Habitat marini del Golfo della Spezia, la mappa Enea dell’impatto della attività umane

Il Golfo della Spezia è un’area di grande valore naturalistico vicina alle aree marine protette di Porto Venere e delle Cinque Terre, al Parco di Montemarcello-Magra-Vara e nel Santuario per i mammiferi marini “Pelagos”. Un tratto di mare dove praterie di fanerogame, coralligeno e corallo madreporario mediterraneo dal grande interesse ecologico convivono con una crescente urbanizzazione costiera e attività impattanti come il turismo, l’acquacoltura e il trasporto marittimo. Applicando - per la prima volta nel Mar Mediterraneo l’Habitat Risk Assessment, un modello del software InVEST ed è stato sviluppato dall’Università di Standford nell’ambito del programma Natural Capital Alliance, che incrocia mappe degli habitat e delle pressioni antropiche con i dati sulla vulnerabilità degli ecosistemi, un team di ricercatori dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), ha individuato gli habitat marini del Golfo della Spezia più esposti al rischio di degrado a causa delle attività umane.
Su questo, i ricercatori ENEA hanno pubblicato su Environmental Management lo studio “Environmental Risk Assessment as a Tool to Enhance Maritime Spatial Planning in the Mediterranean Sea: The Case Study of the Gulf of La Spezia (North-Western Italy)” dal quale emerge che «Le aree a rischio più elevato si localizzano soprattutto entro i primi 250 metri dalla costa dove si concentrano sia le attività umane che gli habitat più vulnerabili. Tra questi figurano le praterie di fanerogame marine quali la Posidonia oceanica e la Cymodocea nodosa, identificate come ad alto rischio, rispettivamente per il 72,8% e il 20,6% della loro estensione totale, ma anche le colonie del corallo mediterraneo Cladocora caespitosa, il coralligeno e gli impianti di molluschicoltura. Le principali cause di rischio sono gli ancoraggi non regolamentati delle imbarcazioni, la presenza delle condotte di scarico, la vicinanza dei porti turistici e di altre attività di nautica».
Ma è venuto fuori anche qualcosa di abbastanza inatteso: un fattore di stress biologico rappresentato dalle orate. «Negli ultimi anni – scivono i ricercatori - si presume che le orate nelle aree di studio abbiano aumentato il loro numero e la loro voracità (nessuno studio sottoposto a revisione paritaria è stato ancora pubblicato su questo argomento), causando un forte calo della produzione di molluschi tramite predazione».
Un lavoro scientifico che è stato condotto nell’ambito del progetto Robotics and AI for Socio-economic Empowerment (RAISE), finanziato dalla Missione 4, Componente 2, Investimento 1.5 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – PNRR e il principale autore dello studio, Alessandro Sebastiani, del Dipartimento ENEA sostenibilità, spiega che «Le mappe di rischio ci aiutano a capire dove intervenire per proteggere gli habitat più vulnerabili. Questo modello applicato al Golfo della Spezia rappresenta un punto di partenza per una pianificazione dello spazio marittimo basata sugli ecosistemi (Ecosystem-based management), , fondamentale per la tutela della biodiversità e dei servizi ecosistemici in aree fortemente antropizzate».
Lo studio contiene anche la simulazione di azioni di tutela degli ecosistemi, quali ormeggi regolamentati, controlli più efficaci e interventi per ridurre le pressioni legate agli scarichi e alle aree portuali. In questo scenario, la superficie di habitat ad alto rischio entro 250 metri dalla costa si riduce del 78,9%.
Nello studio si legge che «Nel caso dell'ancoraggio illegale di imbarcazioni da diporto, un'applicazione più rigorosa delle misure di divieto esistenti dovrebbe essere sufficiente a eliminare completamente la pressione. Ciò potrebbe includere controlli più severi da parte dell'autorità portuale, soprattutto nelle aree più vulnerabili, e un sistema sanzionatorio più efficace. Per quanto riguarda le orate, esiste un piano di gestione volto a controllarne il numero attraverso la pesca selettiva. Sono inoltre in fase di valutazione sistemi di dissuasione luminosa, come l'utilizzo di luci diffuse durante la notte. Altre soluzioni, come l'uso di ultrasuoni, si sono rivelate inefficaci a lungo termine. Per quanto riguarda le condotte fognarie, la letteratura sulla gestione e la riduzione del rischio è piuttosto scarsa e la maggior parte degli studi si concentra sulle fasi di costruzione e manutenzione. Una gestione efficace delle acque reflue costiere dovrebbe integrare tecnologie di trattamento avanzate, quadri normativi chiari e un monitoraggio sistematico. Infine, le aree portuali dovrebbero essere soggette a misure di riduzione dell'inquinamento e all'adozione di impianti rispettosi delle praterie di posidonia. Emenike et al. ( 2022 ) hanno suggerito di applicare trattamenti delle acque reflue come la fitorimediazione e il bioassorbimento ai siti contaminati da metalli».
Complessivamente, a seguito dello scenario di gestione proposto, 76,84 ettari sono passati dalla categoria a basso rischio a quella a rischio nullo; 63,28 ettari sono passati dalla categoria a rischio medio a quella a basso rischio; 5,44 ettari sono passati dalla categoria ad alto rischio a quella a rischio medio; e 0,040 ettari sono passati dalla categoria ad alto rischio a quella a basso rischio
Una delle autrici dello studio, Elisabetta Salvatori, responsabile della sezione soluzioni integrate e nature-based per la rigenerazione uUrbana del Dipartimento sostenibilità ENEA, conclude: «Queste riduzioni sono il risultato di una simulazione e mostrano il potenziale degli interventi di gestione. L’approccio proposto può essere applicato anche in altre aree costiere del Mediterraneo per aiutare amministrazioni e portatori di interesse a confrontare le misure di gestione possibili e a verificarne i risultati attraverso il monitoraggio».
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