Abolire ”I Promessi sposi”, così la scuola rinuncia ad educare

Aprile 28, 2026 - 04:00
 0
Abolire ”I Promessi sposi”, così la scuola rinuncia ad educare

L’argomento è elegante, e proprio per questo va smontato con altrettanta precisione. Si sostiene che abolire l’obbligo di leggere “I Promessi sposi” non sia uno scandalo, perché in realtà non li leggeva più nessuno. Tra antologie, riassunti e scorciatoie didattiche, il romanzo era già diventato un rito vuoto. Meglio prenderne atto e sostituirlo con qualche libro intero, purché leggibile.

È un ragionamento che ha la forma della lucidità e la sostanza della resa.

Il presupposto è corretto. In molte classi “I Promessi sposi” erano ridotti a una pratica scolastica stanca, frammentaria, spesso inefficace. Ma la conclusione è sbagliata. Se un’istituzione adempie male a un compito, la risposta non è abolire il compito. È pretendere che venga svolto bene. Altrimenti dovremmo accettare che, siccome la matematica è spesso insegnata male, sia ragionevole eliminarla dai programmi.

Il vero scandalo non è che Manzoni fosse già sparito. Il vero scandalo è che la sua scomparsa sia stata tollerata senza conflitto. Sostituire una lettura finta con nessuna lettura non è un progresso. È la regolarizzazione dell’abdicazione.

Poi c’è il mito del “quindicenne medio”, evocato come limite invalicabile. Si dice che il romanzo sia troppo lungo, troppo complesso, troppo distante. E questo viene chiamato “realismo”. Ma il realismo, qui, è un eufemismo. Significa accettare che la scuola si adegui al livello che trova, invece di lavorare per modificarlo. La scuola non esiste per fotografare la media. Esiste per spostarla.

Se uno studente fatica con Manzoni, la risposta non è arretrare. È insegnare meglio. Se la lingua è distante, si costruisce un ponte. Se la struttura è complessa, si guida. Se il testo è lungo, si accompagna. Questo è il lavoro educativo. Tutto il resto è gestione del minimo.

L’alternativa proposta, tre libri a scelta, da Pier Paolo Pasolini a Agatha Christie, con l’aggiunta strategica di J. R. R. Tolkien, tradisce la logica di fondo: adattarsi al lettore invece di formarlo. Purché si legga qualcosa, purché non si stia su un videogioco. È una soglia così bassa da non poter essere scambiata per un obiettivo.

Il punto non è difendere Manzoni per devozione letteraria. Il punto è riconoscere che “I Promessi sposi” non sono un libro tra gli altri. Sono una palestra. Di lingua, di struttura, di pensiero morale e civile. Rinunciare a questa palestra non aggiorna la scuola. La impoverisce.

E soprattutto rivela qualcosa di più profondo. La scuola esiste perché esistono cose che uno studente non sceglierebbe da solo, e che proprio per questo deve incontrare. La difficoltà non è un ostacolo da rimuovere. È il motore dell’apprendimento. Togliere l’attrito significa togliere la crescita.

Questa non è una riforma. È la normalizzazione di una resa già avvenuta. Una resa del corpo insegnante che rinuncia a chiedere di più. Una resa delle famiglie che preferiscono proteggere i figli dalla fatica invece che accompagnarli dentro di essa. Chiamarla concretezza non la rende più onesta. La rende soltanto più accettabile.

La realtà è che gli insegnanti e le famiglie hanno scelto di abdicare al loro ruolo e di scegliere di adattarsi alle esigenze dei ragazzi piuttosto che stimolare in loro il senso della sfida.

Andrea Camilleri ad una domanda rivoltagli da una giovane studente su quale fosse il segreto del suo successo rispose che consisteva nel determinare ogni volta il proprio limite e provarlo a superarlo, ogni volta nella vita. Ed è proprio questo il problema. Noi stiamo educando i nostri ragazzi ad adattarsi al proprio limite ad assuefarsi ad esso. Ci siamo semplicemente arresi.

L'articolo Abolire ”I Promessi sposi”, così la scuola rinuncia ad educare proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Furioso Furioso 0
Triste Triste 0
Wow Wow 0
Redazione Redazione Eventi e News