Nelle strutture residenziali 4.500 nuovi volontari in tre anni
Sono sempre di più i volontari attivi nelle strutture residenziali assistenziali. Cresce il numero di italiani che dedica parte del suo tempo agli ospiti dei presidi per persone anziane o con disabilità, minori, immigrati, tossicodipendenti, vittime della violenza di genere. Quasi 36mila persone che affiancano i 395mila occupati totali nelle strutture: un volontario ogni dieci lavoratori retribuiti. Diminuisce invece il numero degli operatori del servizio civile.
Sono i dati più significativi relativi al Terzo settore che emergono dal recente rapporto Istat sulle Strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie, aggiornato al primo gennaio 2024. Ma le sorprese non finiscono qui. VITA è in grado di pubblicare i dati ottenuti in esclusiva dall’Istituto di statistica sulla distribuzione regionale dei volontari e dei giovani del servizio civile e, soprattutto, sul ruolo svolto nelle sedi residenziali.
Nel Mezzogiorno continentale, questo l’aspetto più clamoroso, un volontario su due ricopre compiti amministrativi nelle strutture in cui presta l’attività solidale. Più in generale, secondo l’indagine nei 12.987 presidi residenziali attivi sono presenti circa 426mila posti letto, pari a 7,2 ogni 1.000 persone residenti (più 4,4% rispetto all’anno precedente) che accolgono 385.871 ospiti (in aumento del 6%). Di questi, tre su quattro sono anziani, in gran parte ultraottantenni e donne. L’offerta sul territorio purtroppo rimane invece fortemente disomogenea: nel Nord-Est si contano 10,5 posti letto ogni mille residenti, nel Sud solo 3,4.
Quasi 4.500 nuovi volontari in 3 anni
Più di 3mila volontari solo nell’ultimo anno. Balzano da 32.896 a inizio 2023 a 39.952 nel 2024 le persone impegnate in attività benefiche nelle strutture assistenziali. Un trend di crescita iniziato l’anno precedente quando l’incremento era stato di 1.366 unità, da 31.530 alle quasi 33mila viste. I volontari, in linea con la maggiore diffusione di presidi assistenziali, sono presenti soprattutto nel Nord Ovest (9.326 in Lombardia contro 850 in Puglia) e sono attivi soprattutto nell’ambito socio-sanitario, ad esempio, nelle strutture per anziani non autosufficienti.
Il servizio civile sarebbe un’ottima soluzione anche per garantire la socializzazione, l’incontro col mondo del lavoro, la dignità sociale Luca Degani, presidente Uneba Lombardia
È in questo settore assistenziale infatti che la maggior parte sia degli operatori del servizio civile che dei volontari dà il suo contributo, rispettivamente il 79% e il 73%, con punte che superano il 90% nel Nord-Est del Paese. «Si tratta di numeri importanti che testimoniano come la promozione del volontariato intergenerazionale, rivolto soprattutto al mantenimento dell’azione anziana attiva, stia dando buoni risultati. È la risposta al bisogno identitario espresso da persone che oggi, anche per l’evoluzione demografica, arrivano in pensione quando i genitori sono in vita. Vivere un periodo di servizio con i grandi anziani o con la popolazione disabile diventa uno strumento per dare senso a se stessi e per evitare processi di segregazione», spiega Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia, la rete non profit del settore sociosanitario, assistenziale ed educativo, con più di mille enti associati in tutta Italia.
Più volontari individuali iscritti nei registri delle strutture
Il volontariato socio-sanitario è interessato anche da un secondo fenomeno. Il Codice del Terzo settore prevede, all’articolo 17, che gli enti del Terzo settore che intendono avvalersi di volontari nello svolgimento delle proprie attività, pensiamo alle case di riposo, sono tenuti a iscriverli in un apposito registro. Sarebbe in atto, insomma, una fase di transizione che vede i gruppi solidali “interni” ai presidi residenziali affiancare o sostituire le associazioni “esterne” sorte nella società civile e che prima operavano nelle strutture residenziali.
«È un momento di transizione: oggi gli stessi enti che rientrano nel Terzo settore, è il caso di Uneba, possono avere i “loro” volontari senza più la necessità di questa traslazione attraverso un’organizzazione di volontariato come accadeva prima. È una novità estremamente positiva perché, da un lato garantisce ad esempio una miglior copertura assicurativa ai volontari, dall’altro consente di effettuare l’attività benefica senza dover più gestire una struttura associativa», spiega Degani. Il volontario, libero da incombenze organizzative o burocratiche, può dedicare così più tempo alle persone che di cui si prende cura.
Sempre meno operatori del servizio civile
Se per un verso cresce il numero dei volontari, è invece in controtendenza l’andamento degli operatori del servizio civile. Nell’ultimo triennio, mentre i primi salgono, come visto, i secondi diminuiscono. I giovani impegnati nel servizio civile nelle strutture residenziali calano da 4.044 nel 2022, a 3.756 nel 2023, a 3.687 nel 2024. In questo caso si ribalta però la geografia: nelle sole Isole i ragazzi e le ragazze occupati sono 941 contro 573 nel Nord Ovest.
Numeri che non sorprendono il presidente di Uneba Lombardia. «Servirebbe fare molto di più per promuovere il servizio civile, specie presso i neet, i ragazzi che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione di alcun tipo. È una popolazione che vive anche un isolamento culturale e identitario e che ha difficoltà a capire che tipo di percorso intraprendere. Il servizio civile sarebbe un’ottima soluzione anche per garantire la socializzazione, l’incontro col mondo del lavoro, la dignità sociale», fa notare Degani.
Al Sud 1 volontario su 2 è un “amministrativo”
Il dato più eclatante riguarda i compiti svolti dai volontari e dagli operatori del servizio civile. In media, secondo i dati forniti dall’Istat a VITA, circa 8 volontari su 10 svolgono un ruolo socio-sanitario mentre poco più di 2 sono impegnati in attività amministrativa nelle strutture assistenziali. Numeri che variano però da territorio a territorio. E non di poco. Mentre nel Centro e nel Nord gli “amministrativi” si attestano fra il 10,8% del Nord Est e il 25,2%, nel Centro al Sud (Isole escluse) raggiungono il 52,4%. In pratica, un volontario su due è dietro una scrivania. In Abruzzo, addirittura, rappresentano l’80,5%, in Molise il 62,5%, in Calabria il 57,9%. Percentuali ribaltate rispetto alla media nazionale. Tanto più se si fa il raffronto con l’Emilia Romagna e la provincia di Bolzano dove non risulta neanche un volontario occupato in compiti burocratici.
Situazione leggermente migliore per chi fa servizio civile: 3 su 10 svolgono compiti amministrativi con una punta del 64,5% in Molise. Finti volontari che fanno i tappabuchi? «Continuo a pensare che il volontariato debba essere un’espressione personale, volontaria, spontanea, gratuita. Mi auguro che non ci sia chi vede nel volontariato una dimensione di economia personale. Anziché dire che al Sud il volontariato si traveste in parte da rapporto quasi lavorativo, dovremmo chiederci perché l’economia reale meridionale sia più debole rispetto a quella settentrionale e soprattutto perché i servizi sociali non siano davvero garantiti da parte delle pubbliche amministrazioni. Forse in alcuni casi le strutture residenziali si trovano costrette a sopperire a delle spese come quelle amministrative che non sono riconosciute dagli enti locali fra i costi sopportati per erogare i servizi sociali».
La fotografia in apertura è di Age Cymru su Unsplash
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