“Fuga da Los Angeles” – Recensione Blu-ray

Snake Plissken torna. E lo fa esattamente come era andato via.
"Fuga da Los Angeles" - o John Carpenter's Escape from L.A., come recita il titolo originale - è il sequel del 1996 al cult del 1981. Quindici anni di attesa, lo stesso regista, lo stesso protagonista, e - spoiler immediato - sostanzialmente la stessa trama. Kurt Russell riprende la benda sull'occhio e il giubbottone con la zip, Carpenter riprende la sedia del regista, e insieme co-scrivono e co-producono quello che sarebbe dovuto essere il ritorno trionfale di uno dei personaggi più iconici del cinema di genere americano.
La keyword qui è "sarebbe dovuto".
Il film dura circa 101 minuti e - se non hai mai visto il primo - vale la pena fare un piccolo passo indietro. Come in "Fuga da New York", la premessa è quella di un futuro distopico in cui una città americana è diventata una prigione a cielo aperto per i reietti della società. Qui è Los Angeles, isolatasi dalla terraferma dopo un terremoto, a fare da nuova gabbia distopico-futuristica. E come nel primo, Snake Plissken viene spedito lì dentro per recuperare qualcosa che non dovrebbe essere lì.
Un dark paradise chiamato Los Angeles
Il worldbuilding di partenza ha una sua forza. Come New York nel primo film era diventata l'inferno degli indesiderabili, qui è Los Angeles a raccogliere tutti coloro che non si conformano alla nuova rigida struttura sociopolitica degli Stati Uniti d'America, ora sotto il controllo di un presidente a vita dal piglio pesantemente teocratico. Prostitute e atei messi sullo stesso livello di criminali violenti, tutti deportati in questa nuova prigione-isola, dove il governo nella sua magnificenza ti concede persino la possibilità di richiedere una onorevole sedia elettrica invece di trascorrervi il resto dei tuoi giorni. È satira, e funziona. Il problema è che questa satira - più esplicita e sopra le righe rispetto a quella del primo film, quasi da fumetto - si scontra quasi subito con una CGI che invecchia malissimo. Siamo nel 1996, Buena Vista Visual Effects gestiva l'enorme mole di effetti speciali e quello sarebbe stato il loro ultimo film, e si vede: la CGI è bruttina quasi dall'inizio, dall'altra parte esatta di quell'equilibrio di show don't tell dal quale il primo si era intelligentemente allontanato. "Fuga da New York" nascondeva i suoi limiti tecnici nell'oscurità e nella "grana"; questo li espone, e ne paga le conseguenze.
Snake Plissken, AKA ancora uno che si sa arrangiare
Kurt Russell riprende il ruolo di Snake Plissken, e lo fa con la stessa energia svogliata e minacciosa di sempre. Il personaggio è invariato: Snake non è un eroe, non è nemmeno un anti-eroe nel senso più romantico del termine. È uno che borbotta e dice one-liner, è semplicemente uno che sa come muoversi nel caos, uno che si sa arrangiare. Anche qui, come nel primo film, sembra più essere portato dove la trama ha bisogno che lui sia, che essere davvero il motore attivo degli eventi. Il che non è necessariamente un difetto - fa parte del fascino del personaggio - ma quando costruisci un intero film attorno a lui, serve qualcosa che spinga, che crei frizione. Attorno a Snake ruota un cast di supporto notevole sulla carta: Steve Buscemi, Stacy Keach, Bruce Campbell, Peter Fonda e Pam Grier popolano questa Los Angeles post-apocalittica. Buscemi è divertente nel ruolo di un agente hollywoodiano viscido e opportunista, Campbell ha un momento memorabile nei panni del Surgeon General of Beverly Hills, Fonda fa il verso al personaggio del Cabbie del primo film.
Pam Grier, però, è sprecata. E Stacy Keach nei panni del Comandante Malloy - il corrispettivo del Bob Hauk di Lee Van Cleef - non regge il confronto: è solo un'altra figura autoritaria che ce l'ha con Snake, senza la tensione sotterranea e il rispetto non detto che rendeva il rapporto tra Snake e Hauk uno dei punti più forti del primo film. C'è anche una Valeria Golino bellissima e sprecatissima.
