I capolavori ambrosiani di Enea Salmeggia, il “Raffaello bergamasco”
Lo "Sposalizio di Maria" di Salmeggia nel Duomo di MilanoLo hanno definito il «Raffaello bergamasco»: che è il miglior complimento, almeno fino al secolo scorso, che ogni pittore poteva ricevere. Stiamo parlando di Enea Salmeggia detto il Talpino, uno dei protagonisti della scena artistica del primo Seicento in Lombardia, di cui ricorre quest’anno il quarto centenario della morte.
Con tante iniziative che oggi lo celebrano nella sua terra natia: la bergamasca, appunto. Ma che merita senza dubbio di essere ricordato anche nella Diocesi ambrosiana, dove ha lasciato numerose opere, spesso di qualità eccelsa. Anche perché proprio Milano, dagli anni della sua formazione fino all’età adulta, è stata la città dove ha vissuto, lavorato, amato.
Enea viene al mondo verso il 1570 in una frazione di Nembro, vicino a Selvino: Salmezza. Da qui il nome con cui lui stesso si firma nei suoi dipinti. Talpino, invece, era un soprannome che già era in uso per il papà Antonio, sarto. Oppure, fanno notare alcuni studiosi, potrebbe essere stato il cognome materno…
Cresce a Bergamo, dove il padre aveva bottega. Ma sulla sua formazione artistica non si sa nulla di certo. Vecchie biografie parlano di un suo viaggio studio a Roma, ma non vi sono riscontri. Nel 1594 riceve la prestigiosa commissione per le ante dell’organo della basilica di Santa Maria Maggiore. L’atto porta la firma del padre: forse perché Enea all’epoca non era ancora maggiorenne…
Il più rinomato artista bergamasco di quegli anni, tuttavia, si trovava a Milano. Si tratta di Simone Peterzano: «alunno di Tiziano», come si firmava. Da lui nel 1583 va a bottega per quattro anni tale Michelangelo Merisi, poi più noto col nome di «Caravaggio». Anche Enea Salmeggia è stato allievo del Peterzano nella città in cui era arcivescovo san Carlo Borromeo? Molti indizi lo fanno pensare.
Nel 1596, però, Michelangelo ed Enea certamente non sono più insieme. Il primo è partito per Roma a cercar faticosamente fortuna e successo. Il secondo, invece, li trova entrambi restando a Milano. E proprio grazie al suo maestro Peterzano, che lo raccomanda ai monaci della Certosa di Garegnano, dove Simone aveva realizzato uno strepitoso ciclo di affreschi. Si tratta della pala con l’«Annuncio a Maria», una bella composizione che rispetta tutti i crismi dell’arte devota, secondo i dettami del Concilio di Trento: armonia, leggibilità, chiarezza, fedeltà al racconto evangelico.
Il dipinto ha un tale successo che da lì a poco Salmeggia viene chiamato a lavorare per il Duomo di Milano: suo, infatti, è lo «Sposalizio della Vergine» per l’altare dedicato a san Giuseppe. Nel cantiere della cattedrale milanese, peraltro, Enea trova anche moglie. Sposa infatti la sorella dello scultore Antonio Daverio, Vittoria, dalla quale ha sei figli: due, Francesco e Chiara, seguiranno le orme paterne.
Quelli del primo decennio del Seicento, dunque, sono anni di grandi soddisfazioni per Salmeggia. Che continua a ricevere commissioni da parrocchie e confraternite dalle valli bergamasche e bresciane, mentre provvede a soddisfare gli illustri clienti milanesi, tra basiliche e monasteri. Fino al piccolo oratorio di Redecesio.
The post I capolavori ambrosiani di Enea Salmeggia, il “Raffaello bergamasco” appeared first on Chiesa di Milano.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0


