Trump ha trasformato la presidenza in una gigantesca macchina per fare soldi

26 Settembre 2026 - 05:10
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Trump ha trasformato la presidenza in una gigantesca macchina per fare soldi

President Donald Trump meets with Japan's Prime Minister Sanae Takaichi during the United Nations General Assembly, Tuesday, Sept. 22, 2026, at the UN headquarters. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

L’8 aprile 2025 Wall Street attraversava uno dei momenti più difficili dalla crisi del 2008. Una settimana prima, nel Rose Garden, Donald Trump aveva presentato il suo “Liberation Day”: dazi reciproci contro mezzo mondo, cartellone alla mano. In quattro sedute l’indice S&P 500 aveva bruciato migliaia di miliardi di dollari di capitalizzazione.

Quel giorno, secondo un’analisi di Cnbc sulle dichiarazioni patrimoniali del presidente, dai conti intestati a Trump partivano 327 ordini di acquisto, oltre cinque volte la media giornaliera dell’anno. Sui titoli comprati spiccavano i grandi nomi tecnologici: Apple, Alphabet, Amazon, Microsoft, Nvidia. La mattina dopo, alle 9:37, Trump scriveva su Truth Social che era un ottimo momento per comprare. Alle 13:18 annunciava una sospensione di novanta giorni dei dazi. L’S&P 500 chiudeva a +9,5 per cento, una delle migliori sedute del dopoguerra.

Non possiamo chiamarlo insider trading (d’altra parte, nessuna autorità ha contestato a Trump o ai suoi familiari un reato di questo tipo). Ma almeno gigantesca anomalia, sì: a propria difesa, la Trump Organization sostiene che il patrimonio del presidente sia gestito in modo interamente discrezionale da istituzioni finanziarie terze, attraverso processi automatizzati, senza alcun preavviso né input da parte della famiglia.

Nelle dichiarazioni depositate presso l’Office of Government Ethics (tutta documentazione pubblica), il tycoon ha riportato circa ventunomila operazioni su titoli nel solo 2025. Per avere un termine di paragone: nel 2017, primo anno del primo mandato, le transazioni azionarie dichiarate erano ottantasei. Nel primo trimestre del 2026 le operazioni sono state oltre tremilacinquecento, per un controvalore stimato tra duecentoventi e settecentocinquanta milioni di dollari. Il reddito dichiarato per il 2025 ammonta a circa 2,2 miliardi di dollari, più di quanto Trump avesse guadagnato nell’intero primo mandato, e la parte principale arriva dagli asset digitali.

Dentro questi numeri emergono coincidenze che la stampa e i media americani hanno ben documentato, agendo da contraltare democratico nel migliore dei modi. Il 6 gennaio 2026 vengono acquistate azioni Nvidia e Amd; una settimana dopo il Dipartimento del Commercio autorizza l’export di alcuni loro chip verso la Cina. Nello stesso periodo parte una posizione su Palantir, che a febbraio ottiene un contratto da circa un miliardo di dollari con il Dipartimento per la Sicurezza Interna, legato alle politiche di espulsione di massa.

Il 23 luglio 2025, giorno in cui la Casa Bianca presenta il piano nazionale sull’intelligenza artificiale, risultano acquisti tra uno e cinque milioni di dollari ciascuno in sei grandi società tecnologiche. Un portafoglio con migliaia di operazioni su titoli a grande capitalizzazione produrrà sempre coincidenze, con organi quali Abc News a riconoscere che il profilo complessivo è quello di una gestione professionale in linea con le pratiche del settore. Nel caso Palantir, per esempio, nello stesso trimestre gli acquisti si accompagnano a vendite di importo maggiore.

Nessuna di queste coincidenze è, da sola, una prova. Ma la domanda politica riguarda il fatto che il presidente degli Stati Uniti detenga partecipazioni in decine di aziende che dipendono dalle decisioni della sua amministrazione: contractor della difesa come Lockheed Martin, Boeing e Raytheon, i giganti dei semiconduttori, persino gli operatori privati delle carceri.

Uno dei settori in cui l’amministrazione interviene di più, essendo contemporaneamente quello dove il portafoglio del presidente è più concentrato, è proprio l’ecosistema dell’intelligenza artificiale. Nell’agosto 2025 il governo federale è entrato con una quota di circa il dieci per cento nel capitale di Intel. Il 25 agosto Trump scriveva di amare vedere salire il titolo, e il 29 risultano acquisti di obbligazioni Intel tra uno e cinque milioni di dollari.

Nel maggio 2026 Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, si è aggiunto all’ultimo momento alla delegazione del viaggio presidenziale in Cina, su invito dello stesso Trump, mentre tra le attese della vigilia c’era la vendita dei chip H200 a Pechino. Nell’intelligenza artificiale, insomma, il presidente scrive le regole, decide a chi si può vendere, siede al tavolo con gli amministratori delegati e detiene i titoli.

C’è poi un secondo filone, ancora più opaco. Durante il 2026, con la guerra contro l’Iran, i mercati hanno registrato una serie di operazioni straordinariamente tempestive. Secondo Reuters, circa quindici minuti prima del post del 22 marzo in cui Trump annunciava una pausa negli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, sono stati piazzati oltre cinquecento milioni di dollari in future sul greggio, che nelle ore successive è crollato di oltre il dieci per cento.

