Ex Ilva, Roberto Cuneo: “Strategia che non lascia presagire nulla di buono per Genova”

Genova. A proposito del dibattito sul futuro dell’ex Ilva e dello stabilimento di Cornigliano, riceviamo e pubblichiamo un intervento dell’ingegnere savonese Roberto Cuneo. Già direttore della pianificazione strategica di Italimpianti, dopo diverse esperienze nel settore privato (tra cui proprio l’Ilva nei primi anni Novanta) è stato anche direttore generale dell’Asl 2 Savonese e ha svolto attività di consulenza.
Mi riferisco all’intervento di Gozzi (Federacciai) su Genova24, in cui esprime la valutazione sulla offerta di Jindal che prevede che Ilva Taranto sia un semplice rilaminatore di bramme d’acciaio fatte altrove.
In questa prospettiva Genova continuerebbe a fare il rilaminatore di coil provenienti da Taranto o da altri fornitori. Questo modello avrebbe una sua logica (facciamo l’acciaio in posti dove l’energia costa il minimo e laminiamo dove c’è il mercato dei consumatori).
Nel recente convegno (27 marzo 2026) organizzato a Genova dal Gruppo Le Radici e le Ali in collaborazione con un gruppo di ingegneri e direttori ex Italimpianti (società che ha progettato e realizzato l’impianto di Cornigliano, Novi Ligure e di Taranto e altri simili in giro per il mondo) è però emersa una visione contrastante con questo modello di sviluppo della siderurgia: i grandi operatori italiani della siderurgia dei prodotti piani (Marcegaglia e Arvedi) stanno seguendo la strategia opposta, cioè la strategia della integrazione: chi rilamina vuole essere anche produttore dell’acciaio.
Ci sono infatti delle economie di integrazione in cui il legame tra chi fa l’acciaio (con le relative caratteristiche tecniche, fisiche e produttive) deve essere lo stesso che lo rilamina per servire il mercato: il laminato d’acciaio, in sintesi, in Europa, non è una commodity (che va bene per tutti gli usi, perchè quello che conta è il prezzo), ma è una specialty (ciò che è prodotto risponde alle esigenze sempre più determinanti del cliente finale) e quindi la integrazione tra l’acciaieria e il laminatoio è importante.
Per questo Marcegaglia sta realizzando con un investimento di quasi un miliardo di euro la propria acciaieria a Fos (usando l’energia elettrica a basso prezzo di origine nucleare della Francia) e Arvedi ha realizzato a Trieste a filo di banchina uno stabilimento di laminazione dell’acciaio prodotto a Cremona. Cioè ci troviamo che i principali operatori italiani della siderurgia privata hanno integrato le fasi della produzione e della laminazione dell’acciaio, mentre chi era già integrato (vedi Ilva) tenderebbe a ridurre questa integrazione rendendola debole e parzialmente estranea alla struttura industriale europea (in un quadro di attenzione all’autonomia strategica europea che sta emergendo come prioritaria).
Quella delineata da Gozzi è un’alternativa possibile, di sopravvivenza, che lascia sotto schiaffo l’insieme Oman/Taranto/Genova/Novi, che, forse, tutela i grandi interessi che si sono consolidati nel periodo di debolezza di Ilva, ma che non lascia presagire nulla di buono per Genova, che forse è auspicato da chi ha interesse a disporre delle banchine della siderurgia genovese.
Certamente tutto questo nasce per la insensatezza del quadro di riferimento dato dal ministero che impone una assurda (e fasulla) decarbonizzazione dell’acciaio scegliendo la tecnologia basata su gas naturale ed energia elettrica, proprio in un paese come il nostro in cui gas naturale ed energia elettrica costano di più al mondo.
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