un giorno potrebbe raggiungere l’altra sponda dello stretto.

L’intervistatore la incalza: l’Ucraina di oggi potrebbe essere l’Asia orientale di domani?. «L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stata per noi una lezione importante – attacca Hsiao – per aggiornare e rendere più efficienti le nostre politiche difensive e contemporaneamente rafforzare il nostro sistema di alleanze. La resilienza della società ucraina, la capacità di affrontare sfide asimmetriche, l’innovazione continua delle tattiche e delle tecnologie militari, la determinazione a difendere la propria democrazia e il proprio stile di vita, insieme alla costruzione di un’ampia coalizione di paesi democratici, sono stati per noi una fonte di grande ispirazione».

Deterrenza e alleanze sono le due parole chiave della sua riflessione per evitare uno scenario ucraino: la “deterrenza”, ovvero come evitare la guerra rendendo i costi della stessa insopportabili per il nemico, e le “alleanze” con i paesi democratici che condividono gli stessi valori della piccola Taiwan, per non lasciarla sola al suo destino. Ma la guerra asimmetrica fra Cina e Taiwan è già iniziata. Ogni giorno l’isola subisce circa duecentomila attacchi informatici provenienti dalla struttura di cyber-war promossa da Pechino, che inonda quotidianamente i social network di fake news per screditare la leadership politica dell’isola e metterne in discussione la legittimità.

A tutto ciò vanno aggiunte le numerose azioni per provocare black-out della fornitura di energia elettrica, l’interruzione dei canali di telefonia mobile e i continui tentativi di carpire i segreti industriali delle produzioni più strategiche. In più, le esercitazioni militari della Marina di Pechino e le quotidiane intrusioni della Guardia costiera cinese nelle acque territoriali di Taiwan sono diventate un pericoloso new normal.  Un motivo in più perché l’Italia, l’Europa e la comunità delle democrazie mettano fin d’ora in cantiere tutta la necessaria deterrenza per tutelare lo status quo nello stretto ed evitare in ogni modo un ennesimo e pericoloso conflitto.

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