Intervista con Caterina Gabanella, al Teatro Menotti di Milano con “Operaccia Satirica – Onora i padri e paga la psicologa”: “Il mestiere dell’attore è uno stile di vita”

Mar 21, 2026 - 05:00
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Intervista con Caterina Gabanella, al Teatro Menotti di Milano con “Operaccia Satirica – Onora i padri e paga la psicologa”: “Il mestiere dell’attore è uno stile di vita”

“E’ uno spettacolo in cui uniamo diversi generi, il teatro popolare, la stand-up, il racconto della vita di una persona che ha un grandissimo repertorio, l’analisi e la terapia più alta attraverso la poesia”. Attrice trasversale con un passato da atleta della Nazionale Italiana di pattinaggio artistico, Caterina Gabanella è la coprotagonista, al fianco di Paolo Rossi, di “Operaccia Satirica – Onora i padri e paga la psicologa”, in scena al Teatro Menotti di Milano dal 24 al 29 marzo, prodotto da Agidi.

Un comico in seduta con la sua psicologa e affiancato dai suoi inseparabili musicanti (Emanuele dell’Aquila e Alex Orciari) intreccia confessioni, deliri, memorie e poesia comica. Il pubblico assiste a un viaggio nel passato romanzato e nel presente condiviso, tra debiti da saldare e verità da svelare. I grandi classici si mischiano alla vita vissuta, trasformandosi in canzonacce popolari, buffe e taglienti. Con l’incasso pagherà la psicologa, oltre ad altri debiti per varie ed eventuali questioni in questi tempi difficili.

credit foto Laila Pozzo

Caterina, sarà in scena al Teatro Menotti di Milano con “Operaccia Satirica – Onora i Padri e Paga la Psicologa” insieme a Paolo Rossi. Ci racconta qualcosa in più su questo spettacolo?

“Un aspetto molto interessante di “Operaccia satirica” è che non abbiamo mai fatto delle prove vere e proprie ma è nato dal mio andare in scena con Paolo Rossi. Io ero veramente solo una psicologa, dovevo prendere appunti, parlavo con lui del suo modo di improvvisare, di come avremmo potuto trovare un filo conduttore tra i pezzi della sua vita. E pian piano sono emerse delle cose che potevano avere un interesse psicanalitico, come se fosse una seduta psicoterapeutica. E’ uno spettacolo che ha comunque un gioco col pubblico, in quanto rimane in parte improvvisato. Dopo diverse repliche, abbiamo sentito l’esigenza di inserire nello spettacolo anche delle parti per il mio personaggio e ci siamo chiesti come una psicologa potesse curare un paziente in questi tempi così fluidi, difficili, dove tutto è un po’ confuso. Così siamo ricorsi a due poesie di Brecht per i due momenti di cura più forti. In “Operaccia satirica” uniamo diversi generi, il teatro popolare, la stand-up, il racconto della vita di una persona che ha un grandissimo repertorio, l’analisi e la terapia più alta attraverso la poesia”.

Quali sono i temi centrali dello spettacolo?

“I temi che vengono affrontati sono diversi: l’età, i maestri di Paolo Rossi, il rapporto con le donne, la fede, la guerra, le domande che potrebbero essere fatte in terapia come ad esempio cos’è la satira oggi?”.

Lei è laureata in psicologia, quanto i suoi studi sono serviti e quanto di essi ha portato sul palco visto che interpreta una psicologa?

“E’ difficile da dire. Nello spettacolo interpreto una psicologa che fa delle diagnosi d’impulso ed è abbastanza giudicante perché è un atteggiamento più simpatico ed efficace per il pubblico. Sicuramente i miei studi sono serviti nel rapporto con Paolo Rossi in quanto penso di essere riuscita a trovare un metodo di lavoro molto complementare, a lui utile nel rispetto del suo essere artista. Si è creata una buona sinergia tra di noi”.

Nel titolo è presente la frase “onora i padri”. Quanto è difficile oggi, se pensiamo a tutto quello che succede intorno, onorare la figura dei padri, intesi come figure genitoriali ma anche come maestri?

