Montagna senza neve: cresce il numero di impianti dismessi

Mar 22, 2026 - 22:00
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Montagna senza neve: cresce il numero di impianti dismessi

lentepubblica.it

Il turismo invernale italiano si trova davanti a una trasformazione profonda, spinta da fattori ambientali sempre più evidenti e da politiche di investimento che faticano ad adattarsi al nuovo contesto.


A fotografare la situazione è il rapporto “Nevediversa 2026” diffuso da Legambiente, che mette in luce un dato significativo: continuano ad aumentare gli impianti sciistici abbandonati lungo Alpi e Appennini, arrivati a quota 273. A questi si aggiungono 247 strutture inutilizzate o sottoutilizzate, tra alberghi, residence e complessi turistici, simbolo di un modello ormai in difficoltà.

Nonostante la progressiva riduzione delle nevicate naturali e l’innalzamento delle temperature, la maggior parte dei fondi pubblici destinati alla montagna continua a sostenere il cosiddetto “sistema neve”. Secondo l’associazione ambientalista, circa il 90% delle risorse viene ancora indirizzato verso impianti e infrastrutture legate allo sci, mentre solo una piccola parte è destinata alla riconversione e alla diversificazione dell’offerta turistica.

I territori più colpiti e i numeri del fenomeno

L’analisi evidenzia forti differenze regionali. Il Piemonte si conferma l’area con il maggior numero di impianti dismessi, seguito dalla Lombardia. Per quanto riguarda gli edifici abbandonati, la concentrazione più alta si registra in Valle d’Aosta, Lombardia e Piemonte, mentre lungo l’Appennino emergono Toscana, Abruzzo, Marche e Sicilia.

Accanto alle strutture definitivamente chiuse, il report segnala anche altre situazioni critiche: oltre cento impianti risultano temporaneamente inattivi e quasi un centinaio opera in modo discontinuo. Inoltre, più di duecento impianti continuano a funzionare grazie a finanziamenti pubblici, nonostante condizioni economiche e climatiche sempre più sfavorevoli.

Un altro elemento rilevante è la diffusione dell’innevamento artificiale: in Italia si contano 169 bacini dedicati a questa pratica, concentrati soprattutto nelle regioni alpine. Una soluzione che, se da un lato consente di prolungare le stagioni sciistiche, dall’altro solleva interrogativi sull’impatto ambientale e sull’utilizzo delle risorse idriche.

Nuove attrazioni e impatti sull’ambiente

Parallelamente al declino di molti comprensori sciistici tradizionali, si sta diffondendo un nuovo tipo di offerta turistica: le cosiddette strutture “luna park della montagna”. Si tratta di attrazioni come piste per tubing o bob estivi, pensate per intrattenere visitatori anche in assenza di neve.

Queste iniziative, però, non sono prive di criticità. Secondo Legambiente, si tratta spesso di interventi artificiali che rischiano di alterare gli equilibri naturali delle aree montane, senza offrire una reale alternativa sostenibile al turismo invernale classico.

Il ritardo italiano rispetto all’Europa

Un altro punto debole riguarda il recupero delle strutture dismesse. In Italia, i casi di riutilizzo o smantellamento sono ancora limitati, mentre in altri Paesi europei si registrano esperienze più avanzate.

In Francia, ad esempio, alcune località hanno già avviato processi di ridimensionamento delle aree sciistiche, puntando su una gestione più equilibrata delle risorse. In altre zone si investe nella diversificazione dell’offerta, con attività estive, percorsi naturalistici ed eventi culturali, capaci di attrarre visitatori durante tutto l’anno.

Olimpiadi e grandi eventi: un futuro incerto

Il cambiamento climatico mette in discussione anche il futuro dei grandi eventi sportivi invernali. Gli studi citati nel report indicano che, entro pochi decenni, quasi la metà delle sedi olimpiche potrebbe non garantire più condizioni climatiche adeguate. La situazione appare ancora più critica per le Paralimpiadi, che si svolgono in periodi più tardivi della stagione.

In questo contesto, cresce il dibattito sull’efficacia e sulla sostenibilità di manifestazioni come le Olimpiadi invernali. I costi elevati, le infrastrutture imponenti e le incertezze climatiche sollevano interrogativi sul loro impatto a lungo termine sui territori ospitanti.

Meno neve, meno turisti

I dati climatici confermano un trend ormai consolidato: la stagione nevosa si è accorciata sensibilmente rispetto al passato e la quantità di neve disponibile è in diminuzione. Questo fenomeno incide non solo sull’ambiente, ma anche sull’economia.

Secondo le stime più recenti, il numero di sciatori giornalieri è in calo, così come quello dei turisti che scelgono di trascorrere vacanze in montagna durante l’inverno. Nonostante ciò, il settore continua a generare un volume economico rilevante, segno che la domanda esiste ancora, ma sta cambiando.

Verso un nuovo modello di montagna

Di fronte a questo scenario, Legambiente propone un cambio di rotta. Al centro delle strategie future dovrebbe esserci un turismo più sostenibile, capace di valorizzare le specificità dei territori e di coinvolgere le comunità locali.

Il “Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana” individua dieci principi guida, tra cui la tutela dell’ambiente, la promozione della cultura locale e la necessità di un approccio più lento e consapevole alla fruizione della montagna.

L’obiettivo è superare un modello basato esclusivamente sulla neve, per costruire un sistema più resiliente, in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici e di garantire prospettive economiche durature.

Una sfida non più rinviabile

La montagna italiana si trova oggi a un bivio. Continuare a investire su un sistema sempre più fragile oppure avviare una trasformazione profonda, capace di coniugare economia, ambiente e qualità della vita.

Il rapporto Nevediversa 2026 lancia un messaggio chiaro: il tempo per intervenire è limitato e le scelte dei prossimi anni saranno decisive per il futuro di interi territori. Ripensare il turismo non è più un’opzione, ma una necessità.

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