Scandali, errori e menefreghismo: storia di un calcio italiano malato

Aprile 27, 2026 - 22:00
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Scandali, errori e menefreghismo: storia di un calcio italiano malato

Allora è proprio vero che il nostro calcio è malato. Soffre di una infezione che per ora nessuno ha saputo guarire. Da una parte si è fatto finta di non vedere quanto stava accadendo; dall’altra è finito nelle mani di incompetenti che non hanno saputo trovare la giusta terapia. Se poi sono tre volte che non siamo ammessi ai mondiali qualche pecca ci sarà oppure vogliamo nascondere pure l’evidenza? Nel palmares degli azzurri ci sono quattro vittorie, l’ultima delle quali porta la data del 2006. Non siamo alla preistoria, quindi che cosa è accaduto se oggi non siamo più nemmeno capaci di partecipare al corteo più prestigioso del football? Incuria, incompetenza, errori marchiani. Con l’aggiunta degli scandali che adesso colpiscono pure la classe arbitrale o, meglio, Gianrico Rocchi, che ne è il designatore nei campionati di serie A e B.

Succede che un ex assistente (leggi guardialinee) denuncia molte irregolarità nella valutazione e nella designazione “dei fischietti” e la procura di Milano gli dà pienamente ragione mettendo sotto inchiesta il colpevole o presunto tale. “È stato violato il principio della correttezza e della meritocrazia” scrive nel suo esposto, Domenico Rocca che ha origini calabresi. Di che si tratta? L’accusa è perentoria: sarebbe stata aiutata l’Inter quando si trattava di mandare un arbitro a dirigere una partita dei nerazzurri. Ora, Rocchi avrà pure i suoi torti se l’inchiesta lo dimostrerà, ma non c’è dubbio che qualcuno dei colleghi avrà detto “”si” alle richieste del designatore, altrimenti il castello sarebbe crollato prima di mettere le fondazioni.

Al di là del fatto specifico che sconvolge milioni di tifosi, c’è da sottolineare lo sconcerto che provoca l’episodio togliendo molto credito al nostro sport più popolare. Lontano da noi emettere sentenze prima che si accertino i fatti, ma le sole indagini e le conseguenti decisioni dei giudici lasciano di stucco un mondo che la domenica (ed ora anche gli altri giorni della settimana) corre allo stadio per applaudire giovanotti che in maglietta e calzoncini prendono a calci un pallone.

È fuor di dubbio che qualcosa non va se è vero come è vero che il calcio italiano soffre di un antico malanno. Il primo interrogativo è questo: perché nelle competizioni internazionali gli azzurri fanno cilecca? Per quale ragione sono usciti da anni dalla kermesse a cui partecipano le squadre più blasonate dell’intero universo?

Prima domanda: si può definire italiano (ripetiamo italiano) un campionato le cui compagini hanno una minima percentuale di giocatori nati nel nostro Paese? Secondo un ultimo sondaggio che nessuno ha mai smentito sono oltre il settanta per cento i giovanotti che scendono in campo sapendo a fatica una decina di parole della nostra lingua. Che ha di italiano questo torneo per il quale molti aficionados non sanno nemmeno pronunciare il nome del titolare venuto da lontano? Si cercano diminutivi o altre diavolerie per far capire di chi stanno parlando.

Stando così le cose è chiaro ed evidente che da questa crisi non ne usciremo mai se non rivoluzioneremo l’attuale sistema. In che modo? Tornando all’antico. A volte fare un passo indietro vuol dire andare avanti. Allora, via subito la prima decisione: le formazioni potranno avere come titolari non più di due europei e un terzo extracomunitario. Questo significherebbe dare maggiori possibilità alle nostre promesse di fare un salto di qualità, se ne hanno.

Cominciare dalle scuole calcio ridotte oggi ai minimi termini per poi andare a pescare i campioni in erba nei campionati di serie B e C. Servono più talent scout che informino le società che il ragazzo “x” o “y” ha la stoffa per emergere. Invece di andare ad acquistare bufale che scompaiono nel giro di poche settimane, si potrebbe investire il danaro (magari con meno spesa) per accaparrarsi un talento che, come i Rivera, i Riva i Mazzola o i Totti, divennero presto gli idoli dei tifosi italiani.

Nella mia mente c’è un episodio che vale la pena di ricordare. Anni fa, durante la campagna estiva, la Roma acquistò un brasiliano di cui si diceva un gran bene. Fu accolto come il marziano di Ennio Flaiano. Si chiamava Andrade. Dopo due o tre domeniche, la curva sud capì che era una “sola”: aspettò il momento propizio quando il carioca lisciò clamorosamente una palla. Dalle gradinate un coro gridò all’indirizzo di chi lo aveva acquistato: “Andrade tutti a quel paese” (eufemismo).

Ora si è alla vigilia di un cambio della guardia: il 22 giugno si voterà per eleggere il nuovo presidente della FIGC. Per carità, non si decida di affidare questo incarico a vecchie bandiere. È il momento di cambiare: le persone valide ci sono, lo hanno già dimostrato quando sono stati alla guida di altre società di rilievo. Stavolta, la rivoluzione deve essere totale se si vuole tornare ad essere protagonisti nel mondo del pallone.

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