Erogazione di servizi? Non è questo il compito del Terzo settore
Rafforzare il Terzo settore come attore politico diffuso, capace non solo di erogare risposte ai bisogni, ma di orientare i processi democratici, contribuire alla costruzione delle scelte collettive e di rendere i territori più giusti e coesi. Questa è una strada non solo possibile, ma necessaria. Il secondo seminario del corso “La Dimensione politica del Terzo settore” è pensato per consolidare consapevolezza, linguaggi e pratiche di partecipazione. L’obiettivo è quello di formare e attivare il Terzo settore perché tenga insieme giustizia sociale, democrazia sostanziale e capacità di incidere, trasformando la partecipazione da metodo “accessorio” a cuore della trasformazione territoriale. Ne abbiamo parlato con Mauro Giannelli, coordinatore del progetto Fqts – Formazione Quadri Terzo Settore, un’iniziativa di formazione per i dirigenti delle organizzazioni del Terzo settore meridionali promosso da Forum Terzo Settore, CSVnet e realizzato con il sostegno della Fondazione Con il Sud.
Che significa “dimensione politica del Terzo settore”?
Significa che l’impegno del Terzo settore non può esaurirsi, per quanto fondamentale, nella sola costruzione ed erogazione di servizi. La sua vera natura risiede nell’elaborazione delle politiche: abitare una dimensione in cui non ci si limita a “fare cose”, ma si elaborano proposte, si comprende la realtà, si fa politica. Il Terzo settore deve agire come il corpo intermedio previsto dalla Costituzione che si occupa per vocazione, al pari dell’ente pubblico, del bene comune e dei sistemi per migliorare la vita nelle comunità. Insomma, il Terzo Settore non come “supplenza” dello Stato, ma come scuola di cittadinanza: un luogo che abilita partecipazione, capacità critica, corresponsabilità e cura dello spazio pubblico. Perché la democrazia sia davvero praticata e non solo dichiarata.
Che intende per democrazia “praticata e non solo dichiarata”?
La democrazia è una responsabilità che parte dall’interno delle organizzazioni. Il Terzo settore ha per vocazione la promozione della democrazia come relazione politica tra persone ed enti, ma dobbiamo essere noi i primi a praticarla coerentemente al nostro interno. Troppo spesso non riusciamo a trovare sistemi – non solo formali, ma sostanziali – per vivere realmente la democrazia dentro le nostre strutture. Diventare “esperti di democrazia” nelle proprie organizzazioni è un esercizio fondamentale per i cittadini, affinché la democrazia diventi una modalità ordinaria di concepire la propria cittadinanza. Siamo chiamati a un doppio ruolo: esercitarla internamente per diventare una palestra di democrazia in cui si imparano motivazioni e metodi. È questa la struttura che serve per costruire una vera cittadinanza attiva.
In questo scenario come può aiutare la comunicazione?
La comunicazione deve uscire dalla dimensione autoreferenziale che troppo spesso ci connota, in cui siamo presi a dare conto solo di noi stessi, della nostra visione e missione. Bisogna costruire una narrazione nuova, che veda le relazioni umane non solo guidate dalla logica del mercato e della sopraffazione dell’egoismo, ma che riguardino la pace, la solidarietà e la relazione d’aiuto. Dobbiamo cambiare la narrazione spesso schiacciata su ciò che il neoliberismo e il liberismo più sfrenato ci propongono, senza capacità di incidere sui modelli narrativi. Dobbiamo avere meno preoccupazione di spiegare chi siamo e più attenzione nello spiegare il perché lo facciamo e cosa sia necessario fare per rendere i luoghi più accoglienti, sostenibili e pacificati. A Salerno affronteremo questi aspetti nei tavoli di lavoro su diritti, contrasto alla povertà e intergenerazionalità: se questi temi si uniscono alla pratica democratica, diventano azione concreta.
Cosa vi aspettate da questa tre giorni?
Ci interessa aumentare la curiosità e la consapevolezza, instillando un “tarlo” nelle persone affinché riflettano su questioni che altrimenti sfuggirebbero. Vogliamo fornire strumenti per suscitare una riflessione e rendere i partecipanti consapevoli che il Terzo settore è un soggetto previsto dalla Costituzione. Questo implica modificare il proprio atteggiamento e rimettersi in discussione, analizzando seriamente se le proprie azioni rispondano davvero a questi valori. Per noi la formazione non è erogazione di saperi, ma un mettere in comune esperienze e capacità.
Quali sono stati i risultati visti finora?
Bisogna sempre prestare molta attenzione quando si parla di risultati legati a processi formativi, perché si rischia di appiattirsi sulla sola definizione degli indicatori numerici. Questi sono certamente corretti e vanno presi in considerazione: se elencassi le decine di migliaia di persone che hanno partecipato a Fqts, i numeri mi conforterebbero, dando ragione al progetto al punto che è stato finanziato. Si tratta di una stima approssimativa per difetto, poiché abbiamo molteplici modalità di partecipazione che variano dai percorsi formativi di 300 ore fino ai webinar di 10 ore. Nell’anno che stiamo concludendo, il 2025, il target di riferimento è di circa 3mila persone, con una percentuale di giovani sotto i 35 anni molto alta, ormai superiore al 30%: una cifra non di poco conto. L’aspetto qualitativo che vorrei sottolineare è proprio la risposta a questa domanda: la richiesta dei giovani è stata così chiara che nell’annualità che inizia ora, nel 2026, abbiamo deciso di dedicare risorse e tempo a una linea di formazione politica specifica per loro, che fino a oggi non era prevista. Credo che questa evoluzione qualitativa sia la prova più tangibile del lavoro che stiamo portando avanti.
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