Hormuz e nucleare: la trattativa diplomatica tra Iran e Usa è ancora in stallo

Abbiamo sperato fino all’ultimo si potesse veramente innescare un percorso virtuoso fino ad arrivare alla risoluzione della problematica legata allo Stretto di Hormuz e al nucleare della Repubblica Islamica dell’Iran; purtroppo le aspettative ottimistiche, già nei giorni scorsi, hanno dovuto lasciare il passo, prima al crescente dubbio e ora ad un senso di irragionevole possibilità di poter continuare la via del negoziato. Le tensioni diplomatiche sono nuovamente balzate in primo piano mentre il massimo rappresentante della diplomazia iraniana, Seyed Abbas Araghchi, ha lasciato Islamabad, segnalando in tal modo l’avvenuto passo indietro che si è abbattuto sui negoziati in corso.
La partenza è avvenuta in un momento di escalation del conflitto tra Israele e Hezbollah – sostenuto dall'Iran –, sollevando seri dubbi sul futuro successo della diplomazia mediorientale. Avevamo salutato il recente cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, pur nella sua fragilità, come un segnale positivo, che è stato poco dopo, purtroppo, infranto (sabato scorso) per il lancio di missili da entrambe le parti. Meritano particolare riflessione i commenti del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che sembrano indicare la volontà israeliana di intensificare le azioni militari, complicando ulteriormente il già complicato panorama diplomatico.
Naturalmente, quest’incertezza non aiuta i colloqui di pace e il consequenziale ritiro dei diplomatici iraniani ha aumentato ulteriormente il livello di complessità del negoziato. A peggiorare la già ingarbugliata situazione si è aggiunto il Presidente degli Stati Uniti, che ha dichiarato, in un contesto pubblico a Washington, di aver ordinato ai suoi inviati di non perseguire impegni diplomatici in Pakistan; queste dichiarazioni di Trump, indicano un radicale cambiamento nella politica estera statunitense, potrebbero comportare ancora più pesanti ripercussioni verso l’Iran. Appare infatti evidente che, per l'Iran, perdere l’opportunità di dialogo apertosi anche grazie alla mediazione del Pakistan, astro nascente della diplomazia mediorientale, potrebbe significare mancare l'occasione di consolidare alleanze in una regione in cui cresce il rischio di dover affrontare l’isolamento.
Per il Pakistan, che si è tanto adoperato nella mediazione per ricevere le due delegazioni, questa assenza di diplomatici iraniani riduce e forse svilisce il ruolo di ago della bilancia nei conflitti regionali, soprattutto in considerazione dei legami storici con Teheran.
Con l'aumento delle tensioni, rimane in piedi la domanda: quali saranno i prossimi passi per l'Iran e i suoi alleati? Almeno, a parole, il governo degli Ayatollah si è sempre espresso affermando il desiderio di ricercare il dialogo; tuttavia, con la chiusura dei principali canali diplomatici, faticosamente aperti, la strada da seguire diventa ancora più incerta al punto da far intravedere l’escalation militare incombente, soprattutto qualora Israele e gli Hezbollah continueranno nelle loro azioni di guerra, con morti e feriti quotidiani.
La politica estera statunitense è molto cambiata in questi ultimi giorni; la decisione di Trump di ritirare la delegazione americana inviata in Pakistan potrebbe essere letta anche come segnale di una tendenza più ampia verso il disimpegno nell’area, con ripercussioni durature sulla stabilità di tutto il Medioriente.
La comunità internazionale, siamo persuasi, seguirà attentamente lo sviluppo di queste dinamiche; in particolare, le risposte di attori chiave come Russia e Cina, i cui interessi consolidati nella regione non sono un mistero per nessuno. Pur senza perdere la speranza, riteniamo che il futuro dei colloqui di pace resterà ancora incerto: è auspicabile uno sforzo diplomatico messo a segna dal Palazzo di Vetro che, francamente, vediamo però assai distante dall’area del Golfo Persico.
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