Nucleare fantasma: i piccoli reattori modulari (Smr) cui guardano Italia e Ue di fatto non esistono

Cade oggi il 15esimo anniversario del disastro nucleare di Fukushima, eppure per “celebrare” la sua vigilia in Francia si è aperto ieri il World nuclear energy summit, dove è intervenuta anche la presidente della Commissione Ue per blandire le ambizioni atomiche di Emmanuel Macron: «Oggi – ha dichiarato Ursula von der Leyen – presentiamo una nuova strategia europea per i piccoli reattori modulari. Il nostro obiettivo è semplice. Vogliamo che questa nuova tecnologia sia operativa in Europa entro l'inizio degli anni '30, in modo che possa svolgere un ruolo chiave accanto ai reattori nucleari tradizionali, in un sistema energetico flessibile, sicuro ed efficiente».
Sulla stessa scia il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto, che ha annunciato la volontà dell’Italia «di aderire all’impegno per triplicare la capacità nucleare globale. Nel breve-medio termine guardiamo con attenzione agli Small modular reactors di terza generazione avanzata». C’è un problema, però: gli Smr di fatto non esistono.
Come riassunto già lo scorso giugno dalla Banca d’Italia, nel 2024 vi erano 98 progetti basati su tecnologie Smr, Amr (Advanced modular reactors) o Mmr (Micro-modular reactors) nel mondo. Alcuni di questi erano sospesi per assenza di fondi o in fase di sviluppo embrionale, e solo tre risultano operativi – uno in Cina e due in Russia –, con Bankitalia a sottolineare peraltro che «l’introduzione di nuove tecnologie impone l’aggiornamento dei criteri di valutazione della sicurezza e dunque la maggior sicurezza di diversi nuovi progetti deve ancora essere dimostrata».
Come farlo, e con quali fondi, non è chiaro. La “Clean energy investment strategy” lanciata ieri dalla Commissione Ue intende erogare attraverso la Bei oltre 75 miliardi di euro di finanziamenti nei prossimi tre anni a sostegno degli obiettivi della transizione verso l’energia pulita, ma per gli Smr ci sono le briciole: La strategia per i piccoli reattori modulari (Smr) – spiegano da Bruxelles – propone azioni che consentano agli Stati membri dell'Ue che perseguono questa tecnologia di installare i primi Smr operativi all'inizio degli anni 2030. La strategia sosterrà l'industria nell'accelerare il loro sviluppo e la loro installazione, in particolare attraverso il lavoro dell'Alleanza industriale europea sugli Smr. La Commissione prenderà in considerazione un'integrazione aggiuntiva di 200 milioni di euro InvestEu dal Fondo per l'innovazione fino al 2028 per sostenere l'installazione delle prime unità commerciali».
Se questo è il quadro europeo, quello italiano è ancora più fumoso. Nel Piano strategico approvato dalla partecipata pubblica Enel con orizzonte al 2028 si prevedono investimenti da 53 miliardi ma sul nucleare non c’è un euro, e i fondi pubblici stanziati dal Governo si concentrano su partite come la promozione di informazione pro-nucleare (per 6 mln di euro solo quest’anno, a fronte di zero risorse analoghe per le rinnovabili). Eppure le italiche ambizioni sembrano volare alto.
«Nello scenario ipotizzato dal Pniec – riassume ancora Bankitalia – la capacità installata tra il 2030 e il 2050 sarebbe pari a circa 8 GW (di cui 1,3 GW in modalità cogenerativa e 0,4 GW da fusione nucleare nel 2050). I nuovi impianti sarebbero tra 22 e 42, e la loro produzione coprirebbe l’11% (64,2 TWh) del fabbisogno elettrico stimato al 2050». Dove verrebbero collocate una quarantina di centrali nucleari non è dato sapere, visto che sembra impossibile riuscire a localizzare il pur necessario Deposito unico nazionale per i rifiuti radioattivi.
In compenso, le informazioni note sul fronte Smr sono poco rassicuranti. È già noto che la tecnologia nucleare non è la più adeguata a integrarsi con le fonti rinnovabili, in quanto queste ultime sono tanto più convenienti da rendere diseconomico tenere accese le centrali solo per compensare la variabilità di eolico e solare; meglio investire in batterie, come spiegato tra gli altri alla Camera da Federico Maria Butera, professore emerito di Fisica tecnica ambientale al Politecnico di Milano. E proprio sul fronte dei costi non si attendono evoluzioni positive dagli Smr, anzi: come ricordato su queste colonne dal fisico Giuseppe Onufrio, già direttore di Greenpeace Italia, l’analisi sui principali modelli di Smr in corso di sviluppo negli Usa documenta che il costo industriale dell’elettricità risulterà sempre superiore del 50% a quello delle centrali tradizionali. Inseguire il fantasma nucleare, mentre le rinnovabili sono già le tecnologie più economiche a portata di mano, rischia dunque di essere una scommessa estremamente costosa non solo in termini di ritardata decarbonizzazione ma anche per le tasche di cittadini e imprese.
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