Referendum: le ragioni di un no

Mar 12, 2026 - 07:00
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Referendum: le ragioni di un no
Ilaria GentileIlaria Gentile

Da Il Segno di marzo

Dopo avere letto le norme della riforma Nordio, ho deciso di impegnarmi per informare i cittadini sui contenuti di questa riforma, che modifica ben sette articoli della nostra Costituzione e, sotto l’innocuo nome di “separazione delle carriere”, in realtà mette a rischio il principio della separazione dei poteri, su cui si fonda lo Stato di diritto e, in definitiva, la democrazia pluralista disegnata dai padri e dalle madri costituenti.

Il volere dei costituenti

I costituenti avevano bene in mente gli scempi compiuti dal regime fascista e quindi hanno voluto che il potere giudiziario (uno dei tre poteri dello Stato) fosse separato dagli altri due (Governo e Parlamento), facenti capo alla maggioranza politica del momento, così da svolgere realmente la funzione di garanzia dei diritti e delle libertà dei cittadini. I costituenti hanno pensato che questa funzione di garanzia dovesse essere svolta da un ordine giudiziario unitario, la magistratura, fatto di giudici e pubblici ministeri (Pm), autonomo e indipendente dal potere politico.

Per assicurare questa indipendenza, i costituenti hanno previsto che l’intera vita professionale del magistrato fosse regolata dal Consiglio superiore della magistratura, o Csm (e non più dal Ministero della giustizia, come era prima), presieduto dal Presidente della Repubblica, composto per 2/3 da persone elette dai magistrati e per 1/3 dal Parlamento: un organo autorevole, rappresentativo e non autoreferenziale.

Questo sistema è scardinato completamente dalla riforma Nordio, che divide il Csm in due (quello dei giudici e quello dei Pm) e trasferisce il compito disciplinare ad un terzo organo: l’Alta Corte, triplicando spese e poltrone. Tutto questo mentre si negano risorse al sistema giudiziario che, anche per questo motivo, è tra i più lenti d’Europa.

Il problema del sorteggio

In questi tre nuovi enti la componente dei magistrati è selezionata con sorteggio puro tra tutti i magistrati (solo tra quelli di Cassazione per l’Alta Corte), mentre la componente politica è sorteggiata da un elenco di persone formato dalla maggioranza parlamentare: si tratta quindi di un finto sorteggio. I magistrati sorteggiati non saranno rappresentanti della categoria, ma monadi disorganizzate prive di autorevolezza a fronte della componente organizzata prescelta dalla maggioranza, che quindi avrà più peso nell’orientare le decisioni.

Il sorteggio non solo non risolve per nulla il problema delle cosiddette “derive” dei gruppi associativi dentro il Csm, ma lo aggraverà, aggiungendo le interferenze della quota politica. Infine, l’Alta Corte è un giudice speciale per il disciplinare dei magistrati, senza possibilità di ricorso in Cassazione contro le sue decisioni, in violazione di ben due norme della Costituzione. La riforma non dice come saranno formati i “collegi” dell’Alta Corte che giudicheranno i magistrati, lasciando carta bianca ai politici: nessuno potrà impedire che prima o poi la maggioranza approfitti di questo enorme potere.

La legge non è più uguale per tutti

Ora, se i politici hanno il controllo diretto o indiretto sul disciplinare dei giudici, la legge non è più eguale per tutti e questo non solo nei processi penali, ma anche in quelli civili, nei casi in cui il cittadino ha di fronte un potere forte, economico e/o politico, che potrà fare pressioni sul giudice, minacciando esposti o promettendo promozioni al giudice, mostrando, o anche solo millantando, aderenze con la componente politica dell’Alta Corte. Insomma «quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra», come affermato da un Padre costituente.

Per questo dobbiamo votare no (è un referendum senza quorum, in cui il voto di ciascuno conta) per lasciare a figli e nipoti una democrazia munita di un sistema giudiziario in grado di garantire per davvero i diritti e le libertà dei cittadini, anche di quelli più fragili e indifesi.

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