Il Governo taglia i fondi ai porti per l’eolico offshore. C’è un’altra strada? Il caso Livorno

25 Settembre 2026 - 16:45
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Il Governo taglia i fondi ai porti per l’eolico offshore. C’è un’altra strada? Il caso Livorno

La notizia del taglio per 40 mln di euro dei fondi destinati all’hub offshore di Taranto e Augusta, come stabilito dal Governo Meloni a quanto pare per finanziare la diminuzione temporanea delle accise sui carburanti, riporta al centro una questione che riguarda direttamente anche Livorno: per sviluppare una filiera industriale dell’eolico offshore, è davvero necessario che sia lo Stato, con un governo che ha chiaramente anche altre priorità energetiche, a finanziare integralmente le infrastrutture portuali?

La risposta è no. Il contributo pubblico può essere importante, soprattutto per dragaggi, opere foranee, accessi e infrastrutture comuni, ma un hub offshore è anche un’attività industriale capace di generare ricavi per decenni. Piazzali, aree di assemblaggio, gru, logistica, stoccaggio e manutenzione possono essere finanziati e gestiti da operatori privati attraverso concessioni pluriennali, project finance, fondi infrastrutturali e credito bancario.

In Europa esistono già modelli molto vicini a questo schema. In Spagna il programma PORT-EOLMAR finanzia l’adeguamento dei porti all’eolico offshore, ma impone che all’investimento pubblico corrisponda almeno un investimento industriale privato di pari importo. Le infrastrutture di base restano pubbliche, mentre le aree retroportuali vengono poi affidate in concessione competitiva a operatori privati, che devono investire nella realizzazione e gestione delle attività industriali.

Un altro caso significativo è Esbjerg, in Danimarca, oggi uno dei principali porti europei per l’eolico offshore. L’ampliamento in corso vale circa 236 milioni di euro e comprende un nuovo terminale di 57 ettari dedicato anche alla filiera offshore; la Banca europea per gli investimenti ha concesso 115 milioni di finanziamento a lungo termine. Non si tratta quindi di una semplice sovvenzione statale, ma di una struttura finanziaria in cui il credito istituzionale europeo sostiene un’infrastruttura destinata a generare attività economica nel tempo.

Anche Klaipėda, in Lituania, segue una logica analoga: un progetto da circa 201 milioni di euro per trasformare il porto in hub logistico e di energia verde ha ottenuto 100 milioni di finanziamento BEI. Una parte importante dell’investimento serve proprio a rendere il porto adatto all’installazione e alla logistica dell’eolico offshore.

Il modello applicabile a Livorno potrebbe quindi essere piuttosto chiaro. L’Autorità portuale realizza o completa le grandi opere comuni della Darsena Europa; una società concessionaria privata investe nelle strutture specifiche per l’offshore; sviluppatori dei parchi, produttori di componenti e operatori logistici sottoscrivono contratti pluriennali di utilizzo. Con formule “take-or-pay”, una quota minima del servizio viene pagata anche se l’utilizzo effettivo è inferiore a quello prenotato: in questo modo i ricavi futuri diventano prevedibili e l’investimento può essere finanziato da banche, BEI e fondi infrastrutturali.

È proprio qui che la Darsena Europa rappresenta un’opportunità particolare. Livorno sta già realizzando una delle più importanti espansioni portuali italiane. Pensare fin d’ora una parte delle nuove banchine e dei piazzali anche in funzione dell’eolico offshore significherebbe utilizzare un investimento già programmato per attrarre una nuova filiera industriale.

La vera garanzia per il capitale privato sarebbe però la pipeline dei parchi eolici del Tirreno e della Sardegna. Se il porto potesse dimostrare che nei prossimi dieci o quindici anni diversi gigawatt di impianti avranno bisogno di assemblaggio, varo, logistica e manutenzione, l’hub offshore diventerebbe un normale investimento infrastrutturale con una domanda identificabile.

La lezione di Taranto, quindi, potrebbe essere diversa da quella che appare a prima vista. La riduzione di un finanziamento statale è certamente un problema, ma non dovrebbe essere sufficiente a fermare una strategia industriale. Lo Stato può mettere una parte delle risorse; soprattutto deve creare certezza su autorizzazioni, concessioni, aste e connessioni. Il resto può essere mobilitato dal capitale privato.

Per Livorno questo significa una cosa molto concreta: la Darsena Europa non deve necessariamente aspettare un nuovo fondo nazionale per diventare anche un hub dell’eolico offshore. Può essere costruito un progetto finanziario capace di attrarre operatori industriali, sviluppatori, fondi e credito europeo. La condizione è decidere oggi che quella nuova infrastruttura portuale deve servire anche una delle filiere energetiche più importanti dei prossimi decenni.

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