“Oggi credo che sia difficile rispettare, prima ancora che onorare. Dopo anni di trasgressione, ora non c’è neanche più un limite da superare. Tutto viene concesso e secondo me non avere delle figure da rispettare crea un grande disorientamento. Assistiamo a tanta violenza, ma forse i giovanissimi sono soprattutto passivi e annichiliti. Non avere un limite può creare la violenza, il non rispetto, ma anche un’assenza di impulso, perché non hai una meta da superare. Mi viene in mente il libro “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo!”, in cui ovviamente si intende un’uccisione simbolica … Il maestro è una sorta di rito di passaggio. Paolo Rossi, ad esempio, parla con rispetto dei suoi maestri che sono stati dei totem, dei mostri sacri del teatro e della musica come Enzo Jannacci, Dario Fo, Giorgio Gaber, Giorgio Strehler, ma mette in luce anche i loro limiti, le loro marachelle, la loro umanità. Nell’ambito teatrale oggi mancano i maestri. Io mi reputo molto fortunata di poter lavorare da anni a bottega con Paolo Rossi. Sono partita con piccolissimi ruoli, adesso collaboriamo maggiormente, però avere un percorso con un artista che ha calcato palcoscenici per cinquanta anni è un onore e ti permette di imparare un mestiere, un modo di pensare, di attraversare le difficoltà. È la costanza di una presenza”.

Avendo modo di lavorare da tempo insieme a Paolo Rossi, qual è l’insegnamento che le ha trasmesso che le è stato più utile sul lavoro?

“Com’è lui nella vita, come costruisce il teatro al di fuori delle prove teatrali, del palco, il suo modo di osservare, di stare nel mondo, di prendere appunti, quando è su una panchina, quando è al ristorante, ovunque. Mi ha insegnato che il mestiere dell’attore è innanzitutto uno stile di vita”.

Ha un passato da atleta della Nazionale Italiana di pattinaggio artistico, com’è avvenuto il passaggio al mondo della recitazione?

“Quando si inizia a fare sport da giovanissimi diventa una parte integrante della tua identità. A 18 anni ho smesso di praticare pattinaggio artistico ed ero veramente molto disorientata. Ho perso tempo per due anni e poi ho scelto di studiare psicologia proprio per capire cosa fosse successo e perché avevo lasciato lo sport non avendo limiti fisici. Dopo la laurea specialistica ho iniziato, sempre per caso, un corso di psicoterapia in psicodramma. Era una terapia di gruppo, lavoravamo con i pazienti, ho frequentato queste lezioni di analisi e il mio tutor psicologo mi ha consigliato un corso di teatro perché mi vedeva molto creativa ma al contempo non riuscivo a far uscire tutta la creatività che avevo dentro. Proprio come quando ho messo i pattini per la prima volta e ho sentito una sensazione diversa rispetto agli altri sport che avevo provato a fare, così il primo giorno del corso di teatro è avvenuta una cosa pazzesca e ho capito che volevo fare l’attrice. Non sapevo fino a quel momento che fosse una mia passione, non ero nemmeno mai andata a teatro”.

Le piace ancora seguire il pattinaggio artistico?  

“In occasione dei Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 per la prima volta dopo venti anni ho seguito tutte le gare con grande gioia. Quando ho scelto di fare l’attrice ero già un po’ grande, avevo una laurea, un master in psicologia dello sport, e per mantenermi e pagare i corsi delle scuole di teatro ho insegnato pattinaggio per due anni. Non mi sono mai staccata completamente dall’ambiente sportivo. Insegnare mi piaceva però quando non si chiude un ciclo sportivo in maniera serena, avendo lasciato in sospeso il mio potenziale in quel campo, c’era un po’ di rimpianto”.

La Nazionale italiana di pattinaggio artistico negli anni ha avuto una crescita esponenziale e lo ha dimostrato ai recenti Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 con talenti quali Lara Naki Gutmann, Matteo Rizzo, Sara Conti e Niccolò Macii, Charlene Guignard e Marco Fabbri …

“La Nazionale Italiana attuale è stratosferica. C’è stata una crescita incredibile, dal 2006 in poi. Nell’anno dei Giochi di Torino io ho smesso di pattinare. Ho sfiorato anche la partecipazione olimpica, perchè ero terza nel ranking in Italia e alle Olimpiadi hanno partecipato le prime due atlete. Carolina Kostner, maestra di stile riconosciuta a livello mondiale, ha aperto proprio la strada, ha reso il pattinaggio artistico molto più popolare, ha creato veramente un mondo intorno a questo sport. Oggi abbiamo tanti giovani talentuosi a livello tecnico, sia nel singolo che nelle coppie”.