Il problema del sequel che si ricorda troppo bene del film precedente
La domanda che aleggia su tutta la visione è inevitabile: perché questo sequel è così simile all'originale? La risposta è più semplice di quanto si pensi. Il progetto era in sviluppo da un decennio, e il film non sarebbe mai avvenuto senza l'amore di Kurt Russell (che è anche co-sceneggiatore e co-produttore) per il personaggio. Il risultato, palesemente, è un mix and match della trama del primo: la figlia del presidente al posto del presidente stesso, una città-prigione al posto di un'altra, un oggetto da recuperare in cambio della libertà. Carpenter non aveva mai diretto un sequel di nessuno dei suoi film prima di questo, e forse la difficoltà si sente proprio qui: nel non riuscire a trovare una distanza sufficiente dal materiale di partenza.
Vale la pena ricordare che il budget era di 50 milioni di dollari - il più alto della carriera di Carpenter - e che al botteghino il film incassò circa la metà. Un terzo capitolo era in lavorazione, con il titolo provvisorio "Escape from Earth", ma la reazione negativa e il flop commerciale affossarono il progetto. Un peccato, forse, perché l'idea di Snake su scala planetaria aveva un suo fascino assurdo.
Detto questo, il film non è senza meriti. I set aperti - campi, colline, gli spazi aperti di una Los Angeles ormai isola - sono ben costruiti e riescono a distaccarsi abbastanza dal primo film da avere una propria identità visiva. È quando si rientra negli edifici chiusi che il richiamo a "Fuga da New York" diventa troppo esplicito, quasi imbarazzante. C'è una scena che è memorabile quasi oltre al meme: la scena del basket al Los Angeles Memorial Coliseum.
Russell si allenò per quella scena e riuscì a mettere a segno ogni tiro durante le riprese, incluso un tiro dall'altra parte del campo al quinto tentativo - e la sezione ha una sua energia genuina che però fatica a distaccarsi, appunto, dal meme. La scena finale, poi, è coraggiosa quanto basta da alzare leggermente il giudizio complessivo sul film.
Comparto tecnico
La traccia audio si comporta bene dove conta: Carpenter è anche co-compositore della colonna sonora (come nel primo), e la cura delle varie parti di pura soundtrack si sente. La traccia voce ha qualche alto e basso, ma niente che comprometta la visione. Sul fronte video, la traccia è ben definita, ma non ha molto sforzo da compiere a livello cromatico: siamo lontanissimi dagli spettri colore esagerati del primo film, e soprattutto dalla sua oscurità quasi ineluttabile. "Fuga da Los Angeles" vive in toni terra e marroni e in molte sezioni al buio, e il Blu-ray li gestisce bene, anche se a volte appiattisce un po' tutto - ma potrebbe tranquillamente essere una scelta dell'editing originale, più che un limite del supporto. Peccato per l'assenza totale di extra. Per un film con una storia produttiva così interessante - dieci anni di sviluppo, il budget più alto della carriera di Carpenter, il flop che uccise una trilogia - ci sarebbe stato moltissimo da raccontare.
Conclusioni
"Fuga da Los Angeles" è un film che non riesce mai a decidere cosa vuole essere: sequel, remake, parodia del suo stesso predecessore. Ha momenti genuinamente riusciti, una satira politica più esplicita e tagliente del primo, e Kurt Russell che fa Kurt Russell. Ma ha anche una CGI invecchiata malissimo, un villain che non regge il confronto con il Duca di New York, e una trama che il pubblico del 1996 aveva già visto, quindici anni prima, ambientata sull'altra costa. Il Blu-ray fa il suo lavoro onestamente, senza infamia e senza gloria — come Snake, del resto.L'articolo “Fuga da Los Angeles” – Recensione Blu-ray proviene da GameSource.
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