Soldi anche dal Pnrr, un commissario straordinario e sfratti veloci: i tre pilastri che dovrebbero sorreggere il Piano casa

Gli annunci da parte del governo Meloni di un non meglio definito “Piano casa” si sprecano, da quelli fatti dalla stessa premier al Meeting di Rimini dello scorso agosto a quelli reiterati dal vicepremier Salvini ai vari “Tavoli casa” ospitati dal Mit. Ma ora è arrivato il momento di mostrare le carte. Giovedì il Consiglio dei ministri dovrebbe varare il tanto atteso piano. La prima cosa da capire è quali sono i fondi messi a budget. Per ora, nel Documento di finanza pubblica approvato mercoledì scorso, si legge che «negli ultimi anni, il Governo ha adottato un approccio integrato alle politiche abitative, predisponendo misure per rispondere ai diversi fabbisogni abitativi della popolazione. A tal proposito, l’azione prevede l’attuazione del Piano Casa Italia, accompagnato da interventi specifici a sostegno delle famiglie e dei soggetti più vulnerabili, nonché dalla conferma delle detrazioni fiscali volte a mitigare il costo dell’affitto». In base alle leggi di Bilancio degli ultimi tre anni, l’unica certezza è la dotazione finanziaria di 970 milioni di euro fino al 2030. Ma i dettagli da capire sono ancora molti, così come sono ancora molti i fondi che bisogna individuare per dar corpo al pacchetto di misure necessarie per far fronte all’emergenza abitativa.
Sulla base delle prime indiscrezioni, il Piano casa dovrebbe poggiare su tre pilastri, finanziari e non, utili a mobilitare risorse sia nell’immediato che nel lungo periodo. Come scrive il Sole 24 Ore, «le coperture sono state individuate, ma il perimetro resta in evoluzione. Una prima base c’è: i 970 milioni messi in fila dal Mit con le ultime tre leggi di bilancio, destinati all’edilizia residenziale pubblica. Dentro ci sono 100 milioni dalla manovra 2023 per modelli innovativi di Erp sociale (2027-2028), 560 milioni dalla legge 2024 per finanziare il Piano tra il 2028 e il 2030 e altri 310 milioni inseriti con la manovra 2025 come rifinanziamento, con una distribuzione che parte già dal 2026». Si tratta però di cifre che non sono sufficienti per coprire il fabbisogno del piano, e non a caso lo stesso giornale di Confindustria fa riferimento anche a risorse dei fondi di coesione europei, «con oltre 1,1 miliardi aggiuntivi destinati alle politiche abitative, frutto dell'intesa in Conferenza Stato-Regioni» e al Fondo per il clima «con una possibile allocazione di quasi 3 miliardi per interventi di riqualificazione energetica». Si parla anche di mettere in campo fondi residui del Pnrr, recuperando circa 1,5 miliardi di euro dalla revisione finale andando ad attingere alle somme non utilizzate in altri progetti.
L’altro pilastro che dovrebbe sorreggere il Piano casa del governo riguarda la riqualificazione dell’Edilizia residenziale pubblica (Erp): i confermati 970 milioni di euro sarebbero destinati proprio al recupero di circa 60.000 alloggi popolari attualmente sfitti perché inagibili o degradati. Per accelerare questi interventi, è stata prevista l’istituzione di una cabina di regia a Palazzo Chigi che avrà il compito di coordinare le Regioni e monitorare l’avanzamento dei lavori, evitando i ritardi che spesso bloccano i fondi per l’edilizia pubblica.
Il terzo pilastro a cui lavora la destra dovrebbe essere realizzato tra governo e Parlamento: per contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e garantire la rotazione degli alloggi, il piano prevede l’introduzione di norme più stringenti sulla gestione degli immobili. In cima alla lista c’è la voce «sfratti veloci». L’ipotesi a cui stanno lavorando prevede un disegno di legge che garantisca procedure accelerate per liberare gli alloggi occupati illegalmente, garantendo che le case popolari vadano effettivamente a chi ne ha diritto secondo le graduatorie. L’altra misura a cui lavora il governo è la nomina di un commissario straordinario chiamato a gestire le situazioni di particolare criticità o inerzia degli enti locali nella gestione degli alloggi popolari.
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