Gli ‘operaicidi’ non si fermano, un’interminabile scia di sangue che si allunga di ora in ora

Le gambe annerite, la cancrena avanzata, un’infezione al fegato. Così era arrivato in ospedale a Salerno Paul Neeraj, operaio agricolo di 36 anni, lasciato davanti al Pronto soccorso quando le sue condizioni erano ormai disperate. Sono riusciti a tenerlo in vita per due settimane, alla fine tutto è stato inutile. Sembra che la prolungata esposizione a diserbanti o ad altri prodotti chimici utilizzati nell’agricoltura intensiva gli sia stata fatale. L’ennesima, terribile morte sul lavoro in agricoltura. Come Satnam Singh, a cui un macchinario aveva amputato le braccia, abbandonato a se stesso nelle campagne di Latina.
‘Volevamo braccia, sono arrivati uomini’: con questa frase lo scrittore tedesco Max Frisch descriveva, a metà anni settanta del secolo scorso, le politiche di reclutamento di manodopera straniera (italiana in larga misura) in Svizzera. Una formula applicabile, senza troppi giri di parole, all’utilizzo dei migranti come carne da cannone per il sistema produttivo italiano. Ma le morti bianche non hanno colore, non hanno età, si muore a 20 come a 65-70 anni.
“Le morti non hanno nulla di bianco - puntualizza Bruno Giordano - Aggettivarle così come se fossero fatalità, con un’idea di candore, è profondamente sbagliato. Dobbiamo correggere la nostra terminologia e non parlare neppure di morti ma di omicidi di lavoro, così come ci sono gli omicidi stradali. Omicidi che richiedono strumenti processuali, investigativi e ispettivi per accertare le responsabilità ed evitare che i processi finiscano in prescrizione. Con tutto questo gli incentivi alle imprese non c’entrano nulla”.
Nella giornata mondiale per la salute e la sicurezza del lavoro, il magistrato della Corte di Cassazione, docente all’Università di Milano, direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) fino al 2023, sempre in prima fila per la sicurezza sul lavoro, ha dovuto aggiungere un altro nome al bollettino di guerra degli omicidi sul lavoro. E’ da poco uscito ‘Operaicidio’, un libro scritto con Marco Patucchi, introduzione di Luciano Canfora, che radiografa alla perfezione lo stato delle cose. Perché e per chi il lavoro uccide, le storie, le responsabilità, le riforme. Eppure c’è chi ancora nel mondo politico e imprenditoriale sottovaluta il problema.
“E’ un testo che non avremmo voluto scrivere - spiega Giordano - ma abbiamo dovuto farlo. Perché non ci si può voltare dall’altra parte”. Secondo i dati pubblicati lo scorso febbraio dall’Inail, i morti sul lavoro sono stati 792. Nello stesso periodo, sono aumentati gli incidenti mortali nelle fasce di età tra i 40 e i 49 anni (da 137 a 148 casi) e tra i 55 e i 64 anni (da 279 a 300 morti), così come gli ‘infortuni in itinere’, che sono stati 293 (13 in più rispetto all’anno precedente).
Sempre secondo i dati Inail, nei primi due mesi del 2026 in Italia si sono registrati 102 morti sul lavoro, ma il bilancio reale potrebbe essere ben più pesante. A sostenerlo è l’Osservatorio nazionale dei morti sul lavoro di Bologna, che nei primi 100 giorni di quest’anno ha già contato oltre 400 vittime nei luoghi di lavoro. Una stima che include lavoratori irregolari, pensionati ancora attivi e categorie di persone non assicurate. A questi numeri si sommano l’aumento delle malattie professionali (+14,2%), degli infortuni in itinere (+8,5%). Gli addetti ai lavori osservano che la forbice tra i dati ufficiali e il monitoraggio indipendente non è un errore statistico, ma la misura del lavoro sommerso, del precariato invisibile e di un’età lavorativa che avanza senza adeguate tutele. Da notare che il 30% dei morti sul lavoro ha più di sessant’anni: persone che continuano a lavorare per necessità e che troppo spesso non hanno un’adeguata protezione.
Dal rapporto annuale dell’Ispettorato nazionale del lavoro per il 2024 nell’economia agricola, emerge poi che il 74% delle aziende ispezionate è risultato irregolare. Tre aziende su quattro, una percentuale che certifica come l’illegalità non sia l’eccezione ma la normalità, c’è un esercito di quasi 20mila persone impiegate completamente in nero, senza alcuna copertura assicurativa o sanitaria. Un tragico paradosso nel settore dell’agroalimentare, che fattura 73,5 miliardi di euro, mentre gli invisibili che raccolgono frutta, verdura e altri ortaggi che poi troviamo quotidianamente sulle nostre tavole, sopravvivono con una media di 6mila euro l’anno, 500 euro al mese. La politica si sta interrogando sul ‘salario giusto’, facendo riferimento al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali. Ma fin quando la gestione dei lavoratori in alcuni settori produttivi, in particolare nell’agricoltura, come nel tessile-moda, continuerà a seguire le regole del caporalato più feroce, non si faranno passi avanti.
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