Case verdi e plastica monouso, la Commissione Ue apre nuove procedure d’infrazione contro l’Italia

Entro la fine del 2025, l’Italia come gli altri Stati membri dell’Ue avrebbe dovuto presentare il progetto di Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici incardinato all’interno della direttiva Case verdi (Epbd): si tratta del principale strumento di pianificazione degli interventi di riduzione del consumo energetico e di emissioni di gas serra previsti dalla direttiva; si tratta di una prima ma fondamentale bozza, cui dovrà seguire entro il 31 dicembre 2026 il primo Piano definitivo di ristrutturazione degli edifici (residenziali, non residenziali e pubblici).
Seppur intralciate da numerose fake news, le scadenze della direttiva sono stringenti nell’individuare un solido percorso di sviluppo sostenibile per l’edilizia italiana. A partire dal 1° gennaio 2028 per i nuovi edifici pubblici e dal 1° gennaio 2030 per tutti i nuovi edifici, lo standard sarà “zero emissioni”; per gli edifici residenziali dovrà esserci poi una riduzione del consumo medio di energia primaria del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035, mentre per quelli non residenziali è prevista la ristrutturazione del 16% degli edifici peggiori entro il 2030 con una estensione al 26% entro il 2033. Tutti interventi che sono in grado di far pagare le bollette energetiche dei cittadini, ma resta la domanda: chi paga? La direttiva non pone alcun obbligo diretto per i proprietari di immobili residenziali, non prevede alcun divieto di vendita o affitto per immobili con basse prestazioni energetiche, né sanzioni automatiche per chi non riqualifica la propria abitazione; la direttiva fissa piuttosto obiettivi di riduzione del consumo medio nazionale di energia, sono gli Stati membri – tra cui l’Italia – che devono tener conto della situazione finanziaria dei proprietari e prevedere un adeguato sostegno economico.
Purtroppo però l’Italia è in buona compagnia, perché sono altri 18 gli Stati membri oltre l’Italia contro i quali la Commissione Ue ha deciso di avviare la procedura d’infrazione, inviando una lettera di costituzione in mora. Adesso ci sono altri 2 mesi di tempo per rispondere a tali lettere, e se questo passaggio non si concretizzerà, da Bruxelles arriverà un nuovo parere motivato per portare avanti la procedura.
Parere motivato che la Commissione Ue ha già inviato oggi (solo) all’Italia per non avere recepito correttamente la direttiva sulla plastica monouso (Sup). «Le principali criticità riguardano – argomentano da Bruxelles – l’introduzione di una soglia minima nella definizione di “plastica”, un’esenzione per i prodotti in plastica biodegradabile da alcune disposizioni e una limitazione della responsabilità dei produttori nel coprire i costi della raccolta dei rifiuti. Tale restrizione dell’ambito di applicazione rischia di compromettere l’approccio preventivo della direttiva e potrebbe portare a un aumento dei rilasci nell’ambiente di frammenti plastici persistenti e di microplastiche. Inoltre, un ambito di applicazione divergente della direttiva tra Stati membri inciderebbe negativamente sul funzionamento del mercato unico. In aggiunta, l’Italia non ha rispettato le norme procedurali stabilite dalla direttiva sulla trasparenza del mercato unico, poiché ha adottato la normativa di recepimento della direttiva sulla plastica monouso prima della scadenza del periodo di standstill di tre mesi previsto da tale direttiva».
Su questo fronte, la Commissione aveva già inviato una lettera di costituzione in mora all’Italia nel maggio 2024, prima dell’odierno parere motivato. Tra altri 2 mesi, se non ci saranno sviluppi soddisfacenti, la Commissione potrà decidere di deferire la causa alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
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