Ecco perché conviene coltivare il Carbon farming

C’è chi sta specializzandosi sul carbon farming in maniera importante, perché ci sono delle buone premesse di mercato. Supportate dalle normative europee…
Il carbon farming è un’attività a crescita lenta. Ma chi si occupa di agricoltura sa che le cose importanti devono rispettare i giusti tempi. Tanto più che il tempo sembra maturo.
Da una parte la Commissione europea ha pubblicato, giusto lo scorso febbraio, le prime metodologie di certificazione per le rimozioni di carbonio, rendendo la Ue la prima area al mondo a dotarsi di standard ufficiali per il Carbon farming.
L’Italia si posiziona tra i primi Paesi a rispondere, avviando percorsi di alta formazione per preparare i professionisti che accompagneranno agricoltori e imprese nella transizione. Le stime parlano di un mercato che vale da 20-30 euro a tonnellata di anidride carbonica catturata per iniziare, con una proiezione stimata fino a 200 euro a tonnellata.
Radica: dalla Puglia un’infrastruttura digitale per il carbon farming mediterraneo
Il primo caso riguarda Radica, presentata all’European Carbon Farming Summit 2026 e nata dall’evoluzione di Alberami, il primo progetto italiano di soil carbon removal basato su standard Icroa.
Il salto è significativo: da operatore di carbon farming a piattaforma infrastrutturale per la decarbonizzazione delle filiere agroalimentari, con sede a Ostuni e attività tra Italia e Spagna.
Il focus di Radica sono le colture legnose come oliveti, vigneti, frutteti, agrumeti, che nel Mediterraneo hanno un potenziale di sequestro stimato tre-quattro volte superiore rispetto ai cereali dell’Europa settentrionale.
La piattaforma integra sistemi avanzati di Measurement, reporting & verification (Mrv) basati su dati satellitari, mappe catastali e modelli biofisici del suolo, operando secondo la metodologia Vm0042. I crediti generati vengono verificati da terze parti e registrati presso l’International Carbon Registry.
Il modello punta a risolvere un problema strutturale: nel food & beverage, fino al 90-95% delle emissioni totali viene generato lungo la filiera agricola, in un tessuto produttivo mediterraneo frammentato in migliaia di piccole aziende che non dispongono degli strumenti per generare dati certificati, oggi richiesti da Csrd, Eudr e SbTi-Flag.
Radica promette di colmare questo vuoto, generando al tempo stesso due flussi di valore: l’insetting per le aziende food & beverage e crediti di carbonio per il mercato volontario.
“La sostenibilità non è più una scelta strategica: sta diventando l’infrastruttura su cui si reggeranno le filiere agroalimentari del futuro. Per decarbonizzare davvero l’agricoltura servono dati agricoli certificati, generati direttamente nei campi. Il Mediterraneo non ha un problema di potenziale agronomico, ma di infrastruttura. Radica nasce per costruirla“, dichiara Francesco Musardo, Ceo di Radica.
Raggiunto in esclusiva da GreenPlanner, Musardo ha poi aggiunto: “il carbon farming in Italia sta compiendo il passaggio decisivo da pratica pionieristica a pilastro dell’infrastruttura climatica europea. Con il consolidamento del Crcf e l’emergere di iniziative come l’Eu Buyers Club, la rimozione del carbonio mediante i suoli agricoli non è più una promessa vaga, ma una leva di sostenibilità finanziaria concreta per il nostro comparto.
La sfida cruciale riguarda la salvaguardia delle colture autoctone e dei sesti d’impianto tradizionali. Questi sistemi, pur essendo custodi naturali di biodiversità, soffrono di una redditività strutturalmente instabile che spinge verso un’intensificazione colturale forzata.
È un paradosso pericoloso: modelli agronomici estrattivi che esasperano il consumo di risorse scarse, come l’acqua, e aumentano la vulnerabilità delle aziende alla volatilità dei costi degli input chimici.
In Radica, vediamo il carbon farming come lo strumento per invertire questa dinamica. Non si tratta solo di generare crediti, ma di fornire il supporto economico necessario affinché i modelli rigenerativi diventino commercialmente più vantaggiosi di quelli intensivi.
L’integrità dei dati e l’allineamento ai nuovi benchmark dell’Icvcm e ai relativi Core Carbon Principles sono le precondizioni indispensabili per attrarre i grandi buyer europei, garantendo che il valore generato resti sul territorio e protegga la resilienza dei nostri suoli nel lungo periodo“.
L’Università della Tuscia forma i professionisti della transizione
Però ci vogliono professionisiti e l’università degli Studi della Tuscia di Viterbo ha decision di scendere in campo aprendo le iscrizioni al Master Universitario di Secondo Livello in Carbon Farming in Italia. Un percorso annuale da 60 Cfu che unisce agronomia, sistemi Mrv, mercati dei crediti di carbonio e strumenti digitali.
“Il carbon farming è la frontiera dove agricoltura, tecnologia e finanza sostenibile si incontrano. Formare professionisti capaci di operare in questo ambito significa dare risposte concrete alle imprese e agli investitori che guardano alla sostenibilità come componente fondamentale della competitività e della creazione di valore“, afferma Virgilio Maretto, coordinatore del Master.
A livello europeo, secondo le stime, il mercato potrebbe raggiungere i 2,3 miliardi di euro entro il 2030, mentre la domanda di crediti agricoli ad alta integrità supera oggi l’offerta disponibile di circa dieci volte.
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