Berlusconi è stato il primo a capire il potenziale televisivo del calcio europeo

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta sembrava che il mondo esistesse solo come una serie di enormi cambiamenti: dai confini alla tecnologia, passando per le monete e gli equilibri politici globali, tutto si stava trasformando. Persino le canzoni coglievano questo aspetto, tanto che Wind of change del gruppo tedesco Scorpions divenne il simbolo musicale della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Più che mutamenti radicali, si stavano verificando dei passaggi di stato, quando cioè la materia, sottoposta a cambi di pressione e temperatura, subisce una trasformazione fisica, un «passaggio», appunto. La materia cambia solo nel modo in cui le particelle sono legate tra loro: a livello chimico, però, la sostanza rimane la stessa.
In tutti questi passaggi, anche il calcio era in qualche modo coinvolto: a volte sullo sfondo, a volte come involontario protagonista.
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La caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica avevano dato il via a una fase centrifuga: mentre però una parte dell’Europa geografica si stava completamente liquefacendo, recidendo i legami precedenti, la parte occidentale del continente si stava trasformando in qualcosa di più solido. Dopo anni di trattative e compromessi, il 9 e 10 dicembre 1991 il Consiglio europeo concluse finalmente il negoziato per il Trattato di Maastricht, firmato poi a febbraio, che istituiva l’Unione Europea e la cittadinanza europea, e poneva le premesse per l’adozione della moneta comune e per il coordinamento delle politiche economiche. Il mercato unico europeo e le istituzioni comunitarie diventano importanti anche per il calcio, che vede ampliarsi i propri orizzonti.
Le istituzioni calcistiche però non sembrano capire le nuove opportunità e come al solito attendono placide, senza accorgersi del mondo che cambia, a differenza di altri protagonisti del settore. In quegli anni, infatti, lo sviluppo delle tv commerciali aveva iniziato a modificare profondamente l’industria del calcio: sia a livello economico, con nuovi inimmaginabili introiti, sia a livello di gestione dei club, con proprietari provenienti anche dall’industria dello spettacolo. Tra questi il più dirompente era certamente Silvio Berlusconi, che con la sua holding Fininvest aveva creato Canale 5, poi affiancata da Italia 1 e Rete 4, acquistate da altri editori. Le ambizioni europee di Berlusconi erano molto chiare in quegli anni: tra il 1986 e il 1990 aveva fondato La Cinq in Francia, Telefünf in Germania e Telecinco in Spagna.
Le sue ambizioni calcistiche si muovevano di pari passo: con il Milan stava contribuendo a cambiare il calcio sia in campo, con la scelta di Arrigo Sacchi come allenatore, sia fuori. Dopo aver vinto due edizioni consecutive della Coppa dei Campioni, Berlusconi cominciò a pensare più in grande, prendendo spunto da un episodio accaduto nel 1987, a cui nessuno aveva dato un valore speciale: l’eliminazione del Napoli.
Il 30 settembre 1987 il Napoli aveva ospitato il Real Madrid per la partita di ritorno dei sedicesimi di finale, ovvero il primo turno, della Coppa dei Campioni. La partita di andata, la centesima dei merengues nella coppa dalle grandi orecchie, si era giocata nella cornice di uno spettrale Bernabéu – a porte chiuse a causa delle intemperanze dei tifosi nella precedente edizione del torneo – ed era terminata con una sconfitta del Napoli per 2-0, con tanto di calci e pugni tra le due squadre, insulti vari, e una borsa del ghiaccio lanciata contro l’allenatore olandese del Real, Leo Beenhakker. Uno spettacolo poco edificante, e una sconfitta che il Napoli di Maradona non riuscì a ribaltare nella partita di ritorno. Grazie al pareggio per 1-1 in Italia, a passare il turno fu la «Quinta del Buitre», ovvero le nuove leve madridiste che ruotavano attorno all’attaccante Emilio Butragueño. Era un Real Madrid molto diverso da quello attuale, basato più sui talenti spagnoli (la Quinta, appunto, formata da cinque grandi giocatori provenienti dalle giovanili della Casa Blanca), sempre favorito per la vittoria finale senza mai riuscire però a imporsi davvero (tre semifinali consecutive). Anche il Napoli del tridente offensivo Maradona-Giordano-Careca era un candidato naturale alla conquista del titolo, ma finì mestamente il proprio cammino europeo: dopo un solo turno, a settembre, da campione d’Italia e con il miglior giocatore del mondo tra le sue file, il Napoli se ne tornava a casa come i finlandesi del Kuusysi, i maltesi dell’Ħamrun Spartans e gli islandesi del Fram Reykjavík.
