Intelligenza artificiale nella PA, Anastasi: “Servono leader, non follower”
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L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia da osservare in attesa di capire se entrerà davvero negli uffici pubblici. È già dentro i processi di lavoro, modifica il modo di cercare informazioni, analizzare documenti, elaborare dati e supportare le decisioni. Per la Pubblica Amministrazione la questione, quindi, non è più stabilire se utilizzare l’AI, ma decidere con quali competenze, responsabilità e capacità critica farlo.
È questo il punto centrale della riflessione che Giovanni Anastasi, presidente di Formez PA, ha affidato a un intervento pubblicato da ItaliaOggi: di fronte alla trasformazione tecnologica, la PA deve imparare a comportarsi da protagonista e non da semplice utilizzatrice passiva degli strumenti sviluppati da altri. Una posizione sintetizzata nella formula scelta da Formez per i propri programmi di formazione: “Leader, non follower”. L’obiettivo non è inseguire ogni novità tecnologica, ma costruire amministrazioni capaci di comprenderla, valutarne gli effetti e utilizzarla per migliorare concretamente i servizi rivolti a cittadini e imprese.
Intelligenza artificiale nella PA: il rischio è subirla senza comprenderla
Nel suo intervento su ItaliaOggi, Anastasi mette in guardia da due atteggiamenti opposti ma ugualmente poco utili: da una parte l’entusiasmo indiscriminato verso qualsiasi applicazione dell’AI, dall’altra le rappresentazioni apocalittiche che descrivono la tecnologia come un processo inevitabile destinato a sostituire l’uomo.
Per il presidente di Formez il problema reale è piuttosto la capacità delle persone di mantenere il controllo delle scelte. La trasformazione in corso non viene quindi letta come una competizione tra essere umano e macchina, ma come una differenza crescente tra chi possiede gli strumenti culturali per governare il cambiamento e chi finisce per subirlo. Da qui il richiamo al pensiero critico, alla logica, alla capacità di valutare alternative e alla responsabilità delle decisioni.
Il tema assume un peso particolare nel settore pubblico. Un sistema di intelligenza artificiale utilizzato in un’amministrazione non interviene soltanto sulla produttività interna: può incidere sull’erogazione di servizi, sull’accesso alle informazioni, sull’organizzazione degli uffici e, in alcuni casi, sui processi che riguardano direttamente diritti e interessi dei cittadini.
Non a caso il Piano Triennale per l’informatica nella PA 2024-2026 ha inserito stabilmente l’intelligenza artificiale tra le componenti della trasformazione digitale pubblica. L’aggiornamento 2026 rafforza inoltre gli strumenti dedicati alla governance dei progetti AI, alle competenze e all’e-leadership. Già il Piano aveva indicato come obiettivo per il 2026 l’avvio di almeno 400 progetti di innovazione mediante intelligenza artificiale nelle amministrazioni.
Parallelamente AgID ha avviato nel 2026 l’iter delle Linee guida dedicate allo sviluppo e al procurement dei sistemi di intelligenza artificiale nella PA, con l’obiettivo di fornire alle amministrazioni criteri per progettare, acquistare, gestire e monitorare tecnologie che presentano una complessità molto diversa rispetto al software tradizionale.
Formare 3,2 milioni di dipendenti pubblici al nuovo rapporto con l’AI
È soprattutto sul capitale umano che si gioca, però, la trasformazione descritta da Anastasi. La Pubblica Amministrazione italiana conta circa 3,2 milioni di dipendenti e il programma nazionale di upskilling e reskilling sostenuto dal PNRR dispone di 139 milioni di euro proprio per rafforzarne competenze digitali, manageriali e trasversali. Dal 2025, inoltre, l’obiettivo individuale di formazione per i dipendenti pubblici è stato fissato in almeno 40 ore l’anno.
L’intelligenza artificiale sta entrando progressivamente anche in questa offerta formativa. A giugno il Dipartimento della Funzione pubblica ha reso disponibile sulla piattaforma Syllabus un programma articolato su tre livelli, dal base all’avanzato, dedicato all’utilizzo dell’AI nella ricerca, nella gestione e nella valorizzazione delle informazioni, con esempi costruiti sulle attività tipiche degli uffici pubblici.
È nello stesso percorso che si collocano i nuovi percorsi formativi di Formez sull’IA, già approfonditi da Lentepubblica.it. Tra settembre e dicembre il programma “Leader, non follower: le persone al tempo dell’AI” affronta l’innovazione non soltanto dal punto di vista tecnologico, ma attraverso pensiero critico, capacità decisionale, etica e nuove professionalità.
Il primo ciclo, in programma dal 22 al 25 settembre presso la Pontificia Università Antonianum, dedica dodici ore all’“antropocentrismo e alla visione critica ai tempi dell’IA”. Fra i temi figurano il contrasto al fatalismo tecnologico, i bias cognitivi, la logica, il decision making, l’approccio data driven e l’intelligenza artificiale intesa come estensione delle capacità umane, non come sostituto della responsabilità personale.
Dall’AI literacy alla leadership: perché la formazione diventa strategica
La formazione non rappresenta più, peraltro, soltanto una buona pratica organizzativa. L’AI Act europeo ha introdotto espressamente il principio dell’AI literacy. Infatti, chi fornisce o utilizza sistemi di intelligenza artificiale deve adottare misure finalizzate a sviluppare adeguate conoscenze e consapevolezza tra il personale che opera con questi strumenti, tenendo conto delle competenze possedute e del contesto in cui vengono impiegati.
L’articolo 4 dell’AI Act si applica dal 2 febbraio 2025 e, dopo le modifiche intervenute nel 2026, l’obbligo resta incentrato sulla necessità di adottare misure concrete per favorire l’alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale. Dal 3 agosto 2026 sono inoltre operative le relative disposizioni di supervisione.
La questione, quindi, va molto oltre l’imparare a scrivere un buon prompt. Significa conoscere limiti e opportunità dei sistemi, riconoscere possibili errori e distorsioni, comprendere quando una risposta debba essere verificata e soprattutto sapere quali decisioni non possono essere delegate automaticamente alla tecnologia.
Perché “Leader, non follower”
È qui che il concetto di “leader, non follower” assume il suo significato più concreto. L’AI può velocizzare attività ripetitive, aiutare nell’analisi di grandi quantità di informazioni e liberare tempo da destinare a funzioni a maggiore valore aggiunto. Ma perché questo aumento di capacità produca davvero valore pubblico occorrono persone in grado di formulare le domande corrette, verificare i risultati e assumersi la responsabilità della decisione finale.
Il messaggio lanciato da Anastasi su ItaliaOggi riguarda quindi meno il futuro remoto dell’intelligenza artificiale e molto di più il presente della Pubblica Amministrazione. La tecnologia è già disponibile; norme, linee guida e programmi formativi stanno progressivamente definendone il perimetro. La vera discriminante sarà la qualità delle competenze con cui verrà utilizzata.
Per una PA chiamata a gestire dati, servizi e decisioni che incidono quotidianamente sulla vita delle persone, governare l’intelligenza artificiale significa prima di tutto evitare che sia l’intelligenza artificiale a governare i processi. Ed è probabilmente questa la sfida più importante della trasformazione digitale che si sta aprendo negli uffici pubblici italiani.
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