Il referendum sulla separazione delle carriere non è incomprensibile, è la politica che lo complica

Mar 11, 2026 - 04:00
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Il referendum sulla separazione delle carriere non è incomprensibile, è la politica che lo complica

«È un referendum troppo tecnico, la gente comune non può comprenderlo. Anzi, i cittadini non dovrebbero essere interpellati su temi così difficili». Quante volte abbiamo sentito questa frase a proposito del referendum confermativo sulla legge costituzionale che introduce nel sistema di giustizia la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica?

Per carità, non è la prima volta che ascoltiamo parole del genere dai protagonisti della politica in occasione dei referendum. Anzi, accade sempre che venga detto a noi, cittadini comuni, che il quesito referendario è troppo complicato e che nessuno che non sia proprio addetto ai lavori può capirlo: come se qualcuno, anche tra i massimi esperti delle varie materie, andasse a leggere il quesito sulla scheda del referendum. Per il divorzio, l’aborto, il nucleare, la caccia, l’abolizione del sistema bicamerale nel 2016, qualcuno ricorda di aver letto il quesito sulla scheda?

Viene da pensare che il principe degli strumenti della democrazia diretta, il referendum, non sia amato dai partiti, come se il popolo usurpasse il loro ruolo di legislatori: ce ne occupiamo noi, ché la gente comune non può capire. Salvo poi non occuparsene per nulla e fare orecchie da mercante rispetto alle esigenze che i cittadini manifestano con le richieste di referendum.

Per esempio: se i protagonisti della politica avessero tenuto in qualche conto il voto espresso nel referendum del 2000 sulla separazione delle carriere da oltre dieci milioni di cittadini, anche se non era stato raggiunto il quorum (era un referendum abrogativo), forse oggi non ci troveremmo nella situazione in cui ci troviamo. Fin dal primo momento della campagna referendaria, quindi, il mantra di chi si oppone alla riforma è stato: il quesito è troppo difficile, non è un tema che i cittadini possano capire.

Sarà. Io però ci ho provato, a farlo capire. Ci ho provato una prima volta con un mio giovanissimo collega civilista, che dunque non ha esperienza del mondo dei processi penali, ma in quanto civilista fa cause senza la partecipazione del pubblico ministero, quindi si confronta ad armi pari con il suo avversario davanti al giudice. A questo collega ho detto: immagina di fare una causa e che la tua controparte sia un collega del giudice. Ha capito subito.

Con persone che non sono pratiche del mondo giudiziario, per spiegarmi ho fatto ricorso alla cultura popolare, quella sportiva. Ho chiesto loro se si fossero mai domandati perché, negli incontri internazionali di tennis, si cerca di evitare che il giudice di sedia o quello di linea siano della stessa nazionalità di uno dei giocatori. O perché nelle partite di calcio dei Mondiali l’arbitro non è mai della nazionalità di una delle due squadre. Dopodiché ho chiesto loro di provare a mettersi nei panni di un tennista o di un calciatore che entra in campo e vede che il giudice di sedia o l’arbitro ha la stessa bandiera di uno dei contendenti. Hanno capito subito.

Tutto qui. Semplice, no? E invece, piuttosto che rendere comprensibile la questione, gli oppositori della riforma hanno pensato fosse meglio complicarla: per prima cosa dicendo che la riforma non sta nella separazione delle carriere ma in tutt’altre questioni intricatissime, che riguardano la composizione di organi come il Consiglio superiore della magistratura, di cui la parte preponderante della collettività, giustamente, ignora l’esistenza; per seconda dandosi a un’opera di gravissima distorsione degli argomenti: se i cittadini non ne sanno niente, tanto vale disinformarli e utilizzare le armi della migliore antipolitica, slogan e parole d’ordine facili da capire. Tenendo conto che è bene che vadano a votare, visto che il quorum non è previsto per un referendum costituzionale.

Tratto da “Certo che sì! Il referendum tra realtà e propaganda” di Emilia Rossi, Castelvecchi editore, 120 pagine, 14,25 euro

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