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C’era qualcosa che non funzionava in quella competizione, e la sfida tra Real e Napoli ne era l’emblema. Con il senno di poi, nessuna partita avrebbe contribuito a cambiare il calcio europeo come quella del 30 settembre 1987, all’allora stadio San Paolo. L’eliminazione della squadra del miglior giocatore al mondo per mano dei favoriti spagnoli aveva fatto arricciare il naso a molti: in sostanza si era giocata una finale di Coppa dei Campioni a settembre, e le conseguenze per la spettacolarità del torneo erano state nefaste.
Se ne accorse subito proprio Berlusconi, che da presidente del Milan, campione d’Italia alla fine di quella stagione, ma soprattutto da magnate delle tv, decise di commissionare un progetto particolare a una delle più grandi agenzie pubblicitarie del mondo, l’inglese Saatchi & Saatchi. Non era una scelta casuale: a quella stessa agenzia, poco prima, era arrivata una richiesta della Football Association, la federazione calcistica inglese, per scrivere un progetto in dieci punti sul futuro del calcio. Un documento che avrebbe gettato le basi per la nascita della Premier League. Il progetto ebbe una significativa risonanza sulla stampa britannica, tanto da finire sulla scrivania di Berlusconi proprio nel 1988.
Al pubblicitario Alex Fynn giunse dunque una chiamata dalla filiale italiana della Saatchi & Saatchi, con una richiesta oggettivamente pazzesca per l’epoca: doveva immaginare un analogo documento con lo scopo di istituire una Superlega europea. Il progetto venne denominato European Television League, così da non lasciare alcun dubbio sull’obiettivo: creare una competizione che generasse una montagna di introiti televisivi, a uso e consumo delle nascenti tv commerciali (e in pay per view). Questa Superlega si sarebbe basata sul merito e sulla tradizione (cioè il palmarès) per selezionare i suoi partecipanti: tutto, dal calendario agli orari, sarebbe stato organizzato al fine esclusivo della trasmissione televisiva. Praticamente la realtà in cui vive il calcio contemporaneo, ma nel 1988 un’idea del genere doveva sembrare completamente folle. Persino il suo autore, in un’intervista rilasciata nel 2017 al quotidiano «Independent», lascia intuire che quel progetto non poteva essere realistico, ma doveva servire come ariete per creare una breccia nelle chiusure della Uefa, attirando al tempo stesso l’attenzione dei club e delle emittenti europee. Più che un progetto di Superlega, era una ricetta facilissima che elencava tutti gli ingredienti necessari per cuocere la torta più grande mai vista nella storia del calcio.
Quella di Fynn e Berlusconi non era certo un’invenzione, né una primizia: già il creatore della Coppa dei Campioni, il francese Gabriel Hanot, aveva immaginato una competizione strutturata come un campionato, senza eliminazioni dirette, per garantire che a vincere fosse la squadra più forte e regolare. Ma nel 1955 questa idea presentava notevoli criticità logistiche, e fu dunque scartata in favore del formato classico. Alla fine degli anni Settanta, dopo essere stato sorteggiato al primo turno contro il Nottingham Forest del leggendario allenatore Brian Clough, uscendone sconfitto senza aver giocato nemmeno una partita contro una squadra non inglese, anche il Liverpool detentore delle precedenti due edizioni aveva proposto una sorta di minilega, un’idea ripresa poi nel 1984. Ma non se ne era mai fatto nulla, perché il fascino della Coppa dei Campioni si basava anche sull’efficacia dei turni a eliminazione diretta.

Tratto da “Vincere la Champions”, di Emiliano Battazzi, ed. 66thand22nd, 17,10€
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