L’Arcivescovo in azienda: «Il lavoro è il luogo della solidarietà»
L'Arcivescovo osserva alcuni prodotti della LitoverIl lavoro nelle sue espressioni riuscite, sinergiche, rivolte all’innovazione e all’eccellenza, e che, tuttavia, non dimentica le difficoltà del presente, impegnandosi, con responsabilità e solidarietà, per il bene comune nei territori.
La mattinata
Potrebbe essere questa la sintesi delle ore che l’Arcivescovo ha vissuto prima a Vimercate, in Zona V, visitando due aziende e, poi in Curia, dove ha dialogato con i vertici della Compagnia delle Opere.
Come ormai sua abitudine da qualche anno nella settimana del 1° maggio, monsignor Delpini ha infatti voluto entrare di prima mattina in due diverse realtà produttive del Decanato di Vimercate, dove sta compiendo la visita pastorale: la Litover, specializzata ad alta tecnologia nel settore dello stampato e la Esprinet, azienda leader nel campo della consulenza e della sicurezza informatica.
Accompagnato dal Prevosto, monsignor Maurizio Rolla, e dal responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale sociale e il Lavoro don Nazario Costante, è stato accolto alla Litover dal titolare Emanuele Terzoli, dal Cda e da rappresentanti del sindacato, e alla Esprinet dal chairman Maurizio Rota. Ha portato la sua preghiera e la benedizione alle dirigenze e ai lavoratori, visitando i reparti della produzione e distribuendo personalmente a tutti un’immaginetta con la preghiera da lui stesso composta.

Solidarietà e attenzione cristiana
«Il tema del lavoro mi sta a cuore perché, dal punto di vista della Chiesa e della tradizione cristiana, è il luogo del “noi” e, quindi, della solidarietà», ha detto l’Arcivescovo alla Litover, realtà che, dopo un fallimento, intessendo integrazione, attenzione ai lavoratori e diversificazione della produzione, oggi ha una sessantina di dipendenti, per il 25% stranieri, tra cui molti giovani.
«La solidarietà è un aspetto così tipico del 1° maggio: forse una volta veniva interpretato come lotta di classe, mentre la visione cristiana dice che è un principio di responsabilità reciproca», ha proseguito, sottolineando anche un secondo aspetto, ripreso poco dopo alla Esprinet, davanti a oltre 100 lavoratori: «Come Vescovo, voglio dire che si è cristiani non solo in chiesa, ma anche nel lavoro e questo significa avere principi, motivazioni, attenzioni e uno stile che testimonia una sensibilità, uno spirito di fede, una visione di speranza».
L’incontro con la Compagnia delle Opere
Infine, l’incontro con gli esponenti della Compagnia delle Opere – tra cui i presidenti nazionale Andrea Dellabianca e di Milano, Piergiorgio Orsi.
Inizia con l’illustrazione, da parte del ricercatore Francesco Seghezzi, della mostra itinerante a pannelli e supporti multimediali, dal titolo a «Ogni uomo al suo lavoro», nata intorno al Manifesto del buon lavoro elaborato dalla Cdo dopo il Covid. Tre le sezioni della rassegna (“Lavorare per Chi e per Cosa; con Chi e Come?”), già esposta al Meeting di Rimini, questa sera inaugurata a Lecco e «proposta più che per dare risposte, per suscitare domande e un dibattito».
«Sento questi interrogativi particolarmente coinvolgenti per chi lavora», osserva subito l’Arcivescovo che evidenzia le tante facce delle diverse modalità lavorative, dalla produzione ai servizi alla persona. «Un’altra premessa – spiega -, è che occorre interrogarsi su chi non lavora: pensiamo alle percentuali altissime nel nostro Paese, specie nelle fasce giovanili, dei neet neet. Una terza questione, molto avvertita in questo tempo, è quella del lavoro povero, per cui con il lavoro non si guadagna più la vita. Fare domande su tutto questo e sollecitare altri a interagire mi pare molto promettente».

Responsabilità, organizzazione, audacia
«Una parola che raccolgo volentieri da questa proposta è la responsabilità del lavoro che ricorre nella mostra, soprattutto nella seconda parte. C’è una responsabilità per ciò che si produce e con chi: questa potrebbe essere una medicina che contrasta l’individualismo, la malattia che fa declinare la nostra civiltà. L’individualismo, infatti, induce a vedere il mondo con miopia ed è uno dei fattori che rendono funzionale il lavoro solo al singolo soggetto e al suo successo, a prescindere da come, con chi e per chi si lavora. Io penso che il tema della responsabilità abbia a che fare con il senso della vita nel contesto ampio in cui viviamo».
Ma come si educa a un’etica della responsabilità? Il riferimento è al concetto di vocazione, ossia «alla consapevolezza che vi è un mondo che chiama ciascuno, così anche il non credente trova un senso nella vita intesa come risposta a una chiamata, che per i cristiani, è la voce di Dio».
Poi, una seconda parola: «L’organizzazione umanistica del lavoro. La Dottrina sociale della Chiesa ha come principio irrinunciabile la centralità della persona e ciò richiede un modo di organizzare il lavoro nel rapporto tra persone – come voi sapete bene e fate -, in modo che si possa rispondere alla domanda per chi si lavora». Anche perché oggi, il Cda di un’azienda è spesso qualcosa di anonimo che si riunisce dall’altra parte del mondo: «Questo è un rischio reale nella grande produzione», scandisce.

Infine, l’«audacia, non da intendere come una specie di temerarietà che sfida i pericoli, ma come un esplorare i semi del futuro. L’audacia è una virtù sociale, perché è una pratica comunitaria che si può realizzare solo insieme. Non si tratta di una raccolta di pareri e opinioni, ma di condivisione: l’audacia è la forma del coraggio comunitario».
E proprio su questi aspetti, arriva, a conclusione, l’auspicio del presidente Dellabianca che, esprimendo la volontà di portare la mostra a Milano, delinea la speranza di poter organizzare, per l’occasione, alcuni incontri tematici con l’Arcidiocesi sui punti toccati nell’incontro.
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