Il Dipartimento di Giustizia e la Cftc, l’autorità di vigilanza sui derivati, stanno indagando su almeno quattro operazioni di questo tipo, che avrebbero fruttato complessivamente più di 2,6 miliardi di dollari. Lo stesso schema si è ripetuto sui mercati di previsione come Polymarket, account appena creati che scommettono su un cessate il fuoco con l’Iran poche ore prima dell’annuncio, mentre la retorica pubblica del presidente andava in direzione opposta.

Qui esiste un caso da mettere in evidenza, ossia quello del militare delle forze speciali incriminato con l’accusa di aver usato informazioni classificate per guadagnare circa quattrocentomila dollari, scommettendo sul raid contro Maduro.

Con il dovere di restare prudenti, dietro quei conti anonimi potrebbero esserci insider, ma anche speculatori molto fortunati, oppure operatori coordinati che leggono meglio di altri i segnali della diplomazia. Nessuna indagine ha finora collegato queste operazioni alla famiglia Trump.

Resta però l’evidenza di decisioni di politica estera e commerciale annunciate da un solo uomo, spesso senza che la sua stessa amministrazione ne sia informata, su un social network. E allora, ecco che il valore economico di sapere anticipatamente diventa enorme — aumentando l’incentivo alla circolazione dell’informazione stessa.

Dal 1° agosto 2026 Trump Media, la società che controlla Truth Social e di cui un trust riconducibile al presidente detiene oltre il 40%, vende un servizio chiamato Truth API. Per una cifra compresa tra 60.000 e 100.000 dollari al mese, fondi e società di trading ad alta frequenza ricevono i post della piattaforma qualche frazione di secondo prima del pubblico. L’azienda ha dichiarato di aver già firmato più di dieci contratti.

La difesa di Trump Media è che si tratta di dati pubblici, e vendere un accesso più rapido a dati pubblici è ciò che fanno quotidianamente molti fornitori di informazioni finanziarie. Secondo la portavoce dell’azienda, i critici avrebbero inventato una nuova teoria dell’insider trading.

Una parte della dottrina giuridica americana la pensa però diversamente: Renée Jones, ex dirigente della Sec, ha sostenuto che monetizzare un accesso privilegiato ai messaggi del presidente equivalga a un’appropriazione indebita di informazioni. Il deputato democratico Jamie Raskin ha aperto un’indagine, e il servizio è già oggetto di una causa. Chi avrà ragione lo stabiliranno le autorità e i tribunali.

Ma il senso politico dell’operazione è che Trump annuncia decisioni capaci di spostare centinaia di miliardi, e lo fa su una piattaforma di cui è il principale azionista, che vende a Wall Street il diritto di conoscerle prima degli altri. L’informazione pubblica diventa un prodotto, e il vantaggio informativo, cioè ciò che l’intera disciplina dell’insider trading punta a neutralizzare, diventa un listino prezzi.

All’inizio di luglio, intervistato da Cnbc sulle proprie dichiarazioni patrimoniali, Trump ha detto di dispiacersi per i suoi figli, perché la presidenza è così potente che qualunque cosa facciano, anche comprare un camion, finiscono per avere “inside information”. Ha aggiunto di non occuparsi dei propri investimenti, gestiti dal figlio Eric, e che comunque non ci sarebbe nulla di illegale nel conoscerli.

Sostanzialmente, Trump ha canalizzato l’attenzione verso una sorta di teorizzazione del conflitto d’interessi come condizione naturale del potere: se tutto è conflitto, niente lo è (da notare, comunque, come le due versioni non coincidano pienamente: da un lato la Trump Organization parla di istituzioni terze e processi automatizzati, dall’altro il presidente indica il figlio come gestore del portafoglio).

I predecessori di Trump si astenevano dal fare trading, per ovvie ragioni di opportunità, sebbene non ci siano norme che lo vietino — la legge federale impone al presidente solamente di dichiarare le operazioni.

In Italia si è discusso per vent’anni di conflitto d’interessi, attorno alla figura di un imprenditore diventato presidente del Consiglio, senza mai arrivare a una normativa efficace. Eppure, visto da oggi, quel dibattito appare di tutt’altra dimensione: se con Berlusconi si parlava di televisioni e concessioni, qui abbiamo il capo del più importante Stato del mondo che, con un solo messaggio, può muovere il prezzo del petrolio mondiale, possedendo inoltre il canale attraverso cui quel messaggio viaggia.

Si può dire che siamo davanti a una problematica che è anche europea: nell’integrazione dei mercati, la volatilità generata da un post notturno colpisce risparmiatori, fondi pensione e imprese europee prive di abbonamenti a Truth API. Le regole europee sugli abusi di mercato sono tra le più stringenti al mondo, ma si fermano ai confini della giurisdizione. Se a Washington l’asimmetria informativa diviene modello di business, il problema entra nelle Borse europee senza passare per le dogane.

Nessuno, finora, ha dimostrato che Donald Trump abbia commesso un reato: ma in venti mesi, a Washington, la distanza tra il potere pubblico e il profitto privato si è, nei fatti, complessivamente azzerata.

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