Malinin, un talento cristallino, ha avuto un crollo inaspettato durante i Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026. Da psicologa e da ex atleta, quanto la pressione esterna influisce sulla performance?

“Chiedi alla persona giusta, perché io ero la campionessa degli allenamenti ma in gara spesso non rendevo come avrei potuto. E’ una questione di psiche. Malinin ha vinto tutto negli ultimi quattro anni ed è figlio di due grandi atleti che hanno partecipato alle Olimpiadi ma credo non le abbiano mai vinte. Sicuramente è stato sottoposto ad una forte pressione. Spesso sono i genitori più che gli allenatori ad avere pretese. In quei quattro minuti di performance non c’è nessun salto che viene sempre al 100%, c’è sempre un margine di errore per tanti motivi, magari anche per il ghiaccio. Deve essere tutto calibrato. Ci sono tanti esempi di atleti che hanno una testa incredibile. Penso a Valentina Marchei, non era un talento puro fin da piccola come Carolina Kostner ma aveva sicuramente dei punti di grande forza, e la testa del campione. Ha saputo così tirare fuori dal suo potenziale il 120%, continua a lavorare nello sport ed è una donna super efficace ed efficiente. Nel 2006 anche alla Kostner la troppa pressione ha giocato un brutto scherzo e alle sue prime Olimpiadi ha avuto una prestazione al di sotto delle sue possibilità. E’ salita poi sul podio a cinque cerchi due edizioni dopo, ai Giochi di Sochi 2014. Il pattinaggio artistico è uno sport molto psicologico e particolare”.

Ha preso parte recentemente anche al film R.I.P., diretto da Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis, che affronta il tema della morte ma al contempo porta anche una riflessione sul coraggio di vivere, sull’amore, sulla libertà di essere se stessi. Che esperienza è stata?

“Bellissima. I registi hanno scelto gli attori che volevano, non hanno avuto opposizioni dalle case di produzione, è stato un film praticamente indipendente, senza contributi dello Stato, è stato realizzato veramente con amore. Abbiamo fatto molte prove prima di cominciare le riprese, abbiamo riflettuto sul significato che volevamo dare al film e che aveva per noi. E’ stato un lavoro intimo, come io mi immagino dovrebbe essere il cinema, solo che di solito non c’è tutto questo tempo a disposizione. E poi con Valerio Morigi e Augusto Fornari ci siamo divertiti molto, ho conosciuto Nina Pons e Giulia Michelini, insomma è stato uno di quei set dove si diventa amici”.

Cosa le ha lasciato il personaggio da lei interpretato, Lara?

“E’ stato bello affrontare questo personaggio. Forse la sua storia d’amore col protagonista avrebbe avuto bisogno di più scene, però chiaramente in ogni film si fanno delle scelte. E’ una ragazza inizialmente dura, conflittuale, aggressiva, un po’ distante da me, ha una figlia, è nipote di un attore facoltoso, si capisce che ha un conflitto con la madre, fa la DJ. Abbiamo costruito il personaggio anche con un cambio del colore dei capelli, insomma ho cercato di allontanarmi da me, anche se credo che un attore non si allontani mai completamente da sé, ma trova una parte che gli appartiene e che non ha ancora messo in luce. Grazie a Lara in alcuni momenti ho scoperto dei lati inediti di me, e questa è la cosa più preziosa del cinema, andare a cercare nell’intimo delle sfumature che magari non sapevi di avere”.

In quali progetti la vedremo prossimamente?

“Con Paolo Rossi faremo un nuovo spettacolo, e sul palco insieme a noi ci sarà anche un altro attore importante. Sto poi preparando un mio progetto teatrale che parlerà probabilmente di pattinaggio, di sport, di evoluzione della persona, e poi continuo a fare provini per il cinema. Infine girerò con un regista molto giovane e che ha uno stile visionario, quasi alla Lynch, un cortometraggio in Grecia che avrà lo scopo di fungere da deterrente contro l’assunzione di alcol e droghe quando si è alla guida. Sono curiosa di vedere il risultato finale”.

di Francesca Monti

Si ringraziano Linda Ansalone e Stefania Scarpetta

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