Cina punta sullo yuan, ma il divorzio dal dollaro sarà graduale
Roma, 22 mar. (askanews) – Di fronte all’instabile contesto geopolitico e all’imprevedibilità dell’amministrazione Usa guidata da Donald Trump, in Cina il dibattito sulla dimensione “ottimale” delle riserve valutarie è tornato d’attualità, ma il punto vero non è se Pechino debba vendere domani una quota dei suoi Treasury Usa. La questione, molto più strategica, è se la seconda economia del mondo possa continuare a reggersi su un modello in cui accumula enormi attività in valuta estera come polizza assicurativa, mentre allo stesso tempo vuole trasformare lo yuan in una moneta più usata negli scambi, negli investimenti e, col tempo, anche come riserva internazionale.
Un recente rapporto dell’International Monetary Institute della Renmin University riparte da questa contraddizione. La tesi è che, in una fase iniziale, riserve molto abbondanti aiutano a difendere la stabilità finanziaria e a sostenere la credibilità della moneta. Ma una volta che lo yuan guadagna terreno fuori dalla Cina, riserve troppo grandi possono diventare controproducenti: immobilizzano capitale in attività estere poco redditizie, mantengono alta la dipendenza dai mercati in dollari, rallentando il processo d’internazionalizzazione che Pechino dichiara di voler accelerare.
La discussione è meno teorica di quanto appaia a prima vista. Le riserve valutarie cinesi, le più grandi al mondo dal 2006, sono risalite a 3.427,8 miliardi di dollari alla fine di febbraio, secondo la State Administration of Foreign Exchange. Parallelamente, la Cina continua a ridurre nel lungo periodo la sua esposizione ai Treasury: a gennaio era pari a 694,4 miliardi di dollari, in lieve rialzo sul mese precedente ma comunque lontanissima dai livelli superiori a 1.300 miliardi toccati poco più di un decennio fa, a quanto si evince dai dati diffusi dal Consiglio di Stato, l’esecutivo cinese.
Il punto, però, non è leggere ogni singolo movimento mensile come un segnale di rottura con il dollaro. Anzi, la fotografia più realistica è quella di una riallocazione lenta e prudente. I Treasury americani restano una componente cruciale delle riserve cinesi per una ragione semplice: offrono ancora liquidità e capacità di assorbire masse enormi di capitale come nessun altro mercato sovrano. E’ questo il motivo per cui la “de-dollarizzazione” di Pechino, più che una fuga improvvisa dal biglietto verde, assomiglia a una diversificazione graduale per ridurre il rischio geopolitico e di concentrazione.
Qui entra in gioco l’oro. Secondo il World Gold Council, la banca centrale cinese ha aumentato le riserve auree per il sedicesimo mese consecutivo in febbraio, portandole a 2.309 tonnellate. Non è solo una scelta finanziaria: è anche un messaggio politico. L’oro non dipende da emittenti sovrani stranieri, non espone direttamente al rischio sanzioni e rafforza la narrativa di una Cina che vuole costruire una maggiore autonomia monetaria senza proclamare apertamente uno scontro frontale con il sistema centrato sul dollaro.
Il ragionamento del rapporto dell’International Monetary Institute si salda così con la linea ufficiale emersa nelle “Due sessioni” di marzo, il principale appuntamento politico dell’anno per Pechino. Nel nuovo 15mo piano quinquennale, Pechino ha indicato come obiettivi l’avanzamento dell’internazionalizzazione dello yuan e la costruzione di un sistema transfrontaliero per i pagamenti in renminbi più autonomo e controllabile. In parallelo, Reuters ha riferito che la Cina sta ampliando la rete bancaria abilitata allo yuan digitale e che le transazioni in e-Cny avevano già raggiunto 16.700 miliardi di yuan a novembre 2025. In altre parole, Pechino non sta ragionando solo sul lato delle riserve, ma anche sulle infrastrutture necessarie per far circolare di più la propria moneta oltreconfine.
Perché allora ridurre le riserve? Per i fautori di questa linea, il costo di mantenerle troppo alte cresce. Una parte rilevante è investita in titoli di Stato esteri a basso rendimento; inoltre, tenere un enorme cuscinetto in valuta straniera significa continuare a sterilizzare flussi, assorbire distorsioni monetarie e accettare che una quota importante del risparmio nazionale resti parcheggiata fuori dal paese. In un’economia che vuole spostarsi da export e immobiliare a consumi, tecnologia e finanza avanzata, è una discussione inevitabile.
Ma c’è anche il lato opposto, che spiega perché Pechino difficilmente farà mosse brusche. La Cina mantiene ancora un controllo significativo sul conto capitale, gestisce il cambio in modo stretto e considera la stabilità dello yuan un obiettivo politico prima ancora che economico. Lo si è visto di recente, quando la banca centrale è intervenuta per frenare l’eccessivo apprezzamento della valuta, rendendo meno costoso scommettere su acquisti di dollari. E’ il segnale che, per quanto si parli di internazionalizzazione, lo yuan non è ancora una moneta lasciata pienamente alle forze del mercato globale.
Inoltre, la distanza dal dollaro resta enorme. Nei più recenti dati Fmi disponibili richiamati da Reuters, il biglietto verde continua a rappresentare ben oltre la metà delle riserve ufficiali mondiali, mentre lo yuan si colloca ancora attorno al 2%. Questo significa che la Cina può certamente aumentare l’uso internazionale del renminbi, ma non può ancora sostituire con rapidità le funzioni di sicurezza, liquidità e accumulo che il dollaro continua a offrire al sistema globale.
Per questo, le mosse cinesi vanno lette più come un indirizzo che come l’anticipazione di una vendita massiccia di Treasury. Il messaggio di fondo è che, nella visione cinese, il futuro dello yuan non passa solo dalla sua maggiore diffusione commerciale, ma anche da un riequilibrio del portafoglio di riserva: meno dipendenza da attività in dollari, più oro, più strumenti di pagamento propri, più mercati offshore in renminbi. In sostanza, Pechino non sta dicendo che non ha più bisogno delle riserve; sta dicendo che, se davvero vuole una moneta più internazionale, non può continuare a dipendere dalle stesse protezioni esterne che servivano alla Cina di vent’anni fa.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




