In Medio Oriente tutto è fuori controllo: l’escalation appare inarrestabile

Mentre tutto sembra convergere verso l’arrivo dei Marines in Medioriente, trasportati dalla nave da sbarco "Tripoli", un’unità portaerei della US Navy con 2.200 Marines imbarcati, provenienti dall'Asia orientale, abbiamo assistito all’incontro tra Donald Trump e il Primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, alla Casa Bianca. Nel corso dell’incontro, un giornalista ha chiesto a The Donald se fosse vero che si stesse preparando a inviare migliaia di soldati per operazioni militari di terra in Iran, che ha così risposto: «Non mando soldati da nessuna parte; ma anche se lo sapessi, ovviamente non te lo direi».
I nostri padri latini avrebbero subito aggiunto, «…excusatio non petita…».
Sempre per sottolineare la grande sintonia che caratterizza i rapporti tra il governo USA e quello israeliano, poco dopo l’incontro, Benjamin Netanyahu ha convocato una sua conferenza stampa a Gerusalemme, dichiarando che non intende fermare la guerra a meno che non abbia ottenuto un cambio di regime a Teheran (sic!) e ha subito aggiunto che «una rivoluzione non è solo dall'aria che può essere fatta» ma che «è anche necessaria una qualche forma di componente terrestre». Queste dichiarazioni fanno scopa con i rumors dei marines pronti a sbarcare e, ovviamente, prende corpo la diffusa preoccupazione internazionale sulla possibilità che questa assurda guerra, già caotica di suo, peraltro, giunta già alla sua quarta settimana, possa sfuggire completamente di mano.
Dalle dichiarazioni fatte nel corso della conferenza stampa dal Capo del governo di Tel Aviv traspare la soluzione più drastica – e forse quella voluta da parte israeliana – legata all'invasione americana, realizzata su larga scala, e diretta alla conquista militare di Teheran e così cambiare con la forza il regime iraniano. Questo sembrerebbe essere l’aspirazione di Israele, magari ricalcando il modello già sperimentato durante la guerra contro l'Iraq (2003); tuttavia, anche volendo ipotizzare – per assurdo - che Trump ignori il tragico esito che quella guerra comporto per gli Stati Uniti - ricordiamo che quel conflitto venne allora sostenuto da Netanyahu -, le difficoltà tattiche del progetto assumono dimensioni gigantesche anche per la potente (e supponente) macchina bellica degli USA.
Vale però la pena richiamare alla memoria che, se la caduta del regime di Saddam Hussein richiese all’epoca una forza di occupazione di circa 550.000 soldati, per l'Iran, con un territorio ed una popolazione molto più grande – nei fatti concreti dimostratasi ancora oggi inaccessibile e potente -, occorrerebbe disporre di una forza d’occupazione (con gli scarponi del fante) ancora più consistente. Come si fa ad organizzare un Corpo di spedizione di queste dimensioni? Quanti mesi ci vorranno per essere efficacemente organizzata?
A questo punto appare lecito supporre che l'America potrebbe essere ancora in guerra mentre si avvicinano le elezioni congressuali (novembre) e che potrebbero costituire un enorme pericolo politico per i repubblicani trumpiani. Non dimentichiamo il fatto che, secondo un recente sondaggio compiuto dalla Cnn, soltanto il 12% degli americani oggi approva l'invio di forze di terra in territorio iraniano; pertanto, non si è lontani dal vero s considerassimo questo scenario del tutto improbabile, almeno per il momento.
In questa fosca cornice di escalation militare, s’inserisce il bombardamento statunitense di navi e basi iraniane intorno allo Stretto di Hormuz e potrebbe essere considerata quale fase preliminare, propedeutica alle operazioni di sbarco; tuttavia, non possiamo trascurare il fatto che l'impresa in sé comporterebbe un rischio enorme per le truppe da sbarco americane, dell’ordine non più delle decine e forse neanche più delle centinaia.
Resta però ancora aperta (e percorribile) l’ipotesi di tentare di invadere le isole di Kesh, Kish e Hormuz, che consentono di controllare lo Stretto diventato il baricentro dei flussi di traffico di materiale energetico del pianeta, insieme ad alcune parti della costa iraniana; inoltre, aggiungiamo che, molto probabilmente, siamo già nelle fasi preliminari dell'attuazione di questo scenario, anche alla luce delle dichiarazioni fatte l'altro ieri (il 19 marzo per chi legge) dal generale Dan Cain, Capo dello Stato Maggiore degli Stati Uniti, il quale ha asserito che caccia A-10 e elicotteri "Apache" hanno già iniziato a distruggere i barchini d'attacco, i droni e le basi missilistiche da crociera iraniane nell'area in parola.
Abbiamo imparato però a vedere come, purtroppo, l'Iran dispone di un numero elevato di queste armi, così come possiede una vasta ed articolata tipologia di mine marittime, il che rende assai probabile che Trump - e le sue truppe d’occupazione – potrebbero rimanere intrappolate in un’escalation incontrollata di guerra e che non ammetterebbe, almeno in apparenza, una via d'uscita possibile: in altre parole il rischio concreto si possa precipitare velocemente in un altro Vietnam, l’incubo degli americani della mia generazione (e forse non solo quelli!).
Chiudiamo queste nostre preoccupate riflessioni sul lancio di due missili, effettuato ieri dall’Iran contro la base anglo-americana di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, a circa 4000 km; una distanza del genere è assai inferiore a quella che separa Teheran da molte capitali europee e potrebbe suonare come un sinistro monito…
Riteniamo che non a caso il Wall Street Journal abbia puntato l’indice su questo episodio, aggiungendo anche che rappresenta una svolta molto significativa nel conflitto in corso, a prescindere dall'esito dell'attacco; i due missili - probabilmente Khorramshahr-4 o un nuovo IRBM- non hanno centrato l'obiettivo: uno sarebbe stato neutralizzato da un problema di funzionamento, l'altro sarebbe stato intercettato. La scelta dell'obiettivo però rimane ed è un segnale assai eloquente.
L’United Kingdom, infatti, ha appena deciso di concedere agli Stati Uniti l'uso delle proprie basi; a questo punto, come ha annunciato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, gli asset di Londra diventano un obiettivo legittimo per l’Iran.
Qualcuno si sente ancora di sostenere che anche l’Europa non sia già in guerra?
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